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Brescia – Se, su invito di stringere i pugni, una persona esegue tale stretta avvolgendo all’interno del palmo i pollici, significa che non ha lo stesso coraggio di chi, invece, nel farlo, li lascia all’esterno delle altre dita.

E’ la lettura delle mani, non tanto di tipo chiromantico applicata alle linee dell’epidermide, ma piuttosto relativa al modo di porle e di gestirle, attraverso tutti quei movimenti personali ed istintivi con i quali, anche a livello inconscio, si muovono negli atteggiamenti diversi e mutevoli di un individuo.

L’interpretazione dei movimenti era cosa nota anche in quella domenica del 27 ottobre del 1929, quando “Il Popolo di Brescia” proponeva ai propri lettori l’articolo dal titolo “Le mani che parlano – Dominare la fisionomia è facile, ma i segni della verità non si cancellano. Diversità di gesti che corrispondono ad espressioni varie. La buona educazione”.

Fonte dello scritto, ripreso dalla stampa bresciana, è il contributo d’analisi di Betty Stigman, proposto dalla prestigiosa rivista nazionale “Minerva” che a cascata si riversava in ambito locale per un’attenzione al particolare desumibile nella genericità esistenziale della società sezionata in uno spettro di curiosità rivolta alla dimensione individuale.

L’assunto di base ètutto quello che si può sapere di un uomo, si può apprendere osservando le sue mani”. Parti anatomiche che, considerate nelle evoluzioni compiute in contesti diversi, sono contrassegnate da motivate interpretazioni di massima, rapportate anche alla modalità nella quale avviene la stretta di mano: “Tutti stringono la mano in modo diverso. Vi sono altrettanti generi di strette di mano per quanti sono i vari temperamenti. Per esempio voi stringete volentieri la mano ad alcune persone, mentre il tocco delle mani di altri vi dà un senso di ripulsione. Prendete un uomo che ha la mano floscia e inerte, una mano nelle cui dita non scorre vita: la vostra istintiva avversione a stringer quella mano è basata su eccellenti motivi. L’uomo dalla mano floscia ha la mente chiusa alle nuove impressioni: non desidera di ricevere il benvenuto che scorre dalla vostra mano; resiste alle nuove idee; la sua fibra morale è fiacca e ha un basso livello, specialmente se il pollice è inerte nella stretta. L’uomo le cui caratteristiche sono il contrario di quelle della persona dalla mano floscia ha una stretta del tutto diversa: egli vi stringe con una speciale pressione delle due dita di mezzo, che sono il cuore della mano; quest’uomo è amichevole e sincero”.

La stretta di mano, ancora non caduta in disgrazia in quel periodo di regime fascista, prossimo ad abrogarla sul principio del 1932 nel pittoresco e non riuscito intento di depennarla dal costume, unitamente all’uso del “lei” nel 1938 da abbandonare a favore del “voi”, è compresa anche nel ritratto usato a proposito di un ulteriore distinguo, fra variabili e presunte intenzioni, ravvisate in altre caratteristiche: “Vi è una speciale stretta di mano di cui fa uso l’astuto uomo politico e che si chiama mungere la mano: è una serie di piccole strette che cominciano dalle giunture e vanno fino alla punta delle dita: la mano si allontana lentamente, quasi con rammarico. Le persone che nel salutarsi si danno appena le punta delle dita e alzano artificiosamente il polso sono poco sincere. Il millantatore ha movimenti larghi e vistosi”.

Gli indifferenti, a questa curiosa e diffusa disamina circa le membra prensili umane, sono malgrado tutto avvertiti dalla sommaria proposizione, pure enunciata nel testo, che “quando siamo nervosi o malati le mani ci tradiscono sempre”.

Ad argomentare tale teorica asserzione è il ricorso ad un esempio di un’esperienza professionale maturata con il pubblico a tutto tondo: “Conosco un cameriere di un albergo, il quale ha studiato i gesti dei clienti che frequentano la sala da pranzo. Egli dice che le persone traditrici o false invariabilmente entrano nella stanza con le palme in dentro appoggiate alle persona. L’esperto viaggiatore di commercio, abituato a mettere in mostra le sue merci, alza sempre le mani con le palme in fuori, per attirare l’attenzione del cameriere. L’uomo che ha un appuntamento segreto fa cenno furtivo al cameriere e scivola in fretta sulla sedia, quasi quella sveltezza lo rendesse invisibile. Basta guardare alcuni momenti come usa le mani a tavola una persona, per essere edotti sulla sua educazione. La persona ingorda afferra il coltello e la forchetta in basso; quella che pensa meno al cibo ed è meno vorace, tiene le posate più in alto e le maneggia con le dita anziché con i polsi. L’uomo che tiene le posate leggermente e solleva il cibo senza fretta dà l’impressione del discernimento tanto nel mangiare, quanto nelle altre faccende della sua vita. L’uomo e la donna che atteggiano con affettazione il polso e le dita, nel sollevare un bicchiere o una tazza, dimostrano il desiderio di fare buona impressione su tutti quelli che possono osservarli. L’uomo colto e raffinato usa una varietà di gesti assai maggiore dell’uomo incolto. Le menti flessibili si manifestano nella flessibilità delle dita e dei polsi. Una delicata immaginazione, un fine sentimento, la perspicacia psichica si rivelano con la delicatezza del gesto entro un piccolo raggio (…) L’uomo che pensa molto a sé e che ammira il proprio spirito, spesso siede con le mani incrociate e fa girare i pollici mentre parla”.

Un altro e diverso riscontro esperienziale, raccolto nella socialità sperimentata in un contesto comunicativo da un esponente di una fra le maggiori professioni a contatto con la platea della pluralità dello scibile umano, era pure incluso nell’esposizione trattata sull’argomento, affrontato fra le pagine della cronaca di quei giorni lontani: “Sul principio del secolo scorso, Francois Delsarte, attore francese, dopo anni di studi e osservazioni, compilò una lista di gesti significativi delle mani, delle braccia e delle emozioni di cui sono l’espressione. Ecco alcuni esempi: Forza calma – braccia incrociate sul petto. Concentrazione mentale soggettiva – braccia strette di dietro. Concentrazione emozionale soggettiva – braccia incrociate sulla schiena. Rassegnazione – braccia sollevate ai fianchi o mani sulle anche. Insolenza – come sopra, con i gomiti puntati in fuori. Attenzione simpatica – mani sulle ginocchia o incrociate sulle ginocchia. Dolore – mani contro la faccia con le dita in alto. Vergogna – mani contro il viso coprendolo il più possibile. Sensualità – braccia incrociate dietro alla testa verso il collo”.

Considerazioni di mestiere alle quali, sul palcoscenico della vita, la condizione lavorativa di altri, fra attori e comparse della società, aggiungeva ulteriori elementi di discernimento critico per l’interpretazione circa l’argomento, offerta ai lettori de “Il Popolo di Brescia” di quella domenica di fine ottobre del 1929: “Le persone che compiono duri lavori fisici fanno pochi gesti e di limitata varietà. Il carbonaio, la lavandaia, lo scavatore usano il braccio con un movimento rigido, senza alcun gioco delle varie parti: i polsi, le dita, le giunture rimangono inattivi. I meccanici, gli operai che debbono avere l’abilità di compiere lavori di natura più complessa, hanno i movimenti più agili, pur non possedendo quella delicatezza caratteristica delle persone dedite ai lavori intellettuali”.

Pare che un significato di rassicurazione psicologica fosse comunque l’elemento cardine più remoto nell’evoluzione delle relazioni fra la specie umana, rispetto a tutti quelli accennati, relativamente alle mani tenute aperte o chiuse. Conseguentemente al fatto che “l’ingenuo, il giovane dal cuore aperto che ha nulla da nascondere espone sempre le palme della mano”, lo studio sommariamente esposto sul quotidiano bresciano riconduceva il più determinante vertice storico alla constatazione che “una delle prime cose che appresero gli abitanti delle caverne fu di evitare quelli fra i loro simili che si avvicinavano con le mani chiuse”.

Intuizione antica, quella evocata dalle lontane reminiscenze ribadite in stampa alla fine degli anni venti del Novecento andato, di un’ancestrale e primitiva esperienza, distillata in istintiva ed ormai congenita reazione, persa nel deposito inconscio della mimica di persone e di giorni, cadenzati nella clessidra di un tempo dove è ancora in corso per l’uomo la sfida a come capire meglio sé ed i propri simili.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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