Mantova. Porta la data del 1476 la casa che il grande artista Andrea Mantegna pretese per se, progettata in piena libertà creativa, capace ancora oggi di parlare del genio di chi la volle e la abitò. Dopo varie vicissitudini nei secoli è da anni sede d’arte e di cultura contemporanea della città. Dopo la chiusura forzata riapre le porte prorogando le due mostre allestite nelle sue sale.

La prima dal titolo “Orlando Furioso, la follia del vivere e la magia del dipingeredel pittore e scultore Nerone, all’anagrafe Sergio Terzi, prorogata fino al 23 agosto.

Composta da un nucleo di 50 dipinti ad olio, ispirati ai 46 canti del poema ariostesco, oltre ai ritratti di Ariosto, Orlando, Angelica e ad un autoritratto di Nerone, non costituiscono un’illustrazione ma una reinvenzione, una riscrittura, una oggettivazione degli echi che ha prodotto in uno spirito “selvaggio” come Nerone un’opera letteraria che è terra di libertà creatrice. Ecco perché il nostro artista ne è rimasto affascinato. Nerone è Nerone, un punto d’arrivo di un processo esistenziale, anche doloroso, in cui ha conseguito una forza di volontà mentale e spirituale che non trova eguali fra quanti hanno praticato un’arte simile alla sua.

Rientra in questo insolito percorso la vasta serie sull’Orlando furioso che qui si presenta, stabilendo un inedito contatto fra due forme di arte popolare: quella del poema cavalleresco, con i suoi eroi che sono gli stessi del teatro dei pupi, e quella della pittura che discende da Ligabue, come è anche nel caso di Nerone, capace di accendere la fantasia delle anime semplici, oltre il linguaggio stesso della pittura, con una ispirazione pura e infantile, come l’immaginario di un libro di scuola o della trascrizione del racconto ispiratore nella lingua dei bambini. Il mondo è quello magico popolato da uomini primitivi. Semplice e selvaggio, molto didascalico, esaltante per le fantasie

La seconda è di Ottone Rosai, pittura territorio di rivolta, a cura di Luigi Cavallo
con la collaborazione di Oretta Nicolini, anch’essa prorogata fino al 23 agosto.

Un itinerario complesso e avvincente quello di Ottone Rosai (Firenze 1895 – Ivrea 1957) che ha attraversato il XX secolo lasciando traccia profonda della sua personalità e del suo stile. Firenze è stata il teatro della sua vicenda creativa ed esistenziale fin dai primi anni in cui si affacciò alla vita culturale: l’incontro significativo, alla fine del 1913, con il manipolo di artisti futuristi – Marinetti, Boccioni, Carrà, Severini, Soffici – in occasione della loro mostra tenuta sotto l’insegna della rivista Lacerba, fondata appunto in quell’anno, a Firenze, da Papini e Soffici.

Con Lacerba, anche il giovane e impetuoso Rosai si fa conoscere pubblicando scritti e disegni su quel foglio che sbandierava l’arte italiana di punta insieme con quella francese, coniugando futurismo e cubismo sia in letteratura sia in pittura. Bei momenti epici per tutta l’arte europea che trovava sintesi eloquenti in Picasso e Braque, così come in Boccioni e Soffici, nelle parolibere di Marinetti e nei Calligrammes di Apollinaire, nelle prose scandalose di Italo Tavolato e nei componimenti fantasiosi di Max Jacob.

La mostra organizzata nella casa del Mantegna, è una primizia per la città, documenta l’insieme antologico del maestro con ottanta opere, dal 1913 al 1957, tra le quali diversi inediti, tenendo come linea principale una delle sue qualità essenziali: la pittura usata come strumento di provocazione e di rivolta. La pittura di Rosai, considerata quindi territorio sperimentale nel quale gli uomini e il paesaggio si integrano e, meglio, si comprendono.