Quattro volti in primo piano con la testa che scoppia, colpiti anziché da pallottole dalle parole“negro”, “terrorista”, “ladra”, “ciccione”. Insulti che sussurrati, o gridati, possono ferire più di quanto ci si possa aspettare, come testimoniano anche recenti fatti di cronaca.

Proprio per questo, i quattro epiteti sono al centro della campagna sociale lanciata da Famiglia Cristiana Le parole che possono uccidere portata avanti insieme ad Avvenire e alla Federazione italiana settimanali cattolici (Fisc) e realizzata dall’agenzia di pubblicità Armando Testa.

L’obiettivo è sensibilizzare la popolazione, e in particolare i giovani, sul tema del razzismo e della discriminazione. Radio, tv e giornali sono il mezzo di diffusione della campagna “on air”, ma in oltre 10mila parrocchie, oratori e scuole stanno arrivando le locandine.

“Le parole possono uccidere” è la prima di una serie di iniziative, raccolte sotto il concept #migliorisipuò, che vogliono promuovere una comunicazione sociale di qualità.

le parole possono uccidere

“E’ molto comune essere oggi, nel nostro Paese, oggetto di discriminazione. Basta essere immigrati, o anziani o donne. Se poi si è di religione musulmana, oppure obesi o di etnia rom, ancor di più – sottolinea don Armando Sciortino, direttore di Famiglia cristianaLa cronaca è purtroppo piena di episodi che sembravano scherzi ma sono tragedie.

Un giornale, specie se cattolico, non può rimanere inerte, mettere in cronaca l’ennesimo episodio di bullismo, di discriminazione sessuale o di razzismo e passare ad altro.L’ha detto Papa Francesco: parlar male di qualcuno equivale a ‘venderlo’, come fece Giuda con Gesù.

Con questa iniziativa vogliamo raccogliere il monito di Francesco. Vogliamo farlo, come nello spirito della nostra congregazione, usando codici di comunicazione attuali, comprensibili, efficaci. E vogliamo farlo insieme agli altri giornali cattolici, anche se sappiamo che queste immagini ci attireranno anche critiche, susciteranno anche incomprensioni, ma per noi è una battaglia di civiltà per il nostro Paese”.

Sulla stessa scia anche Marco Tarquinio, direttore di Avvenire: “ “Non c’è soltanto un modo per fare migliore il mondo, ma imparare a usare le parole con l’intelligenza e il rispetto che le persone, e le stesse parole, meritano – spiega – è un modo davvero alla portata di tutti. Dovremmo saperlo bene in un tempo come il nostro, segnato da un altissimo livello di scolarizzazione. Eppure le cronache di ogni giorno, anche nel nostro Paese, dimostrano che non lo sappiamo abbastanza. È un problema serio”.

le parole possono uccidere

La campagna è anche accompagnata da un’indagine realizzata da Swg questo ottobre attraverso una rilevazione demoscopica su un campione di 706 italiani maggiorenni iscritti alla community online Swg, rappresentativo della popolazione di riferimento.

La ricerca sottolinea il peso della narrazione collettiva nell’orientare i comportamenti: se è molto probabile che nessuno degli intervistati abbia vissuto l’esperienza diretta di un attentato terroristico di matrice araba, infatti, il 36 per cento dichiara di avere temuto che una persona araba vista all’aeroporto potesse essere un terrorista.

Allo stesso modo per quanto ben pochi, probabilmente, sono stati borseggiati da una persona di etnia Rom su un autobus, l’83 per cento degli intervistati dichiara di avere tenuto sotto controllo il proprio portafoglio quando una “zingara” è salita sull’autobus.

“Alla radice della discriminazione molto spesso vi sono emozioni che riducono la nostra capacità di analisi ed interpretazione razionale delle situazioni – spiega Swg -.Anche queste emozioni sono fortemente correlate alla narrazione collettiva prevalente”.

La ricerca ha sottoposto agli intervistati otto situazioni tipo, misurando le emozioni riferite per ciascuna di esse e i risultati evidenziano come vedere persone che chiedono la carità, un tossicodipendente accasciato su una panchina o un gruppo di persone Rom generino prevalentemente emozioni negative: nel 32 per cento dei casi disagio nei confronti dei mendicanti, nel 29 per cento rabbia nei confronti dei tossicodipendenti e nel 27 per cento paura nei confronti dei Rom.

Nell’indagine si è tentato anche di misurare come, in prospettiva, alcune situazioni potessero essere fonte di imbarazzo per gli intervistati. Da questo punto di vista si conferma come tossicodipendente e rom/sinti siano le categorie sociali nei confronti delle quali è più alto il senso di disagio.