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Le due figure femminili hanno entrambe un velo bianco sul capo.
L’una, è la rappresentazione della Vergine Maria, l’altra, pare che non sia dato il sapere chi sia, manifestandosi in una foggia agghindata secondo l’epoca propria pure di quel 1580, quale anno che risulta impresso nella scritta visibile in questo ex voto, collocato all’interno del santuario di Castelleone, in provincia di Cremona.

E’ uno fra i molti manufatti pittorici presenti nel cinquecentesco santuario mariano di questa località cremonese, intitolato alla “Beata Vergine della Misericordia”, in cui, tra altri significativi aspetti, si conferma la costante impronta di quella tipica caratterizzazione nella quale è espresso l’indirizzo di una mistica devozione, artisticamente enucleata in un privilegiato globo aureo di esplicita esternazione.

Maria, madre di Cristo e della Chiesa, ha, anche qui, la formulazione stilistica comunemente intesa nella pratica orante cattolica dove il culto si avvale di una codificata evocazione figurativa, mediante la quale, la destinataria di tale anelito, rivolto al sacro, è la declinazione, tutta al femminile, di una personificazione mariana, vestita nei paludamenti confacenti “una testa coronata” o, invece, definita in altri panni, a loro volta tratti dall’antico corredo folcloristico da semplice popolana, in una posa espressa nella composta e sobria sintesi materna di una sollecita presenza, esaltata nel significato di una celeste rivelazione sovrumana.

Anche in quest’opera, Maria ha in braccio il Bambin Gesù e dinnanzi a tale rappresentazione, configurata nell’alto del piano prospettico del manufatto stesso, si inginocchia il fedele di turno che, qui, è una donna di scuro vestita, con un candido velo che le lascia scoperto il profilo sinistro, per discendere, nel suo maggior cascame, sul lato opposto, nascosto alla vista di chi osserva l’ex voto stesso, pure abbellito, sulla linea dello spazio d’appoggio dell’impianto pittorico complessivo, da una spianata di fiori multicolori.

In questo caso, la figura devota, pittoricamente materializzata sulla tavoletta di legno che la ospita in una misura al pari di altre dimensionata, impugna, fra le mani giunte, un rosario, cadente in retta perpendicolare verso la base della medesima raffigurazione. In altre soluzioni, al posto di tale potente strumento di rogazione, appare, invece, un calice, stretto fra le estremità fidenti di un non meglio identificato uomo con la gorgiera, anch’egli in ginocchio, ma con lo sguardo alzato verso quanto il suo capo scoperto risulta rivolto in una calamitante corrispondenza, obiettivo d’intesa in tutto e per tutto incombente fra di sé e la Madonna stessa, configurata in un’aleggiante interazione sospesa.

PGR Lì 1831”, recita la scritta prorompente a caratteri cubitali da un altro ex voto, anch’esso custodito all’interno del Santuario di Castelleone, significando, oltre all’ovvietà dell’anno enunciato fra le lontane decadi della prima metà dell’Ottocento, la dichiarata e riconoscente ammissione dell’espressione “Per Grazia Ricevuta”, con la correlata immagine pittorica di un uomo disteso ai piedi di un’alta scala, con la probabile allusione figurativa al fatto che, tale misterioso personaggio, rappresentato con un cappotto a mantello, nell’eleganza propria di un uomo benestante d’altri tempi, era sopravvissuto incolume, da un patito infortunio, essendo rovinato a terra dalle scale, ma nell’aver evitato il peggio, per cui sentire il dover, per questo, ringraziare.

Anche qui, la Madonna, vigilante ed incoronata dalla resa figurativa di un vero e proprio diadema regale, con il divin infante in braccio nella sinistra e, nella destra, interessata, invece, allo sfoggio del rosario, aveva “guardato giù”, sul basso della precaria condizione umana, insidiata dal pericolo, sempre potenzialmente in agguato, nel travaglio dell’umanità, per chi crede, mediato dalla fede, quale metodo religioso di addivenire ad una dimensione trascendente della vita, congiunta a quella ultraterrena, in relazione ad una promessa d’evangelica esortazione messianica e provvidente.

Variante del rosario, un fiore, in mano alla Madonna che, in questo santuario, come solitamente accade nei luoghi consacrati a Maria ed attraversati da un’assodata tradizione popolare, assestata nella fioritura di una miracolistica ambientazione particolare, appare in alcuni ex voto dei secoli andati, nel taglio pittorico di una disarmante potenza narrante sia la portata di una testimonianza personalmente impattante che gli elementi utili per una caratteristica evocazione del periodo in cui tale straordinaria manifestazione si era constatata nella sua benefica proporzione d’utilità soverchiante.

Manifestazione, rispettivamente messa in relazione con un intervento mariano, come emerge nel diffuso stile vagamente “naif” di queste spontanee opere figurative di ringraziamento, che si rivela nell’emblematicità, ad esempio, dell’ex voto, correlato all’iscrizione dell’anno 1664, dove, a fronte del pio atteggiamento di una giovane dama, dipinta di bianco vestita, si apre, nell’efficace prospettiva dell’intera rappresentazione pittorica, il serpiginoso tratto di strada che conduce ad un edificio religioso, sopra il quale, ecco che svetta Maria Santissima, nel suo determinante intervento, profuso nell’assecondare un aiuto soprannaturale.

Chi versa infermo nel letto; chi, in questa condizione, è assistito e chi no; chi, altrove, appare, invece, a margine di una calamità naturale; chi, a differenza di tali casi e fra altri ancora, sembra abbia a ringraziare per lo scampato pericolo di qualche suo capo di bestiame, come, in vari ex voto, sembrano significare i quadrupedi ancor oggi allevati in un’economia agreste che, in questi casi appena accennati, si accompagnano al lavoro del rispettivo autore, coinvolto su commissione, nel produrre, con l’opera poi appesa nel santuario, la mirata attestazione di un grato segno di devozione, contestualmente ad alcuni tratti connotativi dell’epoca indirettamente testimoniata.

“Giulia Fasola”, nel 1798, è ritratta nell’opera che, con ogni probabilità, la vede rappresentata, con gli abiti dell’epoca, mostrando scoperta una gamba piagata e nell’atto di chiedere aiuto a Maria Santissima, dalla raffigurazione della quale si frappone il suo braccio innalzato con il rosario da lei impugnato, mentre, in un altro manufatto, da una spianata di fucili imbracciati da una serie di uomini con il turbante sembra ne siano usciti immuni i due personaggi nella divisa del loro tempo che fanno il paio nel lato opposto a quelli, come, pure, qualche ampia frazione di storia più in là, ecco che, nella esplicitazione grafica della città di “Spezia”, un dato ex voto riconduce ad una sorta di cantiere edile, rappresentato unitamente alla specificazione della data “8 maggio 1865” ed alla messa in chiaro della scritta di “Ramella Raffaello”, presumibilmente in capo all’identità della sagoma maschile distesa a terra, ai piedi di un alto edificio a più piani, tutto quanto imbrigliato da una fitta impalcatura di fitti pali.

Ciascun ex voto, analogamente al diverso genere di quelli, invece, realizzati nella forma stilizzata di un tridimensionale cuore di metallo prezioso, anch’essi esposti nel santuario, con gli usati riferimenti del caso, riportano ad un frammento di vita vissuta, suscitando, per quanto riguarda il ciclo pittorico delle opere rientranti in questo genere, la ricostruzione figurativa via via dedicata ad una data scena, condensata in interessanti e significativi aspetti che fondono insieme la molteplicità dell’incommensurabile scibile umano in una possibile trama evangelica, idealmente propria dell’episodio che inaugura miracoli e parabole, nei termini delle “Nozze di Cana” dove, ad investitura della mediazione mariana, Maria afferma, riferendosi a Gesù, “Fate quel che egli vi dirà”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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