I cultori del buon cibo erano avvisati: “(…) questo è un piatto che va preparato oggi e mangiato domani, a meno che non si possegga una buona ghiacciaia. (…)”.
Raccomandazione rivolta a chi, in tempi ancora senza frigoriferi, si accingeva a cucinare con gusto una ricetta prelibata.

Il piatto in questione era il “Tacchino con gelatina”, proposto tra le pagine della pubblicazione dal titolo “La Cucina Italiana” del primo dicembre 1937, dove una non meglio identificata “Frida” illustrava i particolari occorrenti per la propria ricetta: “Procurarsi una quantità di tacchino proporzionata al numero dei commensali, farlo a pezzi, con taglio netto, quindi metterlo a cuocere con poca acqua in una cazzeruola con una o due zampe di vitella da latte, secondo la quantità del tacchino, divise a metà; aggiungendo qualche carota ben spellata, alcune costole di sedano delle più tenere, liberate dai loro filamenti, e sale a sufficienza. Quando il tacchino è cotto, toglierlo dal fuoco e accomodarlo in un vassoio grande e fondo. Togliere pure dal brodo le costole e le carote e, se son cotte, anche le zampe di vitella: altrimenti lasciarle bollire ancora, pian piano. Al momento giusto, ritirare le zampe dal fuoco, disossarle, tagliarle a quadretti e con tali quadretti inframmezzare i pezzi di tacchino, in modo da formare un solo strato nel vassoio. Su questo strato disporre le costole di sedano e le carote tagliate a pezzetti della stessa grandezza: quindi, versarci sopra il brodo, accuratamente sgrassato, e colato attraverso una salvietta”.

Tali indicazioni corrispondevano ad una certa dotazione di prodotti preventivati in quantità, in quell’assortimento che si traduceva, comunque, nella sedicente semplicità, attribuita dal medesimo periodico, alla agevole possibilità di una serie di minimi accorgimenti, per realizzare ciò che era pure presentato nell’affermazione che “Più semplice di così, la gelatina non potrebbe essere: ma è buona lo stesso. Saporitissima”.

In una più esigua disponibilità, ragionando, cioè, nei termini direttamente ispirati all’enunciato parimenti pubblicato, qualche pagina più in là, con l’intitolazione “Per l’autarchia alimentare”, era, invece, la volta delle uova e delle galline, a rappresentare l’opportunità alimentare costituita dalle tradizionali risorse risultanti maggiormente proprie di un assodato retaggio rurale, mediante le sue più comuni prerogative abituali.

Per l’assistente sanitaria Amalia Piscel, era il caso di poterle presentare, in un più ampio contesto di fattibilità generale, attraverso l’asserzione di “Uova e galline nella piccola economia domestica”, a prescindere dalla pertinenza sociale ed ambientale dove i suoi consigli andavano a proporzionare un pollaio, nell’ipotesi che tale cura fosse presente in ogni nucleo famigliare.

Le condizioni, ove possibile, era da lei ritenuto che si tentassero a tal fine, perchè “(…) Quattro galline ovarole giovani, danno in media 800 uova annue che, a quattro centesimi, rispondono alla bella cifra di 320 lire. Sui tre anni le galline si mangiano, ognuna raggiungerà in media il chilo e mezzo; a lire 8, ognuna dà carne per circa lire 12; con 14 – 15 lire si compera una pollastrina di due mesi e mezzo o tre, di razza livornese, la migliore come ovarola, seguita pista a pista dalla padovana, gallina molto forte e punto delicata per il mangime. (…)”.

Questa stima teneva conto anche dei mezzi più semplici con i quali cercare di far fronte a quanto fosse necessario, per garantire tale piccolo allevamento domestico, anche facendo “(…) fruttare gli avanzi di cucina. Gli avanzi che si buttano, non quelli che si fan ritornare in tavola sotto mutate spoglie. Si può calcolare di poter mantenere un capo di pollame per ogni componente la famiglia. E’ necessario sradicare la credenza che sia utile cuocere il pastone delle galline. E’ uno sbaglio. Essendo l’uovo, forse, il cibo più ricco di vitamine, la gallina, particolarmente, se rinchiusa nel pollaio, deve ricavare tali vitamine, dal vitto che le viene somministrato e che troverà abbondanti nel cibo crudo, più abbondanti ancora nelle farine crude e nelle verdure. (…)”.

L’alimentazione migliore da somministrare, ritenuta importante per una resa di qualità e per una produzione sostanziale, pare che andasse a sollecitare la preferenza verso una genuinità di prodotti direttamente ricavati da una sorta di essenziale filiera naturale: “(…) Alimenti eccitanti per facilitare la deposizione delle uova sono: farina di fieno di trifoglio ed erba medica; farina di carne o di pesce, ortiche secche pestate, avena, grandi di seme canape, di girasole ecc…sempre si intende in dosi limitate e miste ai soliti alimenti: crusche, insalate, cavoli trinciati, granaglia. Niente patate cotte e poco granoturco o riso, essi tendono a fare ingrassare le galline ed, allora, non danno più uova. Verdura! Verdura! Verdura!. (…)”.

Dalle pagine dicembrine dello stesso mensile, un ulteriore appello lanciato a favore della scelta autarchica, anche in cucina mossa a privilegiare i prodotti nazionali, emergeva da uno scritto a firma di Amedeo Pettini, “Capo Cuoco di Sua Maestà il Re”, in cui, tra l’altro, l’autorevole esperto del settore culinario andava affermando: “(…) i legumi ridotti in farina, starebbero a rappresentare l’essenza di ciò che fu detto la carne dei miseri verso la quale mi sento trasportato da una sincera simpatia; per quanto essa non possa essermi accreditata – e ne ringrazio la Provvidenza – che dalla battaglia autarchica. Posta alla bell’e meglio la questione teorica, vediamo ora di passare alla pratica, tutta roba buona s’intende. Zuppa di farina abbrustolita: sciogliere un pezzetto di burro o dello strutto di maiale od olio ed incorporatevi metà farina bianca e l’altra parte di lenti(cchie) o di fagioli; tramenate a lento fuoco fino a che le farine prendono un colore nocciola. Lasciate un po’ raffreddare, quindi bagnate con acqua d’erbe o brodo, ma che sia freddo allo scopo di impedire che si formino dei bozzoli; fate riprendere il bollore. Vorrei che provaste ad aromatizzare questa zuppa aggiungendovi un pizzico di semi di comino, ovvero di finocchio ed anche del basilico secco o fresco; questi odori rendono grata al palato ogni vivanda, sono squisiti aromi agresti che i nostri antichi predilessero con perfetto gusto improntato a veri principi igienici. Servite questo brodo con crostini abbrustoliti. Zuppa destrinizzata, ossia facilmente digeribile, che riduce le flatulenze, nutrientissima. (…)”.

Fra le altre proposte, specificate da questo giornale della seconda metà degli anni Trenta, anche quelle pervenute in redazione, all’attenzione della direttrice, come contributo delle lettrici, in qualità di volonterose firmatarie di ricette di vario genere, anch’esse formulate con un occhio di riguardo ai prodotti nostrani, come ad esempio, nel caso del semplice e robusto “Cavolfiore Aromatico” che si trova trattato nella sezione editoriale annunciata a tutta pagina con il titolo “La collaborazione delle abbonate”.

Una tal Maria Franzoni spiegava come realizzare la messa in tavola di questo resistente prodotto della terra, secondo quegli accorgimenti che lo ponevano al centro dell’accennata ricetta: “Mentre per venti minuti farete cuocere un bel cavolfiore, preparerete tritato finissimo uno spicchio di aglio, un quarto di una cipollina, un pizzico di prezzemolo, due o tre foglioline di rosmarino, altrettante di basilico, due chicchi di ginepro, un pezzettino di buccia di limone. Mettete questo trito in una scodella, aggiungete sale, pepe, olio e aceto, indi, con una forchetta, montatelo, battendo lesto e forte; poi versatelo sul cavolo che, caldo, ma ben sgocciolato dall’acqua, avrete disposto intiero in un’insalatiera.”.

A tirare le somme delle idee aleggianti su quel periodo, nel modo in cui erano promosse da parte della propaganda ufficiale, tanto che pervadevano anche questo periodico a tiratura nazionale, si delineavano, contestualmente al dettaglio di pratiche ricette, anche le considerazioni di un non meglio specificato “Giuliani” che, fra altre sue interpretazioni dello spirito autarchico da confutare nel confronto fra i risvolti di più cose, spiegava che “(…) Abbiamo la conserva di pomodoro inseparabile dagli spaghetti, i sottaceti di Milano, le olive farcite di Catania, i carciofini all’olio di Roma, gli ortaggi in conserva di Napoli e le marmellate svariatissime prodotte da ogni regione d’Italia. Per poco che si studiasse, mettendo in quest’ordine le materie basilari nostre, per la nostra cucina: pasta, legumi, frutta, poca carne, un’adeguata quantità di vino e un po’ di caffè, non esisterebbe in Europa una mensa varia quanto l’Italiana. (…)”.