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09La morte veniva dal cielo ed aveva il volto inesorabile e distruttivo dei bombardamenti. Cielo e terra erano uniti nel medesimo sfondo delle operazioni di guerra e quanto ne faceva le spese era per lo più tutto ciò che, fra la volta celeste ed il suolo, veniva a trovarsi inerme nel mirino degli aerei assalitori.

I bombardamenti erano apparsi con determinante incidenza nel corso della Seconda Guerra Mondiale come una fra le prerogative belliche sempre più praticate nella propria effettiva capacità devastante, non solo su obbiettivi militari, ma anche sulle popolazioni indifese dei centri abitati, situati nei territori delle rispettive nazioni in contesa.

Anche il territorio di Brescia, prendendo, ad esempio lo spunto della vicina località di Travagliato, ha subito alcune incursioni aeree. In questa zona, prossima al capoluogo bresciano, tali azioni offensive si sono tramutate in mitragliamenti e, in alcuni episodi, anche in bombardamenti, con i danni ne sono tristemente derivati e che i registri delle scuole elementari del paese, riferiti all’anno scolastico 1943- 1944 riportavano fra le proprie pagine, quale testimonianze significative dei sentimenti tipici di tutta l’Europa in fiamme.

Erano i bombardamenti dei cosidetti “liberatori” anglo-americani che, nel avversare i tedeschi ed i loro alleati italiani rimastigli fedeli, colpivano anche la popolazione civile, soprattutto se situata in vicinanza di importanti linee di comunicazione, di centri di produzione e di altri luoghi di interesse strategico o anche di probabile rilevanza per eventuali piani riservati di natura militare che mostravano la fredda determinazione della guerra, spinta alle più estreme conseguenze, nella quale, ai campi di battaglia, si assommavano anche le distruzioni fra le indistinte dimore nella popolazione di ogni età e condizione sociale.

A Travagliato, era il 15 febbraio 1944, quando il maestro della classe quarta A confidava al proprio registro: “…..Oggi poi tutti sono (o siamo) scombussolati per il bombardamento aereo di ieri a Brescia. E’ il primo anello di una lunga catena? Oh! la barbarie umana!….” . E’ un interrogativo al quale la storia dei giorni a venire ha naturalmente risposto in senso purtroppo affermativo e che rivelava l’ineluttabile incertezza con la quale si affrontava il domani precario di sicure promesse e di fondate assicurazioni di incolumità per il periodo da resa dei conti a cui si era giunti. Lo stesso insegnante aveva fatto proprie alcune osservazioni d’inizio anno scolastico che, messe sul registro l’otto di novembre, come primo giorno di scuola, riassumevano, in una sintesi significativa, le motivate apprensioni del momento: “8 Novembre 1943. Primo giorno di lezioni in quest’anno di novità oscure, di avvenire incerto, di dolore che strazia l’animo di ogni buon cittadino, specialmente di chi, come il sottoscritto, ha sacrificato gli anni migliori della propria giovinezza nella grande guerra che diede, con la vittoria, l’unità territoriale e politica a questa diletta ed or tanto martoriata patria. Aula deserta……… di quadri: Cristo solo, dalla sua croce, veglia e protegge. Ah! Caducità delle cose umane!“.

I quadri, testualmente accennati, come raffigurazioni delle autorità che erano solite campeggiare anche sulle pareti degli ambienti scolastici, si possono probabilmente ascrivere a quelli di Mussolini, esautorato dal Governo il venticinque luglio precedente, e quello del re d’Italia Vittorio Emanuele III, nel frattempo, riparato nelle Puglie in seguito all’occupazione militare tedesca del territorio italiano.

Nei giorni contemporanei allo scritto evocato, l’Italia era teatro di guerra, anche fratricida, in cui una parte del territorio nazionale gravitava intorno alla progressiva influenza delle armate angloamericane ed il resto della penisola, ormai quindi divisa, faceva, invece, capo nelle regioni più a nord, alla neocostituita Repubblica Sociale presieduta dallo stesso Mussolini.

La scuola, in quel lontano anno scolastico, giunto ormai allo scoccare del quarto suo avvicendarsi dall’inizio della guerra, è segnata dalla prepotente incombenza delle incursioni aeree fin dai primi giorni di lezione, così come si ha conferma, in tale senso, dalla diretta testimonianza che la maestra della classe terza maschile affidava, fra le tante altre sue considerazioni al pari dei suoi colleghi, sul proprio registro scolastico: “13 Novembre 1943: il segnale d’allarme interrompe le lezioni. Gli alunni molto irrequieti, vengono portati all’aperto. Non è possibile calmarli……Fortunatamente all’una e dieci suona il cessato allarme e ognuno può raggiungere la propria abitazione“.

Era un’angosciante esperienza destinata a ripetersi e, quindi, a rinnovarsi nella propria infelice portata di sconvolte apprensioni suscitate dall’incontrollabile rapporto di causa ed effetto fra l’apparire minaccioso degli aerei, il potenziale carico di armamenti e l’effettivo riversarsi dell’operazione aerea su obiettivi, ai più, sempre incogniti, ma tutti plausibili per chi subiva la discrezionalità degli aggressori quindi vera, nel contesto di un’effettiva cronaca realmente vissuta. La stessa maestra, autrice della nota appena citata, confidava al proprio registro in data 28 gennaio 1944: “Un quarto d’ora prima del mezzogiorno la campana del segnale dell’allarme interrompe la lezione. Uscimmo in ordine e ci recammo nel corridoio del piano inferiore. I bambini si lamentano perchè hanno……. appetito e non capiscono che il loro sacrificio è assai poca cosa in confronto al terrore di un bombardamento!“.

Attraverso la lettura dell’appunto fatto dalla medesima insegnante qualche giorno dopo e, più precisamente, il 15 febbraio 1944, l’innocenza dei piccoli scolari si riveste di spontanea e di efficace umanità nella consapevolezza dei tragici eventi militari del tempo: “Per la prima volta ieri, Brescia ha subito l’incursione aerea nemica. Oggi i miei bambini mi domandano premurosamente se anche la mia casa è colpita. Fortunatamente no! Sono riconoscente a quei piccoli che tanto si preoccupano di me.”

La maggior parte dei registri scolastici di quel tanto tormentato anno di scuola sono concordi nel dare particolare rilievo all’avvenimento del primo bombardamento della città, vicina a Travagliato, con tutti quei dettagli e quegli aspetti umani delle varie e contrastanti emozioni provate sotto lo stesso cielo di guerra che, probabilmente meglio della memoria sopravissuta fino ad oggi dei contemporanei ai fatti in questione, sono rivelati dettagliatemente quasi come fossero accaduti ieri, nei registri di classe aperti alla pagina del febbraio 1944.

14 febbraio 1944: mentre venivo a scuola, ho sentito suonare l’allarme in città. Giunta nel cortile, trovai le colleghe che attendevano il suono della campanella. Attratte dal rumore di parecchi aereoplani, guardammo nel cielo e vedemmo numerosi aereplani descrivere un ampio cerchio e lasciare una scia fumogena. Pensammo subito che fossero areoplani nemici e salimmo in classe. Alcune scolare piangevano per la paura. Avevamo incominciato le nostre lezioni quando sentimmo tremare fortemente i vetri e il fabbricato scolatico. Nello stesso tempo sentimmo suonare la campanella dell’allarme e scendemmo subito nel rifugio ove rimanemmo fino al cessato allarme“: così si esprimeva quel giorno la maestra della quinta femminile nel commento giornaliero stilato sul proprio registro scolastico.

L’indomani, una simile apprensione era destinata a riproporsi nella scuola in questione con un’ulteriore incursione aerea, così commentata dallo scritto affidato alla stessa fonte documentaristica fin qui esaminata, e cioè, nella sezione “cronaca ed osservazioni dell’insegnante sulla vita della scuola”, dalla maestra della classe prima mista: “16 febbraio 1944. Anche oggi un’oretta nelle cantine. Molti bimbi sentito l’allarme non si sono presentati. Così lo svolgimento del programma non può continuare con regolarità. Speriamo che domani nessuno venga a disturbarci“.

Altra speranza e soprattutto diversa preoccupazione dimostravano di avere invece i genitori degli scolari che avevano un modo, alquanto esplicito, di dimostrarlo agli insegnanti, nelle varie occasioni nelle quali il pericolo gravava maggiormente in intensità: “29 marzo 1944: alle ore 11,40 la scuola è disturbata dall’allarme. Ci portiamo in ordine nel cantinato a noi assegnato dove ci sono pure altre scolaresche. Ma il solito inconveniente, davvero poco simpatico, viene a disturbare la disciplina nostra e quella degli scolari. Mamme spiritate e furiose, parenti eccitati vogliono a tutti i costi che si consegni loro i propri figli. Dapprima noi respingiamo i loro desideri, ma poi…… di fronte alle loro minacciose insistenze siamo costrette a cedere sotto la loro responsabilità”. Oltre alla nota appena citata, messa sul registro di scuola della quarta femminile dalla rispettiva insegnante, anche quanto scritto il giorno dopo dalla maestra della prima femminile, a commento della medesima e sofferta giornata, confermava il comprensibile clima di paura generale: “Ieri i genitori dei nostri scolari che non sanno rassegnarsi a vedere i loro piccoli nei rifugi della scuola, al nostro rifiuto di lasciarli uscire, hanno risposto con minacce. Sarebbe comica prenderle a 40 anni!“.

Alla sottile vena d’ironia della maestra che coglie l’aspetto tragi-comico compreso nella pesante gravità dei fatti, si aggiunge, nella storia dei giorni seguenti, una disposizione formale che pareva tentare di fare chiarezza, in una ritrovata armonia, pacificando l’eventuale assurda conflittualità fra educatori e genitori per l’incolumità dei piccoli scolari.

Nell’architettura fascista della scuola travagliatese, fra classi con una media di quaranta scolari per ambiente d’assegnazione, la maestra della prima B maschile scriveva, infatti, fra i propri appunti, alla data del giorno 12 aprile 1944: “Ho trasmesso il provvidenziale provvedimento che permette ai genitori di ritirare i propri figlioli in caso d’allarme. Noi abbiamo dei rifugi più che inadatti a temevo tanto per i miei piccoli. Finalmente i superiori sono venuti nella desiderata determinazione di concedere alle famiglie quanto loro agognavano“. Sulla base di una circolare del novembre precedente, riguardante gli allarmi aerei, i rifugi dove cercare scampo ai pericoli delle agguerrite avvisaglie belliche, erano individuati negli scantinati centrali che nel corridoio a pianterreno dell’edificio scolastico, a quell’epoca poco più che decenne, dal tempo della sua costruzione, ed anche nell’uscire all’aperto nei campi vicini, così come si legge in data 16 febbraio 1944 sul registro della terza F: “E’ stato dato l’allarme a Brescia alle ore 12,15 e molte scolare sono state trattenute in casa dalle famiglie. Si sentiva a bombardare a nord-ovest, ma nel cielo non si vedevano nè sentivano gli apparecchi nemici. Ho preso la classe e l’ho condotta in campagna a far scuola all’aperto. Vi ho tenuto la lezione d’aritmetica; al cessato allarme siamo ritornate in classe, alle ore 14“.

Non c’era alcun posto, invece, per rifugiarsi dall’intero marasma d’eventi circostante, estraniandosi, cioè, da quei giorni intrappolati nella guerra che sarebbe continuata ancora ed avrebbe quindi protratto gli effetti del irreversibile contrapporsi fra due fronti, almeno, ufficialmente, fino alla fine dell’aprile del 1945. Un lento epilogo di una guerra mondiale durata per l’Italia poco meno di un quinquennio che riecheggiava anche da una pagina all’altra dei registri di scuola dove, fra dettati, favole, dinamiche aritmetiche, vocali e consonanti fino alla quasi sconosciuta lettera zeta, il programma svolto lasciava posto alle apprensioni ed alle genuine considerazioni di alcuni contemporanei di quel periodo, sui fatti che ancora per qualche tempo avrebbero prepotentemente condizionato la vita di tutti.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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