Quanti sono laggiù nel fondo del mare, quali i loro visi, la loro voce e i sogni affondati con gli infami barconi che da anni traghettano disperati da un inferno all’altro e ingrassano i “Caronte” dell’era globalizzata. Forse non lo sapremo mai, forse nessuno si prenderà cura di raccogliere i loro nomi, semplicemente perché sono un imbarazzo collettivo, una vergogna, una macchia di cui nessuno vuole sporcarsi il vestito. Sono fatti scomodi che alimentano l’indifferenza, oggi giorno debbono essere in tanti a morire per fare notizia, non basta la sofferenza di un’umanità disperata che ogni giorno fugge dal Corno d’Africa, dalle regioni sahariane e principalmente dalle guerre, dalla fame e dalla violenza.

Il “mare nostrum” culla della storia del Mediterraneo, delle tonnare, delle leggende della gente di mare, delle spiagge e delle coste meravigliose sta diventando la tomba del genocidio dei “figli di un Dio minore”, quel braccio di mare splendido sta scrivendo nei giorni nostri la storia più squallida, divenendo  racconto di una dannata povertà assume un volto ancor più dissacrale.

Attorno a tutta questa drammatica vicenda umana ruota una babele di voci che s’alzano senza comprendersi e politiche che sfiorano il rispetto dei diritti umani. Il Papa fa la voce grossa e riceve una risposta stizzita dal politico di turno, le organizzazioni umanitarie rivangano la Shoah. Pescatori divenuti soccorritori per lealtà con le leggi non scritte del mare, capitanerie che mandano navi da carico a caricare quel che resta di una tragedia che insanguina il nostro tempo e poco le nostre coscienze.

In questo uragano di polemiche di squallida apatia naufraga la pietà e il rispetto umano e torna a galla la più bieca indifferenza, indegna di una nazione civile. Intanto i pochi superstiti su quasi mille anime, vittime inermi d’un destino amaro e salvi al limite, raccontano scene di tale crudeltà disumana che si fatica a credere.

L’Italia è solo la porta d’ingresso di “casa Europa”, gli altri inquilini dove sono? Dinnanzi all’esodo biblico di migliaia di anime disperate non si può far finta di nulla. La vicenda ben più grave è quella ignorata da tutti e difficilmente testimoniabile. Inizia dai paesi africani o asiatici dove parte la fiumana di disperati in cerca d’un miraggio di una vita degna, un miraggio che naufraga ancor prima nel deserto o nelle mani spietate dei commercianti di carne umana, che nel mare. Nessuno è testimone di quello che succede in Libia o in altre zone vicine, dove i centri di accoglienza sono “discariche umane”, dove si ammassano vite di donne, bambini e uomini pronte per essere sfruttate e lapidate dalle organizzazioni malavitose, caricate su navi “bestiame” per poi essere usate come “animali da lavoro” (Italia compresa!).

Noi tutti ora stiamo vivendo un momento storico di cui potremmo vergognarci un domani, dinnanzi ai nostri figli. Intanto l’Africa rimane l’ultimo serbatoio al mondo da dove si può succhiare energia e ricchezza senza che nulla ricada sulle popolazioni locali, causa primaria del grande esodo. Noi inermi cittadini possiamo continuare a parlarne, a chiedere spiegazioni, a raccogliere testimonianze, a invocare giustizia e rispetto dei diritti umani. C’è una convenzione da sempre tra la gente di mare: i naufraghi devono essere condotti in un porto sicuro. Non dobbiamo lasciare che un’umanità già provata da miseria, povertà e guerre naufraghi nel mare dell’indifferenza.

 

 

Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.