Brescia (maggio 1899) – Pare che, in quel periodo, la gelida brina funestasse i più teneri virgulti primaverili che già adornavano il paesaggio. Un fenomeno di passaggio, sul profilo vivente, che si stemperava nell’ambiente dove la realtà modella, da sempre, la propria manifestazione più evidente.

All’opposto, sotto la scorza inerte di un frequentato piano di battuta perenne, la terra rivelava, contestualmente, il lascito di obliati scampoli di vita, immiseriti nei resti di quelle spoglie mortali che una popolare arteria di Brescia restituiva al tempo allora incombente, secondo i termini inattesi di una scoperta dall’eco prorompente.

Tale rinvenimento pare si sia, fra l’altro, prestato ad essere funzionale per il tratteggiare, della città stessa, uno spaccato speculare a certe tracce di epoche assai remote, restituite alla soglia della modernità, nella stesura di un subitaneo resoconto, scritto a chiare lettere e trapuntato da correlate pertinenze.

Per questo avvenimento, destinato a rinnovarsi in una serie ravvicinata d’eventi, “La Sentinella Bresciana” di giovedì 11 maggio 1899, pubblicava: “Scoperta di una tomba ed ossa umane. Lungo il tratto della Pallata e su su per il Corso Mercanzie si stanno eseguendo di questi giorni gli scavi per la nuova canalizzazione dell’acqua potabile. Gli scavi raggiungono in quella località una grande profondità e i numerosi operai lavorano alacremente giorno e notte appunto per sbarazzare al più presto possibile una strada così stretta e di tanto passaggio. Verso le ore 18 di ieri, mentre un operaio erasi di fronte alla elegante bottega del parrucchiere sig. Guido Bettinardi, si sforzava di approfondire il piccone in uno strato molto duro, l’ingegnere signor Cassa, che assisteva ai lavori, si accorse, da una specie di rumore sordo, che il piccone stesso batteva sopra un volto. E non si era ingannato. Si trattava di una tomba, nella quale furono trovate molte ossa umane e un teschio in cattivissimo stato, in causa dell’acqua che filtrava nella tomba medesima. Una delle pareti della tomba portava una epigrafe in latino, ma non ci fu dato di poterla decifrare. Moltissimi furono i cittadini che, attratti dalla curiosità, si recarono sul luogo”.

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Corso delle Mercanzie

Luogo che è rappresentativo di quella contrada dove la caratteristica torre della “Pallata” pare porsi a varco della sua entrata, delimitando il tracciato di un corso stradale che, con l’attuale denominazione, dedicata a Goffredo Mameli, lo collega pure alla zona che, verso il sorger del sole, s’approssima a palazzo della Loggia, quale struttura analogamente innalzata, secondo una sopravanzante mole, tipica, però, di un’architettura di tutt’altro tenore.

Un paio di giorni dopo, “La Sentinella Bresciana” aggiornava la precedente informazione, traducendo in testuali parole quanto ancora, dal suolo cittadino, di un antico passato, ne emergevano ancora le prove: “Scoperta di altra tomba e di una lapide. In via Mercanzie, presso il negozio del parrucchiere signor Guido Bettinardi, proprio di fianco alla tomba che è stata rinvenuta mercoledì u.s. Mentre si eseguivano gli scavi per la canalizzazione dell’acqua potabile, nel pomeriggio di ieri si trovò un’altra tomba di forma diversa dalla prima, contenente pure delle ossa umane. Ma anche queste ossa, in causa dell’acqua che filtrava nella stessa tomba, erano ridotte in cattivissimo stato. Presso il torrione della Pallata si è pure trovata, a poca profondità, una piccola pietra in forma di lapide, portante la seguente epigrafe: “Tib Claudi Pusinionis Inf. P. XIII” che si può interpretare così “Tiberii Claudii Pusionionis In fronte pedes quattordecim” e cioè “Di Tiberio Claudio Pusionione”. Il rimanente dell’epigrafe dovrebbe significare che il monumento che sorgeva sulla tomba di Tiberio Claudio Pusinione, misura in fronte quattordici piedi”.

Una quota parte di storia, ormai perduta in un’altra dimensione ed, inaspettatamente, apparsa a margine di un progetto d’utilità pubblica, all’epoca ancora in fase di attuazione, sembrava intrecciarsi in quella migrazione dei giorni dove le diverse bisettrici del tempo parevano mescolarsi in un’unica soluzione nella quale poter anche intoppare in ciò che, d’epoche remote, si imponeva ad una corale attenzione.

Il sopra menzionato giornale, relativamente all’edizione del 14 maggio 1899, sviluppava altri particolari, fattibili di essere complessivamente associati ai vari aspetti dell’esaminata questione: “Continua la scoperta delle tombe. Una specie di propagginazione. Sempre in via Mercanzie, dove, sotto la sorveglianza dei fratelli Mangiante e dell’ingegnere Cassa, continuano alacremente gli scavi per la canalizzazione dell’acqua potabile, ieri si sono trovate, lungo il tratto che corre tra la farmacia Grassi e la Camera di Commercio, tre altre tombe. Contenevano molte ossa umane che vennero raccolte e poste in tre sacchi per essere poi trasportate al nostro cimitero. Su quel tratto di strada, a giudizio di molti, se ne troveranno parecchie altre. A proposito degli scavi di via Mercanzie, ieri notte, poco mancò che avvenisse una grave disgrazia. Un facchino di Porta Venezia, poco dopo la mezzanotte, mentre piuttosto alticcio passava presso il caffè Romiglia, ebbe a perdere l’equilibrio e a precipitare nella profonda buca scavata in quella località. Sia per la sbornia, sia perchè tramortito dal colpo ricevuto, fatto sta che il disgraziato facchino non potè uscire da quella specie di tomba, nella quale finì con l’addormentarsi profondamente. Ieri mattina, per tempo, gli operai, recatisi al lavoro, avevano già incominciato a gettare nella detta buca alcune palate di terra, quando sentirono dal di sotto una voce fioca e lamentevole. Gli operai si guardano da prima l’un l’altro, trasognati, poi ficcano lo sguardo laggiù, e scorgono il disgraziato facchino, tutto imbrattato di fango e di sangue che gli sgorgava da una piccola ferita riportata alla testa. Il facchino, non più ubriaco pel vino, ma quasi quasi per lo spavento, fu liberato dalla forzata prigione”.

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Rilievo su corso antico delle mercanzie

Oltre alla veridica percezione delle rilevate sepolture, con le loro scheletriche figure evanescenti, la compenetrazione dei fatti, instauratasi nella concretezza dei lavori insieme all’opportunità del poterne recare la notizia, permetteva pure di ulteriormente appurare, a diretto rimbalzo di quegli avvenimenti, anche la natura di un vissuto panorama urbano, alquanto rappresentativo di luoghi e di esercizi vari ai quali ricondurre le diverse attività presenti in un popolato contesto cittadino che, nell’ambito di questo vetusto corso viario, contraddistinto dal nome allora in uso, appare, nelle cronache esaminate, con una serie di aspetti che vi risultano concernenti.

Anche la notizia, data, dallo stesso quotidiano locale, il 19 maggio 1899, precisava una circostanziata dinamica circa le spoglie mortali restituite da quel tramontato altrove che appariva collocato a ridosso di un subentrato e bene identificabile emporio, come primo riferimento d’ubicazione rispetto ad un’altra effettuata scoperta, verso la quale se ne riconosceva, anche giornalisticamente, lo spessore: “Rinvenimento d’altre ossa umane. Ieri mattina mentre i commessi del negozio di cartoleria della ditta Balestrini, in via Mercanzie, stavano aprendo le imposte della bottega, si accorsero che il pavimento verso la strada mostrava delle screpolature. Giustamente dubitando che il terreno avesse più o meno sensibilmente ceduto per gli scavi che si stavano fecendo in questi giorni in quella via, avvertirono subito della cosa un vigile, il quale si recò alla sua volta prontamente a renderne edotto l’Ufficio Tecnico Municipale. Pochi momenti dopo furono sul luogo i fratelli Mangiante i quali, constatate le screpolature, diedero subito mano a quelle opere di precauzione che il caso suggeriva. A breve tratto di distanza dalla casa Balestrini, durante gli scavi, a molta profondità, si rinvennero molte altre ossa umane che furono raccolte in un sacco e trasportate al nostro cimitero. Era corsa voce che fossero state scoperte altre tombe, ma questa notizia è insussistente”.

Secoli e secoli, superati nell’approdo di un comune ossario, sancivano, nel cimitero cittadino, l’abbraccio fra generazioni, transitate su uno stesso territorio, dove il tempo sembrava parificare gli estinti d’allora con i trapassati di chissà quanti anni prima, distribuiti nell’ombra di ciò che per tutti è stato palpito di vita, ad un certo qual momento abbandonato dietro la soglia oltrepassata su un’altra prospettiva.