Mantova – La città è come un accampamento in cui brillino i fuochi di mille libri, attorno ai quali si crean girandole di folla che si radunan e disperdono seguendo la curiosità o il gusto delle proprie letture.

Non poche sono le meraviglie architettoniche ancora incartate nelle impalcature in cui la sovrintendenza le ha ingabbiate dopo il sisma del 2012, e ciò irrita talvolta l’occhio vorace del viaggiatore, che vorrebbe vederle torreggiare libere fino a scalfire le nubi, abbracciandole nella loro intera e nuda monumentalità.
Ma ovunque si respira un clima di tiepida serenità estiva che pervade le tende dove dormono pile di libri in attesa dell’incontro con l’autore, che scivola sul selciato insieme alla frenesia di suole dei volontari e dei visitatori, che risale e unisce tutta la città come un sottile filo d’inchiostro cucito alla pelle.

La città è un ricamo a trame di pietra e asfalto, un giardino dove gli spiriti si trascinano inversamente al sole, un concerto d’anime che suona le vie del centro come corde di una chitarra.
Rigagnoli di sampietrini scorrono imbrigliati e abbracciati a muri alti e antichi, sfociando in intime piazze dai margini d’ombra, ove non vibra che il deserto silenzio del pomeriggio, o le sinfonie di passi a tempo vario della quasi sera, o l’allegria ebbra e quasi onirica della notte.

Non v’era un tempo che l’urlare sordo e soppresso dell’aria, ma in questi giorni di festival é ovunque un fiorire di bluse blu, voci, e vita multiforme. In ogni angolo e corte prima morta s’insinua il rumore delle persone, delle pagine sfogliate dal vento prima ancora che dalle mani. Un cuore di carta pulsa e veste questa città, traghettandola nell’animo del viaggiatore che vi si perde.