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Il colore mi possiede. Non ho più bisogno di inseguirlo: mi possiede per sempre, lo so.
Il colore e io siamo una cosa sola.
Io sono un pittore”. – Paul Klee

Mantova – La Galleria Arianna Sartori, ospita la mostra “Visioni” dell’artista Domenico Gentile, un’installazione di oltre trenta dipinti che ripercorrono i principali momenti creativi dell’artista. L’inaugurazione della mostra è animata dalla esibizione del quartetto swing “Gipsy Club” e dai “Gusti&Sapori” di Paolo Brunetti.

Domenico Gentile nasce a Salerno nel 1933 e della sua terra manterrà l’accento, l’amore per la luce e il colore, la vocazione a sdrammatizzare ogni accadimento, il fatalismo e, forse, un pizzico di superstizione. Per il resto sceglierà Mantova, per viverci, per lavorare, per radicarsi come uomo e come artista. Una scelta alla lunga deleteria per le sue articolazioni e cartilagini, ma di certo fortemente voluta e cercata, in nome di quella temperie culturale che negli anni sessanta si era creata nella nostra città, per quella vivacità di pensiero che si respirava nella “mitica” Libreria Greco, animata da personalità di spicco quali Francesco Baratta, Mario e Umberto Artioli, Renzo Margonari, ecc. presenze stimolanti che si aggiungevano alle frequentazioni prepadane di Alfonso Gatto e Filiberto Menna, a completare una formazione culturale di ampio respiro, ad acuire una sensibilità ormai pienamente votata alla ricerca pittorica. I frutti di questa attività instancabile, condotta per oltre cinquant’anni, sono in minime parte rappresentati in questa mostra che la Galleria Arianna Sartori ha voluto dedicare a Domenico Gentile, a pochi mesi dalla sua scomparsa, mantovano per scelta e artista per vocazione, una delle voci più singolari e propositive del dopoguerra.

«Gentile, salernitano, pittore di amorevolmente coltivata estrazione figurativo-paesaggistica, vive da vari anni nel Nord; molti degli scritti cui ho accennato si soffermano su di una trasformazione dei dipinti (avvenuta con il cambiamento di vita) troppo caratteristica perché sia casuale. Quindi ipotizzano l’influenza su di lui dell’ambiente nuovo, con i problemi che sono propri delle zone passate dall’economia di mercato a quella industriale e divenute ricche più di quanto altrove si supponga. Ha l’effetto di una frustata il passare dall’una all’altra parte, anche per un uomo di impegno culturale com’è il Gentile, e certamente mette in moto meccanismi prima a riposo.

A questo proposito si parla di ironia, e a me sembra invece che ci sia dell’altro, più profondo e dolente. L’ironia morde e graffia; ma la pittura di Gentile si è tuffata nelle cose annullando i piani prospettici, come per un bisogno di solitudine, per un’algìa, che è dolore, del nesto, cioè del ritorno: non una banale nostalgia di sole e mare, ma quella delle cose irrimediabilmente perdute perché si sono cambiati gli occhi, e mai più si potranno rivedere nello stesso modo, anche ritornando tra le stesse mura, i medesimi profumi, l’uguale accento di quel musicale “parlato”. Con molta cautela (perché il trasferimento comporta cambiamento di cultura, non acquisizione), parlerei di perdita d’innocenza; che è un fatto doloroso, lo si veda come si vuole.

Ed ecco le coincidenze sulla pittura: c’era un libero girovagare tra aperture naturalistiche e prospettive urbane, nei cantieri, sui moli e nelle darsene. Un guardare curioso, non troppo preoccupato delle correnti estetiche cui aderire, anzi spontaneo e attento all’espressione delle cose; un’idea del colore incline alla monocromia, con vibrazioni tonalistiche contenute; un’attenta scansione dei piani e un’accurata resa delle profondità e degli spazi. Assenti i particolari, quasi assente la figura umana.” – Ennio Pouchard, da “L’Umanità”.

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