Un agguato al buio. La morte aveva avuto gli occhi della luna. L’ultimo barlume di luce aveva trattenuto, nel mascara del cielo, la fulminea deflagrazione appena esplosa in fiammanti scintille, tinte di nero. L’eco di quello sparo fatale aveva attraversato il tempo e lo spazio per documentare, un paio di giorni dopo, la propria ricaduta ferale nei particolari diffusi dalla stampa locale, secondo i caratteri tipografici che “La Provincia di Brescia” interpretava nella sistematica quotidianità,  editorialmente aperta anche sul panorama nazionale.

ALFREDO_BARGAGLIIl giovane marchese era stato colpito a morte. Il proiettile l’aveva bersagliato da un improvvisato appostamento che, nelle tenebre, si era prestato ad essere funzionale a colpirlo a tradimento.
A distanza di quasi un secolo da quel tragico evento, un monumento funebre che ne commemora l’epilogo violento è ancora posizionato nel luogo stesso del drammatico omicidio che, se non fosse per questo manufatto eretto nel frattempo, dell’ambiente circostante nulla farebbe trapelare circa tale crudele accadimento.

E’ la zona del Chianti. Trattasi di uno dei sentieri carrabili che, ad una manciata di chilometri da Firenze, si diramano nelle tipiche colline toscane dove virenti macchie mediterranee intercalano porzioni di selve boschive con prosperosi uliveti verderame e rettilinei vitigni di note ed eccellenti varietà nostrane. Il panorama si apre su sinuosi rilievi, modulati in dolci declivi, nell’armonia composta da pacati e ruvidi tratti connotativi, avulsi dall’asprezza che, invece, altrove, abbonda in natura, secondo l’irto incombere di antagonisti elementi distintivi.

Qui vicino, una circoscritta comunità di religiosi, ispirata alla regole di San Benedetto, ha trovato sede, recuperando gli ambienti di un’antica pieve, instaurando, con il beneplacito della diocesi di Fiesole e con l’appoggio dell’abbazia benedettina di Rosano, un cenobio che parla bresciano, organizzato in località San Cristoforo in Perticaia, nella toponomastica interessante la contrada di san Martino, situata in una rosa di piccoli borghi del territorio di Rignano sull’Arno, nella provincia fiorentina.

La torre merlata di questa subentrata struttura contemplativa, caratterizzata pure da una annessa foresteria e da una chiesa attigua, svetta, in lontananza, fra i ginepri, i cipressi, le querce ed i pini marittimi, fuori da quella collina che è prospiciente il fatto di cui la cronaca de “La Provincia di Brescia”, del primo luglio 1921, esplicitava riguardo quanto, poi, è stato sintetizzato nel cippo funerario, tuttora presente nel medesimo luogo che gli è attinente, nei termini di un’epigrafe eloquente: “A memoria del marchese Alfredo Bargagli qui proditoriamente e vilmente assassinato la sera del 29 giugno 1921”.

Quell’anno era, ancora, nel periodo “antemarcia”, per il fascismo che avrebbe ricevuto dal re il mandato, per Mussolini, dell’incarico di governo solo un anno abbondante più in là. Intanto, nelle schermaglie fra i partiti anche di quella zona, come nella generalità più o meno diffusa di altre località d’Italia, la storia conosceva le sofferte fasi prodromiche dell’avvento del regime, con la diversa appartenenza ad una rispettiva militanza che già sanciva il possibile esporsi alle frange estreme della controparte, ebbra di una contrapposizione spinta fino alla violenza, tanto che, a questo omicidio, pare fosse stata data inizialmente una matrice di natura politica, pure evocata dal menzionato articolo che a proposito di quella terra toscana recava lettura fra le notizie messe in prima pagina: “Tra fascisti e socialisti. Fascista massacrato presso Firenze. Firenze, 30. Ieri sera, dopo le 22, il marchese Alfredo Bargagli-Petrucci, di anni 33, da Firenze è stato ucciso presso Rignano sull’Arno, in località denominata la Poggiola, mentre faceva ritorno alla propria villa. L’uomo di fiducia del marchese, certo Attilio Gambassi, che lo accompagnava, ha narrato che, giunti alla Poggiola, mentre si erano soffermati a parlare, fu sparato da un campo un colpo di fucile che investì al viso il marchese il quale cadde al suolo. Quasi subito venne esploso un secondo colpo che però andò a vuoto. Alle grida di soccorso del Gambassi accorsero alcune persone e questi constatarono la morte del marchese. Per una serie di circostanze e di gravissimi indizi, i carabinieri sono pervenuti alla convinzione che gli assassini devono essere i fratelli Guido, Gino e Raffaele Ridolfi di pessima fama, noti comunisti e con i quali il marchese Bargagli, essendo suoi coloni, aveva avuto delle contestazioni. Anche ieri sera egli li aveva redarguiti minacciandoli di denuncia perchè battevano l’avena senza averlo avvertito. Essi sono stati tratti in arresto e nelle loro case sono stati rinvenuti tre fucili puliti di fresco uno dei quali di calibro 16, lo stesso calibro dei bossoli trovati sul luogo del delitto. Il marchese era noto come fascista, essendo egli iscritto al Fascio di Firenze; negli ambienti fascisti si dubita che l’odio politico abbia avuto la sua parte nell’armare la mano agli assassini”.

Tale versione giornalistica pare non collimare con il successivo contenuto dell’edizione della “Treccani” del 1934, quando alla voce “martire”, dopo una trattazione circa le varie prerogative ascritte a tale termine, nel dilungarsi sulla possibile connotazione politica dello stesso, a motivo dei vari contesti nei quali una visione professata può ricevere una avversione tale da essere a tal punto osteggiata, include anche il nome di questo patrizio fiorentino, esemplificando un connubio ideale da lui espiato con la morte, a seguito della quale, come seguita a precisare l’articolo del quotidiano bresciano, nonostante la dinamica citata che era ricostruita in tutt’altra dinamica consequenziale, provvedeva a fare constatare, con tanto di sorprendente epilogo ufficiale, che “Questa mattina sono convenuti a Rignano dai paesi vicini alcuni gruppi di fascisti che hanno iniziato una serie di rappresaglie. E’ stato bastonato un certo Focardi che aveva pronunciato parole minacciose contro i fascisti. In località Messico, poco distante dal luogo del delitto, certo Michelucci è stato sottoposto dai fascisti ad un interrogatorio. Egli si è ribellato ed ha impugnato una marra. Allora ha ricevuto alcune bastonate. Nel tafferuglio è stato esploso un colpo di rivoltella che ha ferito il Michelucci al basso ventre. Sembra che questo colpo sia stato sparato da una finestra da un fratello dello stesso Michelucci il quale avrebbe diretto il colpo contro i fascisti”.

marchese_tombaI tre distinti blocchi del manufatto, edificato sul posto del delitto, tacciono, nella centralità della significativa epigrafe accennata, a proposito di queste presunte individuazioni di responsabilità obliate e, nel commemorare il fatto stesso, si definiscono nella mirata caratterizzazione della nicchia devozionale superiore dove, nella tipica fattispecie di un’ispirata edicola campestre, è conservata, dietro ad una grata, una statuetta della Madonna, in assonanza al nome del vicino monastero, dedicato a “Santa Maria” dove, a San Cristoforo in Perticaia, si librano nel cielo le note della torre campanaria che, insieme alle preghiere dei religiosi bresciani presenti in questa sede claustrale, sembrano pacificare quella lontana sera fatale, esalata, oltre il vespro, in un agguato mortale, alla soglia dell’epilogo dei giorni avvinti ad un inesorabile travaso esistenziale, come San Giacomo afferma nel suo contributo epistolare: “come vapore che appare per un istante e poi scompare”.