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Non c’è che dire. Pare che non ci sia ambiente che, se sufficientemente esposto, non sia irradiato, in qualche modo, dai raggi del sole.
C’è chi, volendosi abbronzare, il sole lo rincorre, come sulla striscia litoranea balneare, e chi, invece, lo rifugge, come quanti, lavorando, cercano, ad esempio, di riservare al gelato, da loro commercializzato, la conservazione genuina di un rinfrescante prodotto da smerciare.
Se, tanto gli uni quanto gli altri, da una certa posizione assunta, cambiano poi posto, a seconda della loro diversa ragione di stazionare,  l’effetto di rimando sembra sia quello del sole che pare si muova, attraverso il suo progressivo sorgere e tramontare. In un’estrema sintesi, pare si riconduca a questa impressione la teoria panenoriana, strenuamente propugnata dal bresciano Giovanni Paneroni (1871 – 1950), sedicente astronomo e libero pensatore, con un passato, fra l’altro, di gelataio ambulante e di giovane seminarista senza vocazione.

Sembra che una sfida ad una assodata manualistica, mossa dall’arbitraria promozione di una concezione svincolata dal dominio esercitato dal monopolio asseverato della ragione, poteva essere propugnata anche durante la dittatura fascista, al punto da trovarsi reiterata da un personaggio pittoresco, come questo convinto oppositore della teoria copernicana, a proposito della quale trovava il tempo ed il modo di metterla in discussione, secondo una rudimentale analisi partigiana, illustrata e sottoscritta anche in un’apposita documentazione.

Tutto questo, fra i vari luoghi interessati ad una sua solerte divulgazione, anche nella città di Roma che andava riscoprendo i fasti pomposi della propria civiltà imperiale, non a caso, declamata dallo stentoreo balcone di Palazzo Venezia, al momento della raggiunta conquista dell’Impero, avvenuta circa sei anni dopo la pubblicazione della rivista mensile “Brescia” del mese di luglio del 1930, nella quale si dava, fra l’altro, resoconto dell’estemporanea dimostrazione romana e bresciana, rispettivamente data alle proprie idee da parte dello stesso Paneroni, secondo un’argomentata trattazione di personali assunti e teoremi, andati oltre il limite conclamato della linea, ormai, già allora, ufficialmente tracciata, di una serie di irrefutabili criteri.
“Reduce da Roma, è tornato a Brescia, Giovanni Paneroni!…come tutti i grandi uomini che si rispettano, anche Paneroni, “il maestro di tutti gli astronomi del mondo”, – come egli si definisce, – ci teneva ad essere incoronato in Campidoglio. E nell’Urbe il suo trionfo è stato strepitoso: la circolazione interrotta al Largo Argentina dove egli teneva cattedra, cinquemila copie della sua Geografia andate a ruba, articoli su giornali, e nemmeno un astronomo che abbia osato mettervi il becco”.

paneroni2La visione del cosmo di questo stravagante bresciano corrispondeva ad un caratteristico stile istrionico, mediante il quale, tale sua singolare interpretazione, pareva ispirarsi ad un retaggio popolare che aveva, in origine, già dato corso a vagheggiare l’equilibrio e la sostanza al Creato, nel modo con cui quotidianamente lo stesso era stato, in passato, inteso e proporzionato, secondo l’immutata manifestazione del funzionamento con cui appariva disciplinato.

Come se fosse a perfezionamento di quelle antiche concezioni, avallate da chi neanche si immaginava che la terra girasse e che fosse pure tonda, la fervida dinamica descrittiva di Paneroni aveva anche espresso, in quei pubblici frangenti congressuali rivolti a coraggiose schermaglie interpersonali, una serie di molteplici dettagli costituenti una analisi minuziosa, corredata da circostanziati riferimenti al proprio assioma, come il fatto che la Luna fosse da lui ritenuta del diametro di un solo metro e che le stelle non superassero, invece, il millimetro di dimensione, mentre, per il tanto dibattuto Sole, aleggiante nell’empireo dei suoi costanti “mille chilometri d’altezza” dalla terra, si apriva tutt’altra e complessa descrizione, nel merito della quale Gaetano Coeli, scriveva, sul mensile bresciano sopra menzionato, che “(…) Il sole – che Paneroni definisce “Padrù” – del diametro di due metri e non più di 12 – “posso comprovarlo di certo” – del peso di soli 14 chilogrammi “causa il fuoco che arde in su”, di puro argento vivo inconsumabile del valore di 100 miliardi di lire, chiaro, splendente, senza una piccola macchia, immacolato, vergine, sufficiente a far liquefare le nevi distanti 12mila chilometri “col termometro”; il sole, dicevamo, gira eternamente sopra la infinita pianura terrestre, mantenendo l’altezza costante di mille chilometri (“mai leva e mai tramonta”) e descrivendo una spirale continua, concentrica al Polo Nord, che va allargandosi per 183 giorni dal 21 giugno al 21 dicembre e restringendosi per altri 183 giorni dal 21 dicembre al 21 giugno. (…)”. 

Esplorando l’immensità dello spazio, dove aver necessariamente cercato di confutare, attraverso le sue congetture, la dislocazione del firmamento, sembra che Paneroni abbia concluso quanto l’attribuzione del concetto d’infinito spettasse pure alla Terra, ritenuta, al tempo stesso, una massa “ferma e piana”, che riservava spazi, al proprio interno, anche nella superficie di una non meglio precisata ed impenetrabile vastità arcana dove poteva pure albergare, nel bel mezzo, una dimensione  dimenticata d’entità sovrumana, come quella del paradiso perduto, a causa di quella nota mela, disubbidientemente raccolta e subito mangiata.
Quanto, nel merito di questi fantasmagorici aspetti, era stato ripreso dai mezzi di comunicazione durante la trasferta romana di Paneroni, si estrinsecava nella visione di una Terra “costituita da una massa compatta, piana, sebbene ondulata, composta di sassinghiaia, sabbia e pietra, perciò pesantissima, FERMA, e solida; INFINITA tanto in superficie che in profondità. Al centro  di essa si trova il Polo Artico o Centrale, regno dei ghiacci eterni e dominato da altissime montagne, fra cui l’Hymalaja e l’Everest. Intorno a questo – esattamente del resto, come sulle carte geografiche che noi, disgraziati, abbiamo studiato – sono disposte le cinque parti della terra con i rispettivi oceani. Il tutto è limitato esternamente e circolarmente dal Polo Antartico che è una infinita barriera insormontabile di ghiacci inesplorabili pel freddo; e potrebbe darsi vi siano altri mondi, ovvero il Paradiso, il quale è terrestre e non celeste da dove venne scacciato Adamo ed Eva, la gran valle di Giosafat e, così, via discorrendo…”.

Stante l’osservazione, secondo Paneroni, che non vi sia alcuno al mondo che cammini a testa in giù e, scartata, in questo modo, la versione attestante una Terra sferica, c’era, nel suo pensiero, anche una presa di posizione per dare alla legge di gravità una diversa interpretazione personale, professata nella ravvisata armonia di una distinta fenomenologia congenita: “(…) E’ troppo il peso della terra per star sospesa nell’aria da sé. Provate a farvi un’idea di quanti quintali può essere e giudicate se può star sospesa e quanta forza occorrerebbe a farla girare”. E poi, se girasse, poveri noi!…Le case, le torri, le montagne, si sfascerebbero e sarebbero proiettate nel vuoto; gli oceani spazzerebbero la terra “con miliardi di tonnellate d’acqua”; i fiumi tornerebbero indietro…e noi poveri mortali! Meglio non pensarci!…E non si venga a sostenere il contrario adducendo l’attrazione, la pressione, la forza centripeta e centrifuga, ecc… “tutte frottole di Galileo”. “Ma se io ritiro, tolgo e distacco dalla terra ago, soldo, cappello, ecc… cadutomi, dov’è questa decantata forza che non è capace di trattenere neanche le mosche? Avanti con le prove, verificate!”. E non si venga a portare il famoso esempio del secchio pieno d’acqua che, fatto ruotare velocemente, non perde il liquido. Che razza di prova è questa? Voi il secchio lo tenete per il manico con l’acqua in dentro, mentre, salvo errori, l’acqua degli oceani è all’esterno della terra. Provate mò a prendere il secchio per il fondo e fatelo girare: ciao acqua!. (…)”.

Se nella Bibbia (Gs, 10,24-26) è Giosuè che ferma il Sole, in Paneroni, la Terra è come se fosse da lui fermata nella sua lenta ed  impercettibile rotazione, accontentando, in questo, forse, coloro che, al pari di molti altri, emuli, a volte di una tragicomica allegoria, hanno interpretato, dinnanzi ad un dibattuto contesto, quel fato descritto da Caroline Plaisted, secondo un esplicito titolo evocativo, nella trama narrativa e filmica di “Fermate il mondo…voglio scendere!”.