Tempo di lettura: 6 minuti

Brescia – Come alla “memoria del bene” si lega “l’educazione alla responsabilità personale”, allo stesso modo, alle ampie considerazioni sviluppate in relazione alle due tematiche accennate, si coniuga un composito riferimento radicato nella realtà locale.

Riferimento, in questo caso, riscontrabile, tanto nei termini dell’ Associazione Filosofi Lungo l’Oglio che ha promosso la stampa del libro dedicato ai contenuti attinenti ciò che già nel titolo della stessa pubblicazione appiano concernenti “La memoria del bene e l’educazione alla responsabilità personale”, quanto nella fattispecie del “Giardino dei Giusti”, inaugurato nel parco Tarello di Brescia durante il 2013, nell’ambito di una riuscita iniziativa concertata nel territorio cittadino fra le realtà locali di Comune e Casa della Memoria, con Gariwo (Comitato per la difesa dei giusti).

Come pratico strumento funzionale a raccogliere il messaggio promosso, in questa circostanza, da tali rispettivi ambiti di partecipata afferenza è il libro tascabile, pubblicato, per la collana editoriale “Fare memoria”, da “La Compagnia della Stampa” in circa ottanta pagine, introdotte da Francesca Nodari, presidente dell’Associazione Filosofi Lungo l’Oglio, che forniscono in chiara lettura le prerogative connesse a quel messaggio ispiratore con cui si distingue, in una forma d’ideale aggregazione, il sodalizio presieduto da Gabriele Nassim, al vertice di “Gariwo”, attraverso un’azione culturale motivata a rendere noti gli atti di coraggio civile, verificatisi durante la Shoah ed anche nel corso di altri genocidi, documentati nella storia contemporanea in Armenia, in Bosnia ed in Rwuanda.

Tale piano di approfondimento è esteso più diffusamente, nel contesto di ogni forma politica eliminazionista di esseri umani, contestualmente, a cogliere materia fattibile per un’opera di sensibilizzazione delle coscienze, attraverso quella possibile esemplificazione formativa che addita ad esempio morale il comportamento di chi aveva rischiato la propria vita dinnanzi all’abominio della violenza accecata dalle discriminazioni, secondo l’intento di “richiamare al valore unico dell’individuo e della responsabilità personale a favore del rispetto della democrazia e del pluralismo, del rispetto dell’altro, come parte di noi, il rispetto del vero, contro ogni forma di manipolazione”.


Se, il suscitare un moto perenne di forte motivazione
può tramutarsi in una costante e profonda ispirazione, come quella percepibile dalle parole di Cicerone nell’esortazione di “non cominciare mai a smettere, non smettere mai di cominciare”, al medesimo tempo, il tema implicito alla “memoria del bene” pare contraddistinto da una circolarità virtuosa per la quale la sua inesausta impostazione trae continua linfa vitale da quella corrispondente promozione di analogie complementari che sono vicendevolmente legate a ciò che promana sia dal concetto del “giusto” che dal legame instaurato dalla stessa sua encomiabile figura con lo spazio conquistato in una subentrata memoria, come pure dall’opportunità di un impegno rappresentato dall’educazione che è riferita alla sua testimonianza, custodita nella medesima memoria collettiva.

Il messaggio ha un chiaro risvolto non solo etico, ma anche filosofico, in quanto trasponibile all’universalità delle cronache più disparate nelle quali la coscienza umana entra in relazione con la percezione di una scala di valori, attraverso la quale si sviluppa quel cammino esistenziale in cui si compenetrano elementi fattibili di essere pure valutati a posteriori, come da quanto appare nel ventaglio di un insieme di fattori condizionanti certe spinte superiori che sono desumibili nel leggere, fra le pagine del libro, che “E’ paradossale, ma anche nella riflessione sui giusti, scatta un meccanismo perverso della ricerca della perfezione, come se fosse necessario premiare soltanto la santità che invece non esiste mai su questa terra. L’essere umano si sente rassicurato dalla ricerca di eroi e santi, quando invece l’unico bene possibile in questo mondo è quello fatto da persone normali e imperfette”.

Fra queste persone Gabriele Nassim colloca la generalità umana dalla quale, in una certa sua parte, ne è scaturita in fecondità la gemmazione dei “giusti” che, nell’alveo tematico della sua articolata trattazione, sono stati elevati, tra gli importanti risvolti della macro storia, alla potenziale universalità di una monumentale testimonianza da loro concretizzata nell’interpretare quanto, rapportato ad una dimensione ancor oggi presente, attiene chi “presta soccorso a una vita in pericolo e chi denuncia un genocidio”, colui il quale “non accetta la delazione e la menzogna e difende la pluralità umana”, l’esecutore fattivo della vigilante salvaguardia “della propria dignità, non accettando di farsi corrompere dalle situazioni estreme” e pure l’attento difensore della memoria di un genocidio di fronte ai negazionisti.

Secondo l’espressione dell’autore, i “giusti”, contestualizzati in certi smarriti frangenti storici, “hanno salvato lo spirito di Dio di fronte al suo silenzio, perché è compito degli uomini assumersi una responsabilità verso l’altro uomo”, sottolineando, in questo aspetto, quell’intrinseca portata valoriale che universalizza il concetto di “giusto” come apportatore di un messaggio dalla valenza trasversale in cui è manifestato che “l’uomo raggiunge la pienezza dell’essere nel legame sociale, nell’interesse per gli altri”, fino ad concretizzare la propria individualità matura ed evoluta con il raggiungimento di una responsabilità consapevole verso l’alterità che si instaura “nel decidersi a riconoscere che di fronte a me c’è un altro”.

In questo nesso che è snodale al dispiegarsi di una propria peculiarità individuale, hanno un proprio ruolo esemplificativo i “giusti” che “a un certo punto della loro vita, di fronte a un’ingiustizia o alla persecuzione di esseri umani sono capaci di andare con coraggio in soccorso dei sofferenti e di interrompere così, con un atto inaspettato nel loro spazio di responsabilità, la catena del male di cui sono testimoni”.


Questo aspetto connotativo si proporziona
anche nel taglio di quelle diversificate potenzialità, dalla variegata matrice di origine e di molteplice evenienza, che sono congeniali alla corrispondenza di un genuino metro identificativo del proprio orizzonte complessivo che è evocato in quella trasversalità con la quale, fra le pagine di “La memoria del bene e l’educazione alla responsabilità personale”, è sviluppata la considerazione che “questo tipo di approccio permette di valorizzare il bene compiuto dagli uomini in circostanze estreme che spesso il peso delle ideologie impedisce di cogliere e rischia molte volte di consegnare all’oblìo gesti eccezionali di coraggio civile. In Italia, per esempio ci sono voluti molti anni prima che fosse data importanza ai salvataggi compiuti dai fascisti, poiché la loro collocazione politica veniva considerata una colpa più grande di un grande gesto di generosità”.

Oltre il valore commemorativo fattuale, inerente quanto promuove, nello specifico, l’esemplarità che è pubblicamente celebrata nel periodare di manifestazioni dedicate alla rispettiva testimonianza che è stata espressa dinnanzi ad una circostanziata realtà, il valore educativo della memoria si traduce invece in un travalicante nesso di senso e di speranza attestante, nella sintesi cospicua di un’analisi di fondo ricognitiva, che non “esiste mai un male assoluto ed invincibile”, in quanto “non è mai riuscito a modificare la natura umana”, dal momento che “sono sempre apparsi uomini giusti che non si sono fatti omologare”.

Nell’azione di una mirata “staffetta morale”, investita nell’incalzante avvicendarsi generazionale, si colloca il ruolo di coloro i quali il filosofo tedesco “Walter Benjamin chiamava pescatori di perle. Ovvero dei narratori che riportino alla luce atti di bontà insensata, di altruismo, di difesa della dignità che apparentemente non hanno spostato le lancette della storia, ma che hanno preservato l’umano”.

Quell’umano che il “Comitato per la difesa dei giusti” (Gariwo) coltiva nei propri fraterni ideali in sinergia con una pluralità di esperienze compatibili fra loro a vari livelli, come, fra l’altro, nel circuito della didattica praticata nelle scuole, perché, anche attraverso il proprio contributo d’azione sia assicurata concorde e manifesto valore ad esempi di coraggio morali con uno sguardo rivolto a figure dalla caratura universale e, pure, nella finalità di ricominciare a vivere, come ricordava Primo Levi, nella cattività del lager di Auschwitz, nell’esser stato aiutato da chi si è privato per lui di pane e di un maglione, con “il ricordo di un uomo buono”.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *