Tempo di lettura: 4 minuti

Il libro Madóra che póra! Storie e leggende della Valle Trompia, curato da Giovanni Raza, raccoglie molte storie e leggende che per secoli hanno costituito il folklore narrativo della gente della Valle Trompia. A queste storie, che ci permettono di ricostruire le radici del nostro passato, Popolis ha dedicato uno speciale.

La Valle Trobiolo[1] è posta nel territorio di Polaveno, in questa piccola valle sono presenti alcune sorgenti, in particolare la sorgente detta “Madonnina” alimenta l’acquedotto comunale; nella parte terminale, dove il torrente Trobiolo si getta nel torrente Gombiera, si apre anche una grotta detta:”Buco del Gnài” (dove Gnài è termine dialettale che indica un rigurgito) infatti tale caverna è allagata dalle acque della vicina sorgente e nei periodi di pioggia fa scorrere all’esterno l’acqua sorgiva in esubero, quasi che rigurgitasse veramente.

La valle Trobiolo era percorsa da una strada impiegata per il collegamento dei vicini paesi ai mulini sul fondovalle, infatti fino alla fine degli anni sessanta del novecento, un antico ponte in pietra, ora scomparso, consentiva di attraversare il torrente Gombiera per raggiungere la strada principale di Polaveno. Tale ponte era chiamato Ponte del lupo, in quanto si diceva che la zona fosse infestata da branchi del temutissimo animale, che non perdeva occasione per mostrarsi sul ponte a sbarrare il passo ai carrettieri o ai viandanti; ma presso il ruscello si racconta che  a chi aveva la ventura di percorrere la strada durante la notte poteva capitare di sentire il rumore di qualcuno che lavava i panni, ma affacciatosi per vedere chi potesse lavare a quell’ora impossibile non scorgeva anima viva, solo il suono dell’acqua che scorreva tra le pietre. I vecchi raccontavano che si trattava di spiriti maligni che assumevano sembianze di donne intente a lavare i panni; per questa ragione il ponte del lupo era anche denominato ponte delle streghe.

Per scongiurare il pericolo di questi esseri si decise allora di dedicare alla Madonna la vicina sorgente, affinché la sua protezione salvaguardasse i viandanti dall’influsso malefico di queste creature.

…..esseri misteriosi frequentano ancora le nostre sorgenti..

Gli antichi celti consideravano le sorgenti d’acqua di ogni tipo come passaggi verso l’altro mondo e spesso a un pozzo celtico veniva associato un teschio che successivamente si attribuiva ad un santo e come tale venerato come reliquia;[2]largamente è diffuso il culto dell’acqua che affiora direttamente dalla profondità della terra e agisce come dono delle divinità sotterranee

SpiritiLa presenza delle lavandaie notturne in questa leggenda polavenese, associate ad una sorgente che non ha caso porta una dedica alla Madonna, sembra richiamare chiaramente il ricordo di antichi culti dell’acqua ormai sopiti da secoli. Altro esempio lo abbiamo nella toponomastica di Villa Carcina, dove l’attuale via Fontane, nella frazione di Cogozzo, area di copiose sorgenti, viene chiamata:” Shubiá” probabilmente richiamando le Shubiàne o Zubiàne (tradotto poi da latini in Sivianus) mentre nello stesso comune  con Onés si definisce la sorgente in località Mandó, probabilmente da Onès od Oànes, solo alcuni dei termini con cui venivano nominate le fate delle acque adorate dai Celti[3],e anche l’albero di Ontano (detto Ones in dialetto) era caro agli spiriti acquatici.

Dopotutto di simili personaggi è piena sia la tradizione folcloristica italiana che europea: se la “écia Cuchìna” la faceva da padrona stando sul fondo dei pozzi bresciani, streghe lavandaie si potevano incontrare nel vercellese, dove spezzavano le braccia di chi le aiutava a strizzare i panni, oppure in Istria dove rumorosamente sbattevano i panni sulle pietre, e c’è chi dice che sbattessero anche i cadaveri di neonati.

Le Panas sarde sono invece gli spettri delle donne morte di parto che lavano gli abiti insanguinati dei cadaveri dei loro figli.[4]

In Inghilterra abbiamo invece le Ban-See che infestano i corsi d’acqua lavando gli abiti di coloro che sarebbero prossimi alla morte, ma alcune tradizioni le  presentano più affini alle Streghe lavandaie o alle Panas.

In Scozia  era la Ban-Nighe-Cain dai piedi palmati: in Bretagna la Cannered Noz che lavava i sudari presto indossati da coloro che avevano la sfortuna di incontrarla. In Galles la nera Gwarrach Rhibyn agitava le acque con le sue ali di pipistrello, annunciando morte e sventura con grida raccapriccianti.[5]

E chissà a quale misterioso essere acquatico apparteneva la mano palmata inchiodata sulla porta della leggenda gardesana sulla “Caccia selvatica” nell’apposito paragrafo di quest’opera[6].

Esseri misteriosi e fantastici frequentano ancora le nostre sorgenti, nessuno li vede, ma basta sentire i loro rumori notturni  mentre lavano i panni, per farci desistere dal desiderio di sconfinare dove non si può.

In sintesi e facendo nostra la distinzione proposta dal Sordi[7] tra acque ”cattive” che creano pericoli, legate ai grandi bacini e acque buone, sorgenti o polle, contrariamente soggette a pericoli: dove la purezza di una sorgente era determinate per il futuro di una comunità, ogni mezzo era lecito per scongiurare eventuali tentativi di inquinamento o contaminazione, anche il ricorso al soprannaturale.

 

[1] in questo volume Vedere anche il capitolo sul “Beh Galilì” testimonianza di Orsola Palini  classe 1908

[2]  Rutherford “Tradizioni celtiche” opera già citata.

[3] G. Bonfadini “Terre parole: luoghi e linguaggi nella storia di un territorio“ in “SORGENTI” Etnottobre 1995 6° edizione Coop ARCA – Gardone V.T. ARC’ANGELS 1996 pag. 27.

[4]  D. Spada “Elfi ,Fate ecc.” opera già citata.

[5]  “Fate“ Bur. opera già citata

[6] Vedi quest’opera a pag. 44

[7] I. Sordi:”Leggende sulle acque in Lombardia” opera già citata.

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *