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Pittore a nove anni. Autore di opere messe in mostra, a nemmeno un decennio dalla propria venuta al mondo. Il fatto lasciava alcune tracce nelle cronache del tempo, per via dell’evidente peculiarità alla quale si riconduceva l’eccellenza di tale precoce testimonianza, propria di un riconosciutogli profilo di riferimento.

Sapeva già il fatto suo, Guido Giubbini, classe 1941, in quella primavera del 1951, quando “La Voce del Popolo” ne riferiva l’abilità, nell’orbita personale di uno specifico e spontaneo svelamento, ancora compromesso dal contestuale paradigma anagrafico che ne sanciva l’impronta geniale, entro una sorta di una promettente rivelazione del momento.

Bresciano di nascita, nel computo degli anni a seguire, conserva referenze da emulo di pari ed ulteriore maestria, confermata in una operosa parabola creativa, secondo un’esistenza espressa in un ritorno di spettanze, implicitamente coese nel confermare tali significative avvisaglie di un dato tipo di assortimento.

Arte e fanciullezza, in un binomio focalizzatosi, in questo caso, nell’aver, a suo tempo, trovato la chiave segreta per dischiudere la dimensione di passaggio fra realtà ed immaginazione, insieme a quegli ingredienti misteriosi che hanno insaporito, in un carisma d’elezione, la peculiarità di un travaso naturale fra i diversi piani di una assecondata ispirazione.

Negli anni del Secondo Dopoguerra, uno sguardo verso l’alto si prospettava lungo lo strascico delle drammatiche contingenze appena affrontate e di altre ancora nella fase di un loro superamento, mentre la sfida della cosiddetta “ricostruzione” cercava di nutrirsi anche di questi incoraggianti segni rivelatori di una generalizzata speranza verso il positivo riappropriarsi di una nuova dinamica storica, giunta finalmente nell’atteso aprirsi del proprio tempo.

Perché, allora, non pensare, in tale contesto, ad iniziative come quella della “Mostra nazionale del disegno Infantile” che, in un incentivato clima di ripresa, era stata organizzata a Brescia in quel periodo, con la partecipazione, fra gli altri, di Guido Giubbini, già distintosi altrove, per altre sue manifestazioni pregresse, compatibili con questo settore d’elezione.

Il settimanale diocesano accennato gli attribuiva, nell’ambito di questa esposizione, allestita nel palazzo della Loggetta, un primato, emergente fra ben cinquecento partecipanti, nel pubblicare, fra l’altro, che fosse “(…) Impossibile fare dei nomi. Molti dovrebbero essere ricordati: dai più piccoli di sette anni, ai più maturi di tredici. Ricordandone dieci, ne offenderemmo cinquanta. La critica e la giuria giudicheranno e consacreranno con la loro premiazione i migliori. Il pubblico, per conto suo, ha già giudicato e scelto: il migliore è Guido Giubbini, il ragazzo bresciano di dieci anni che ha già fatto tanto parlare di sé. Davanti ai cinque capolavori che il ragazzo-prodigio ha esposto, il pubblico rimane più che stupito, incredulo. Possibile che un ragazzo di dieci anni possa dipingere così? (…)”.

Ritenuto dalla medesima visione giornalistica un “fuori classe” a cui, appunto, senza tema di aver sbagliato, “la città guarda con tanta speranza”, la sua figura era pure contestualizzata in una interessante e coraggiosa considerazione di genere, espressa in anni, ormai da più di un lustro, non più ufficialmente attraversati dalle roboanti infatuazioni di regime: “(…) Volere o no. Il bambino italiano ha alle spalle tremila anni di altissima ispirazione artistica: dai Greci al Rinascimento, si direbbe che qualcosa di questa altissima arte è entrata nel nostro sangue: è un patrimonio spirituale di immenso valore, che molti altri popoli, più ricchi e potenti non possono avere (…)”.

Parole di un ignoto cronista, stando al fatto che l’articolo in pagina non è firmato, mentre, con “emmepi”, si mostrava ai lettori de “La Voce del Popolo” del 3 marzo 1951, la firma in calce ad un pezzo di “spalla”, intitolato, molto esplicitamente, “Anche a Brescia un fanciullo prodigio? E’ Guido Giubbini pittore di nove anni”.

C’era di che indugiare in una compiaciuta lettura, scorrendone i termini elogiativi, argomentati nella configurazione anche di una promessa per il futuro, incarnata in una percepita premessa già in grado di confermarne i punti di forza preventivati per l’avvenire. Una boccata d’ossigeno, in tempi grami, nella concorde officina del culto artistico, oltrettutto rivolta ad uno sfondo immerso in quelle giovani generazioni, nate sotto tragici cieli di guerra, che erano, fra l’altro, destinate ad immettere la propria giovinezza, nella favorevole congiuntura del parimenti detto “boom economico”.

Intanto, nel suo bruciare le tappe, la giovane età dell’artista in questione faceva, contestualmente al titolo, affermare che “Alla sua “prima mostra personale” ha presentato caricature e pastelli che dimostrano la maturità di un uomo. Ha esposto a Trieste alla mostra nazionale della caricatura accanto ai più grandi caricaturisti d’Italia”.

Tale presentazione si inseriva nell’ambito di un appaiamento di senso, andando, cioè, a citare anche altre avvalorate esperienze di un precoce cimento, nello specificare che “Tutti concoscono ormai i due fanciulli prodigio Pierino Gamba e la Gottarelli: i due piccoli direttori d’orchestra che hanno entusiasmato il pubblico dei più grandi teatri d’Italia e d’Europa con le loro prodigiose esecuzioni. Forse, non è esagerato affermare che anche Brescia ha il suo fanciullo prodigio nel campo della pittura: un bimbo di nove anni che non sfigura di certo accanto ai due musicisti in erba. Si tratta di Guido Giubbini, alunno di quarta elementare, che ha esposto, in questi giorni, i suoi disegni e i suoi quadri alla Loggetta (…)”.

Si era a consuntivo di una manifestazione cittadina, retta interamente da solo, nel quadro di una esclusiva esposizione, tratteggiandone qui, nel settimanale diocesano, la figura, nelle ascendenze famigliari menzionate in un articolo a riguardo della nonna materna, pittrice, ed anche di quella paterna “che dipingeva per passatempo”, come pure della mamma, musicista e, del padre “appassionato di musica”, secondo la precisazione dell’aver, spontaneamente, incominciato “a disegnare pupazzi” a tre anni, nel destreggiarsi a distinguere i colori, già a due anni e mezzo, avvertendo un irrefrenabile bisogno di esprimersi con tali stimoli.

A lui, di rimando dall’osservazione delle sue opere, si tributava “(…) l’acutissimo, profondo spirito d’osservazione, che dà alle sue caricature una saggezza, starei per dire, una “filosofia”, che solo un uomo maturo potrebbe avere (…)”.

Nell’augurio che il “meriggio si adegno dell’aurora”, espresso poeticamente in tale circostanza di redazione di una cronaca giornalistica, la sintesi matura di un pedagogo sanciva il riflesso dell’età adulta su tale fanciullo, in mezzo a tanta meritata attenzione, affermando pure “Che non si può non condividere quanto con tanto affetto ha scritto il suo maestro Franco Salvotti: – Egli è il bambino maturato in fretta, per sua istintiva vocazione, il bambino che è esploso nel mondo dei grandi. Per questo, la sua sensibilità è già matura a nove anni, come lo era a sette, per un esplicabile processo atavico, quello di Mozart – “.