Leno, torrente. Diciotto chilometri di slalom fra il territorio alpestre che demandano, poi, alla pianura, un’analoga denominazione contraddistinguente. Nella Bassa Bresciana, l’omonimia, con questo corso d’acqua, è con la località antica, dal passato pure leggendario, legato alla corona longobarda, per tutto un pregresso ed incisivo nesso di storia che le è pertinente.

Nel Trentino, nei pressi di Rovereto, tale toponimo è legato ad un torrente che sfocia poi nell’Adige, per confondersi con l’ingente fluire verso la città scaligera che si inebria di tanta fluida possanza, scavalcata da un allaccio di ponti monumentali, secondo un ramificato itinerario fra punti di contatto complementari.

Destino di un nome. Curioso rinvenirlo, lassù, nelle terre da sempre intese insieme a quelle tedesche, ed altrettanto significativo sperimentarlo nella poesia implicita alla pianura bresciana, come è quella, fra l’altro, espressa in una possibile letteratura, propria di una narrativa, volta a valorizzare le peculiarità fascinose di una tradizione locale, fino a certi tempi andati, per lo più, editorialmente evanescente, su questi temi di riscoperta del territorio, che appaiono recuperati, in una maggior attenzione, da ciò pare avvenga, in una difficile sensibilità culturale, nel presente.

Il contributo di un accostamento nominalmente assimilato ad un’unica denominazione che si è come sdoppiata in una coincidente versione ancora attuale, rispetto ad una sovrapponibile specularità evidente, si pone anche nelle tracce di vicende d’affari venali che avevano, in qualche modo, anche interessato il noto filosofo, teologo, beato per la Chiesa Cattolica, Antonio Rosmini Serbati (1797- 855), figura autoctona, rispetto al medesimo luogo, al pari di questo torrente, destinati, ambedue, in modo ovviamente differente, a recare l’eco della medesima terra in un rispettivo, ma condiviso, ambito confacente.

Il giornale “Il Messaggiere Tirolese con privilegio”, intestazione connotativa della sua prima pagina, legava il nome di Leno a questo illustre religioso, ancora prima che divenisse famoso, nell’occuparsi, tra le sue poche pagine, di una minima vicenda di affari, a suo diretto interesse.

L’ambito geografico del caso è quello della diffusione di questa pubblicazione che, anche nell’edizione di venerdì 19 giugno 1835, nella quale compare la citazione in questione, si contestualizzava nei pressi di Rovereto, in quell’epoca parte dell’Impero Austriaco, senza che vi fosse alcuna effettiva distinzione, a riferimento locale di una diversa caratterizzazione, come, invece, avveniva, per via dei confini attribuiti amministrativamente al confinante “Lombardo Veneto”, riconosciuta realtà, propria di una specifica codifica identitaria, riconducibile ad una differente rappresentazione originaria, pure facente, comunque, parte della “Corona Asburgica”, che ne serbava il governo, in quell’ottica mitteleuropea, ispirata ad una generale compenetrazione multietnica, in una promossa aggregazione geo-politica.

Che ci fosse il torrente chiamato Leno, in riferimento ai beni sui quali questo corso d’acqua andava a confinare, emergeva anche da una minima frazione di storia personale di questo ecclesiastico trentino, destinato ad aver maggior fama, su quella, invece, emanata dalla stessa fattispecie idrica, considerata entro più vaste ed estese vicende, come pare, nel merito, lo sia stato il farsi riconoscere dei soldi ad una vedova che, per poterne disporre, si era vista ingiungere la messa all’asta di alcune proprietà immobiliari, da monetizzare nel suo rivendicato potenziale di beni, corrispondente alla cifra sollecitatale.

L’editto, messo in pagina, riportava il formale avviso cheSi notifica che nei giorni 11 lugio e 11 agosto p.v. alle ore 3 pomeridiane saranno tenuti in questa sede giudiziale i primi due incanti delle sottodescritte realtà esecutate dall’avv. Dott. Pietro de Rosmini, qual procuratore di don Antonio Rosmini Serbati di Rovereto, in pregiudizio di Maria vedova Dalbosco e del curatore della eredità giacente del suo marito Adamo Dalbosco, per essere vendute al miglior offerente. (…)”.

Come è, pure oggi, conclamato elemento idrografico, addirittura in capo a certi piccoli bacini, appunto chiamati “laghetti del Leno”, il corso di tale torrente si era trovato ad essere citato per quanto, ad esempio, riguardava, l’andare a limitare “(…) Un filatoio pure alla Sega di Noriglio, in parte distrutto con una pianta inservibile pel suo uso, ora convertito in una fucina, e corpo di casa annesso, a cui confina a mattina colla strada, a mezzodì col sentiero, che porta all’edifizio seguente, a sera con il torrente Leno, ed a settentrione le ragioni sopradescritte, stimato compreso un orticello di pertiche 49 (..).

Una veduta, di fatto aperta di rimando dall’elencazione sommaria dei vari componenti l’ambientazione stimata, permetteva di far denotare quella contestualizzazione naturale, attraversata da certi particolari autentici, connessi alle originarie caratteristiche dei luoghi ad essi da sempre corrispondenti, dove, ad esempio, una disponibilità d’acqua circostante aveva ispirato, non solo la coltivazione dei frutti della terra, ma anche la movimentazione di opifici per un’attività che ne sapeva valorizzare tanta e costante riserva, come, ancora, ad esempio, nella citazione del Leno trentino, il giornale accennato, seguitava a riportare, a proposito di “Una prativa sotto ai Molini, con viti, gelsi e stroppari, cui confina a mattina la roggia, a mezzodì, l’orticello giacente sotto il filatoio, a sera il torrente Leno, ed a settentrione Francesco Fiumi (…), di pertiche 816,6, stimato col beneficio dell’acqua, per uso irrigazione (…)”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.