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Vivere tutti in una stanza sola. Non due o tre persone, ma anche fino a dieci e forse anche più.
Non trattavasi di monolocali subaffittati fuori controllo, soggetti a derive di abusi clandestini, a dispetto di leggi incombenti su comprensibili parametri prescrittivi, ma di come si viveva, anche a Leno, nella metà del Novecento andato, sulla base di ragioni compromesse con insopprimibili elementi rappresentativi degli assetti abitativi locali, emergenti su aspetti costitutivi, consuetudinariamente, precari.

Parola del sindaco Angelo Regosa, in carica in quello stesso periodo storico, attraversato dalla tracciatura giornalistica che ne ha serbato intatta la significativa portata, mediante una informazione promossa dall’edizione del settimanale “La Voce del Popolo” del 03 ottobre 1951, nell’impronta data alla questione ispirata al favorire, a riscontro della problematica lamentata, una reazione anche altruistica, per fronteggiare l’incombente carenza alloggiativa segnalata.

A chi aveva stanze, o comunque ambienti liberi, il primo cittadino aveva ingiunto l’appello di darli in disponibilità a chi non ne avesse affatto, coabitando, questi, nel territorio comunale, in un domicilio condiviso con un numero sproporzionato di altre persone, come, appunto, argomentato da questa fonte diretta di documentazione, di fatto coeva, a quegli stessi giorni mostratisi pure nel verso rivelatore di tale pressante condizione: “Preoccupata per l’angosciante problema delle abitazioni, questa amministrazione, al fine di avere precisi elementi di giudizio circa l’affollamento, ha fatto eseguire una regolare e generale rilevazione statistica su tutto il territorio del Comune. Da tale accurato censimento si sono ottenuti i seguenti risultati: abitanti 11735. Vani abitabili n. 6272. Persone per vano 1,87. Indice di affollamento per soli lavoratori 3,15. Indice di affollamento per benestanti 0,72. E’, inoltre, risultato che: n. 7 famiglie abitano in 10 persone per vano; n. 16 famiglie abitano in 9 persone per vano; n. 30 famiglie abitano in 8 persone per vano; n. 57 famiglie abitano in 7 persone per vano; n. 113 famiglie abitano in 6 persone per vano. Figurano poi 312 famiglie , composte complessivamente di 1430 persone, che alloggiano in vani non abitabili. Per contro, risultano, presso i vari proprietari, n. 408 vani superflui. Appare subito evidente quanto grave sia la situazione, particolarmente nei riguardi dei lavoratori dipendenti, tanto più che, se si tiene presente che, nel censimento, la cucina venne inclusa fra i vani utili e che molti locali di assai dubbia abitabilità vennero considerati abitabili. Ad aggravare ed a rendere quasi tragica la situazione locale devesi aggiungere che, per il prossimo S. Martino, sono in via di esecuzione n. 150 disdette di lavoratori, con conseguenti sfratti. (…)”.

Oltre a riservarsi provvedimenti per incentivare la messa in disponibilità di ambienti abitativi al momento non utilizzati nel territorio, pare che, a fronte di queste difficoltà, il Comune di Leno andasse programmaticamente nella direzione spiccia e risoluta di “colpire con imposte adeguate i proprietari dei vani superflui; rendere più sollecita la procedura per l’esecuzione di migliorie alle case coloniche; promuovere una razionale emigrazione interna verso le province deficienti di manodopera agricola, onde raggiungere uno sfollamento dei paesi sovrappopolati; obbligare i proprietari terrieri a procurare a tutti i dipendenti dell’azienda, almeno a quelli che entrano nell’imponibile tecnico, alloggi idonei e sufficienti; concedere ai Comuni i contributi previsti dalle leggi per incentivare concretamente le nuove costruzioni di alloggi. (…)”.

Del tema, se ne sarebbe riferito ancora, pure attraverso questo storico giornale della diocesi bresciana, anche, ad esempio, grazie ad un concorso indetto dal medesimo periodico diocesano, a riguardo di vari scritti redatti dalle scolaresche, al fine di un propositivo coinvolgimento culturale e didattico, funzionale a dare visibilità ai contenuti dei giovani autori, in una generale messa in condivisione attorno agli accenti apposti negli elaborati, in sede di scuole elementari, su varie materie spontaneamente prese in considerazione.

Tutto questo anche nel caso di Leno. Giunto il suo turno, in pagina, relativamente a tale concorso di belle lettere e di alti concetti, sempre più dettagliatosi in un progressivo svelamento di definizione, da questo paese della Bassa Bresciana giungevano le considerazioni utili a “La Voce del Popolo” del 13 gennaio 1952, per intitolare un articolo specifico con l’affermazione che “A Leno c’è una classe di giornalisti”. Gli alunni frequentanti la classe quinta elementare, pare avessero dimestichezza con la redazione del loro stesso mensile, denominato “Lo scolaro”, con edizioni a quattro o a sei pagine, grazie alla direzione del proprio maestro, Favagrossa.

Insieme ad altri motivi di ispirazione, l’argomento, proprio del concetto di una casa abitata, emergeva dal tema scritto da un tal alunno, Giovanni Rossini : “Vorrei la mia casetta modesta e piccolina a due piani. Due stanze a pian terreno, una per la cucina e l’altra dover poter fare i miei doveri di scuola. Due camerette per dormire e il granaio per mettervi il raccolto e altre cose da mangiare. Davanti un bel cortile per giocare, con qualche alberello e intorno, una piccola aiuola di fiori. Un portico per ripararmi quando piove. In fondo, un piccolo orto per coltivare della verdura e della frutta. In mezzo all’aia, una fontana che continui a cantarellare notte dì. In parte, un piccolo rigagnolo che serva alla mamma e alle sorelle per lavare la biancheria. Al di là dell’aia, le stalle, il porcile e il pollaio per gli animali. La casa però mi piacerebbe averla in paese, non alla cascina. La casa è la più bella cosa, anche se è piccola, anche se è brutta, perché è il nido dell’amore”.

Parole ritenute meritevoli per quella accennata pubblicazione giornalistica che si rinnova al presente, per il tramite di una fedele trascrizione, qui proposta nell’ambito della mirata e non indifferente tematica affrontata, propria di una significativa evocazione delle peculiarità connesse al modo di poter abitare in quel tempo a Leno ed, analogamente, in località assimilabili a tale importante centro bresciano, collocandosi, tale insieme di aspetti, nel corso di quegli eventi che, negli anni di quello stesso Secondo Dopoguerra bresciano, avevano sostanziato alcune cronache de “La Voce del Popolo” del 19 ottobre 1952, con il progredire in un concreto effetto delle dichiarate sollecitudini che erano state promosse per sopperire alle necessità abitative, dal momento che una specifica notizia aggiornava la questione con il riferire che “Sulla via dei fatti, coraggiosa iniziativa che deve essere imitata. E’ sorto a Leno un villaggio di case nuove per contadini. Ventisette milioni spesi per donare una casa moderna a ventidue famiglie agricole. Domenica scorsa, 12 corrente, a Leno sono intervenute autorità locali e provinciali per una speciale inaugurazione. Un piccolo quartiere di casette linde, scintillanti al sole, palpitanti di drappi tricolore, esposti ai balconcini, tutto ancora odorante di calce e di pittura fresca, come un pane appena tolto dal forno, ha ricevuto la benedizione del Sacerdote ed è stato consacrato a dimora per le famiglie dei salariati agricoli. (…)”.

A circa un chilometro dal centro di Leno, nei pressi del lato nord dell’ippodromo, situandosi, questa opera di un insediamento urbano in aderenza ad un tratto di via Brescia, la novità che la sottintendeva pare che rientrasse nel risultato di un investimento locale salutato dai promotori come un provvedimento pensato ai lavoratori, impiegati in agricoltura.

Simile iniziativa comunale, si era, nel corso del medesimo anno, concretizzata anche nei termini di una qualificata proposta, invece, di natura formativa, come documentato da “La Voce del Popolo” del 30 marzo 1952, informando che “Domenica 16 c.m. nella sala del Comune, presenti numerosi cittadini, sono stati distribuiti dal Sindaco 29 diplomi di mandriano mungitore. Il corso è durato 40 giorni. Insegnanti: il veterinario condotto, dott. Campana e dott. Barni. Gli esami fatti alla presenza delle autorità locali e provinciali, hanno avuto un esito felice. La cerimonia della distribuzione dei diplomi è stata semplice quanto significativa, ed ha dimostrato che a Leno, c’è tanta buona volontà di preparazione tecnica e di miglioramento morale. Come, attesta, appunto, questo riuscitissimo corso per mandriani mungitori”.