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Leno (Brescia) – Un modo di venirne a capo, era quello di scrivere al proprio quotidiano.
Al centro dello scritto, era Castelletto di Leno, nel riflesso di una documentata testimonianza, espressa a lettura di una perdurante traccia per ripercorrerne le memorie, nel suo stesso territorio, specularmente ritratto in uno sfondo significativo per certe decorse giornate, pubblicamente partecipate attorno a svariati temi che si avvicendavano in alternanza. In questo caso, nella concretezza di un servizio di pubblica necessità, si trattava del poter contare o meno, sul posto, della disponibilità di un medico.

Indicazione esemplificativa del genere di problematiche susseguitesi in quei giorni lontani, risultava un appello, raccolto dal “Giornale di Brescia” del 10 febbraio 1952, che contribuiva a tratteggiare una questione lungo le vicissitudini allora emergenti da una delle frazioni di Leno, mediante uno spontaneo contributo di considerazioni, implicitamente legate alla realtà del tempo, riferita, in una presa diretta, dall’eco stessa contestuale ad una dibattuta vicenda, grazie ad una non meglio identificata lettera puntata, nella veste di una firma posta in calce alla lettera pubblicata, in una curiosa rubrica giornalistica, presentata nel titolo editoriale con una allusione ben congetturata: “La diligenza delle opinioni. Castelletto di Leno. Castelletto, frazione di Leno, conta circa duemila abitanti e attende il suo medico condotto. Sono anni e anni che si levano proteste, ma il medico non c’è, non ci vuol stare. E’ giusta ed indiscutibile l’aspirazione della popolazione di Castelletto. Con fiducia si sono ottenuti i concorsi medici del 1950, ma è stata una delusione per tutti. Il medico ha vinto e pur avendo l’obbligo di residenza in questa frazione, trova sempre nuove scuse per rimanere a Leno. Desiderava una casa ed ecco sorgere un ridente villino di fronte alla modernissima Scuola Materna. La casa era umida e si attese che divenisse abitabile. Asciutta che fu, secondo il medico, necessitava di un garage poi di una cinta. Accontentato anche in questo, che cosa desidera ancora il nostro medico? Si sa che Castelletto non ha attrattive per divertimenti come Leno, ma certamente non è più un paese primitivo. Quante corse si fanno di giorno e di notte a Leno alla ricerca di un medico che spesse volte non si trova! La gente ha avuto pazienza, ora è stanca di aspettare e chiede alle colonne di questo giornale di farsi interpreti presso le autorità competenti affinchè abbia termine una buona volta questo stato di cose”.

Il luogo, facente parte della zona propria del lamentato contendere, si descriveva, a margine degli avvenimenti poi intervenuti, anche per via di un’altra possibile ed altrettanto fedele citazione, parimenti efficace nell’andare ancora ad appalesare una visione ispirata ad una mente testimone di quel mezzo secolo del Novecento andato, riscontrabile a fattibile raffronto rispetto agli anni a venire che, nel loro progredire, possono ora raccogliere, della storia, il dato di fatto che nel “Giornale di Brescia” del 7 marzo 1958, una tal firma, stesa nell’abbreviativo di “mond.” sottoscriveva in un più articolato contributo di lettura, proponendo una presentazione di questa comunità, sita nel cuore pulsante della pianura bresciana, con il precisare “(…) A Leno confluisce naturalmente una fitta rete di strade che, dunque, da Leno si dipartono quali briglie ideali di autorevole preminenza. La “Bassa” trova, in questo centro, il suo fulcro soprattutto economico, proprio come nel non lontano passato, proprio come nei secoli lontani in cui i frati benedettini piantarono qui il seme fecondo dell’ora et labora. (…)”.

L’accenno alla conclamata tradizione monastica, recepita nell’allusione all’antica abbazia in un consapevole alveo storico del territorio, pareva farsi canale di ispirazione per accompagnare con avvalorati contenuti ideali quella manifestazione locale che, a Leno, era, in quel periodo, tappa sostanziale nel proprio robusto patrimonio rurale, essendo che si denotava nell’avviato corso attrattivo di un’intraprendente fiera annuale, come appare dall’edizione giornalistica menzionata, rivelando, nella fonte di un sopravvissuto esemplare di tale quotidiana pertinenza, che “(…) Siamo giunti nell’imminenza della quarta edizione della fiera che prende il nome del santo della primavera, del monaco benedettino che trovò nel lavoro la più valida formula di santificazione. La fiera, come nelle edizioni passate, offrirà al suo pubblico una serie di manifestazioni, le più varie, capaci di accontentare sia l’uomo di affari che chi non vorrà rinunciare a tradizionali motivi di svago. Nei giorni 18, 19, 20 marzo i visitatori potranno veder allestita un’importante esposizione merceologica accanto ad una vasta e completa mostra dell’artigianato, una rassegna avicola ed un’altra zootecnica, questa già molto apprezzata nelle passate edizioni dagli allevatori della “Bassa” (…)”.

Insieme a queste iniziative, proprie di una organizzata ripresa di attività dopo la guerra, coesistevano quelle emblematiche tracce che, al Secondo conflitto mondiale, riponevano, invece, l’attenzione dovuta a casi ancora in cerca di una soluzione, nella struggente attesa di riscontri su dinamiche legate ad esistenze disperse nel baratro di eventi, esplosi in una drammatica loro manifestazione.

Tempi nei quali, ancora a riflesso dell’edizione del giornale già accennata, i vari anni, ormai, a quel tempo, succedutesi dalla fine della guerra, pareva non impedissero che, nella medesima pagina, dove, fra le cronache locali, faceva capolino anche Leno, si fosse andato parimenti a pubblicare: “Tribunale di Brescia. Dichiarazione di morte presunta. Seconda Pubblicazione. Il Presidente del Tribunale di Brescia con decreto 17 febbraio 1956, su ricorso del sig. Cavalleri Luigi per ottenere la dichiarazione di morte presunta del fratello sig. Cavalleri Ettore fu Angelo e fu Tonni Giulia, già residente in Paitone, scomparso in relazione agli eventi bellici avvenuti in Sicilia il 22 luglio 1943: ha ordinato la presente pubblicazione, facendo invito a chiunque ne abbia notizie di farle pervenire al Tribunale di Brescia, entro sei mesi da questa pubblicazione. Notaio Averoldi”.

Oltre a queste vedute, rivolte ad un passato, allora, ancora recente, altre impronte, impresse lungo lo strascico di quelle giornate, parevano rivolgersi , invece, verso l’orizzonte di una promettente stagione di ricostruzione e di riavvio anche delle opportunità sportive già inaugurate nel territorio, per un’affermazione di discipline agonistiche particolarmente in voga, in quella metà del Novecento in evoluzione, come il “gioco del tamburello”, documentato, ad esempio, per quel che riguarda anche Leno, dal “Giornale di Brescia” 25 maggio 1955: “Tamburello – “Morari” e Travagliato in finale nella coppa Leno. Con le partite svoltesi domenica sulla piazza di Travagliato si sono delineate le squadre che si batteranno nella finale della disputatissima coppa “Comune di Leno”. Le eliminatorie giocate con grande accanimento e buona tecnica hanno avuto il seguente risultato: Gussago “sari” batte Capriano “Botti” 11-6; Capriano “Morari” batte “liberi tamburellisti” 13-7; Travagliato batte “Sari” Gussago 13-8. La squadra Capriano “Morari” avendo disputato le partite del proprio turno, senza sconfitte, si incontrerà per la finale con il Travagliato, pure immune da sconfitte, domenica 29 maggio alle ore 16,30 alle classiche 19 partite”.

Unitamente alla menzionata “Coppa Leno” anche un altro trofeo pareva ambìto, in quel periodo, attraverso un’analoga iniziativa che diversificava tale adesione sportiva con un’ulteriore sua partecipata prerogativa della quale una citazione giornalistica, tratta dalla stampa del quotidiano bresciano del 20 marzo 1956, si rendeva significativa: “Oggi a Leno la coppa Fiera. Oggi alle ore 15 verrà disputata a Leno la IV Coppa Fiera fra le squadre di Capriano e la rappresentativa Enal provinciale. L’incontro sarà alle 19 partite. La formazione: Capriano del Colle: Ongaro, Botti, Tebaldini P., Bignotti, Tinti, Lazzaro. Rappresentativa Enal: Bertolotti, Cò, Tinti Dante, Tebaldioni Paolo, Tebaldini Tomaso”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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