L’eremita l’avevo sempre visto là, legato in quell’angolo con un metro o poco più da una pesante catena, per lui lunga una vita. L’avevo soprannominato “l’eremita” per il suo aspetto e per la sua miserabile condizione. Quel cane di razza spinone che mi fermavo a salutare durante i lunghi allenamenti in preparazione dei viaggi a piedi sulle rotte degli antichi pellegrini eremita 2Ermoaldo e Richerio.

Me l’ero “comperata” con un pugno di croccantini per cani la sua simpatia, come per altri  cani che, al mio passaggio, all’inizio si scatenavano in ringhiate e abbaiate, poi, sapendo del contenuto delle mie tasche, mi accoglievano con festose scodinzolate.

Lui, il solitario spinone, sembrava anche fisicamente un eremita con quel muso dalla burbera espressione, gli occhi tondi  vivaci e intelligenti e quella che sembrava una folta barba intorno alla bocca e al naso.  La voce dell’eremita più che a un’abbaiata assomigliava a colpi di tosse rauca; quando, girato l’angolo della strada, mi dirigevo verso di lui si alzava scodinzolando, avrebbe voluto correre, ma dopo due passi il suo entusiasmo veniva strozzato dalla catena. A quella catena, sicuramente più pesante del suo stesso peso, l’eremita aveva sgranato tutta la sua misera esistenza.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl suo universo era lungo un metro, un metro per invidiare i suoi simili che, a primavera, si rincorrevano, fra il maggengo e i papaveri, inebriati dal richiamo dell’amore. Un metro che a mala pena gli bastava per rincorrere l’ombra nei cocenti pomeriggi d’estate. Un metro per godere il lieve tepore dei raggi che in autunno a fatica bucano la nebbia umida. Un metro per infilarsi nel lurido rifugio in cerca d’un poco di calore nelle notti brinate dell’inverno.

La definizione di cuccia forse non s’addiceva a quell’informe rifugio decorato da una discarica indistinta di materiali vari, lerci e arrugginiti, con un mezzo secchio d’acqua melmosa e un’ammaccata padella per ciotola mai più lavata. Eppure quel suo carcere, nel cascinale, era circondato da una distesa di campi che si perdono a vista d’occhio nella pianura, quanto bastava per far correre una mandria di bisonti. Ma lui, arrivato da cucciolo, era stato legato, senza colpa, a quella pesante catena arrugginita per sempre: una vita da cani !OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Come tutti i cani da caccia, lo spinone, nonostante l’aspetto rustico e il pelo ispido, è di una dolcezza disarmante, sempre pronto a far feste, obbediente e docile, quello che si definisce un “buon amico dell’uomo”. L’eremita aveva sbagliato amico, niente coccole, niente corse nei prati o lunghi giochi coi bimbi, niente battute di caccia dove dimostrare la sua dote di fedeltà per poi condividere le fiamme del focolare la sera accucciato sul tappeto. Solo un metro di fredda catena.

Ogni tanto, anche lontano dagli allenamenti, tornavo in bicicletta a far visita all’eremita con la crescente voglia di tranciare per sempre quella catena e di liberarlo. Lui era sempre là, tre passi, un’abbaiata rauca subito soffocata dal tendersi della catena. Mi sarebbe piaciuto legare il suo “padrone-carceriere” per una settimana e portargli di tanto in tanto da mangiare in quella lurida ciotola incrostata da anni. Sono cosciente che era “solo un cane”, ma il rispetto per la vita e per la natura non si acquistano al mercato settimanale, fanno parte dell’educazione e del buon senso.

La settimana scorsa sono tornato a far visita all’eremita, in tasca qualche croccantino, ma in lontananza non sono stato accolto dai soliti colpi di tosse della sua abbaiata soffocata, credevo fosse al riparo dal freddo nella cuccia… Invece c’era solo la catena, logora, arrugginita, fredda, silenziosa, solo ancora saldamente ancorata a quel luridume di cuccia.

L’eremita se n’era andato, non ho fatto in tempo a salutarlo. Poi, qualche giorno dopo, anche il suo carcere è stato smantellato, di lui è rimasta solamente la catena gettata in un angolo.eremita 5

Commentatori dell’antichità cantavano lodi a questo formidabile cane da caccia, lo spinone, adatto a ogni terreno e a ogni stagione che predilige correre nei boschi e nelle paludi, solido e vigoroso con una spiccata attitudine alla fatica, dall’andatura ampia e svelta, di carattere docile e paziente. Gli antichi romani lo adottarono per la sua affidabilità nelle lunghe battute di caccia. Chissà se ora, come vuole la mitologia, l’eremita è nei “Campi Elisi” libero e felice di correre fra i campi d’erba e di grano macchiato dai papaveri e mosso dal vento.

 

 

Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.