Per le autorità austriache del Lombardo-Veneto, i soprannomi pare fossero importanti, così come lo erano per la considerazione generale del tempo, nella quale tali appellativi andavano ad individuare le persone, nell’uso corrispondente con cui, talvolta, si qualificava pure una data loro connotazione.

Vedasi il testualmente detto “Nigher” di Manerbio, probabile patriota, per la quota parte delle sue presunte responsabilità attribuite anche a motivazioni politiche, in un’epoca dove l’ubriacatura risorgimentale mieteva le proprie vittime, alla stregua della dinamica di cronache giudiziarie di vario genere, per le quali anche i giornali dell’epoca ne monitoravano l’evolversi, attraverso l’assimilazione con altre vicende penali, spesso contraddistinte dalla comminazione dell’estremo supplizio, ovvero della condanna alla pena capitale.

Di questo personaggio ne riferiva sommariamente “Il Giornale della Provincia Bresciana” di martedì 8 Ottobre 1850, nei termini che oggi, naturalmente, risultano strettamente rapportati al frasario di giorni ormai lontani, ma autenticamente fedele ad esplicite testimonianze simili al genere diretto di memorie oculari: “Giacomo Morandi detto Nigher, nato e domiciliato in Manerbio, Provincia di Brescia, di anni 37, ammogliato, cattolico, muratore di professione, già condannato parecchie volte in via politica per ingiurie, offese reali, violenze e ferimenti, e vincolato in seguito alle molte e sofferte detenzioni, a politico precetto, si oppose nella sera 25 giugno ultimo scorso con vie di fatto alla Regia Gendarmeria che procedeva al di lui arresto per incorsa contravvenzione al precetto politico. Constatatosi legalmente il fatto, e sottoposto quest’oggi al Giudizio Militare Statario, fu Giacomo Morandi, per sua propria confessione dichiarato colpevole del delitto di pubblica violenza mediante resistenza di fatto contro un Gendarme in atto di servizio. In base quindi al Proclama 10 Marzo 1849 art. 8 di Sua Eccellenza il Sig. Feld-maresciallo Conte Radetzky venne il Morandi condannato alla pena di morte mediante fucilazione. La quale condanna, confermata in via di diritto, fu in via di grazia commutata nella pena del duro carcere per anni sei da espiarsi nell’Ergastolo di Mantova. Brescia, 5 ottobre 1850. L’Imperial Regio Comandate del VII Corpo d’Armata. Il Tenente Maresciallo Barone Appel”.

Sorte diversa rispetto a quella avuta da “Francesco Gabrieli detto Moret nativo di Pezzaze” e da “Andrea Fada detto Ballarot nativo di Lavenone”, entrambi soldati disertori del “Reggimento Fanti Conte Haugwitz”, e, fra altri capi di imputazione, autori, il 9 luglio 1849, dei fatti che: “(…) in compagnia di altri 30 malandrini armata mano e facendo uso di pericolose minacce, estorto dal Comune di Marmentino un mandato di pagamento per L. 10000; rapinato quel Parroco, Francesco Pirlo, dopo averlo maltrattato, legato e condotto sul piazzale della Chiesa, di un pezzo da 40 franchi, uno da 20 franchi, due sovrane d’oro e mezza, cinquantadue svanziche, centocinquanta lire in ispezzati, 20 lire in monete di rame, due monete antiche d’argento, 3 medaglie d’argento, 15 lire raccolte in elemosine, due orologi e diversi effetti di biancheria; e quindi di avere, alla realizzazione del suddetto mandato di pagamento del Comune di Marmentino, rapinato in Navono, alla casa di Innocenzo Quistini non precisata rilevantissima somma; avendo pure spogliato di austriache lire 1218, in denaro ed effetti, i coniugi Angela Piotti e Lodovico Vivenzi. Inoltre, di avere nel dopo pranzo dello stesso giorno opposto in Lavono, con esplosioni d’armi, resistenza alla Gendarmeria e ferito gravemente il soldato sussidiario Martino Koss. (…)”, come si legge sulla “Gazzetta Privilegiata Provinciale Bresciana” del 2 dicembre 1851.

Sul medesimo giornale locale era specificato che “oltre al solidale risarcimento del danno”, questi due valtrumplini erano stati condannati “alla pena di morte da eseguirsi colla forca. La qual sentenza fu confermata, pubblicata ed eseguita quest’oggi stesso, alle ore 4 pomeridiane. Brescia, il 28 novembre 1851. L’Imperial Regio Comandate Militare di Città, il Tenente-Maresciallo Barone Susan”.

Analogo epilogo anche per gli interpreti della vicenda relativa alle azioni imputate a “Schiz” (Giovanni Battista Apostoli di Botticino Sera), “Zorz” (Giorgio Benetti di Botticino Mattina), “Margetì” (Francesco Gorni di Botticino Mattina), “Stornèl” (Andrea Apostoli di Botticino Sera), “Carlì dela Val” (Carlo Zanetti detto anche “Ciodin” di Serle), “Postolon” (Carlo Colosio di Botticino Sera), “Tetolì” (Giovanni Lombardi di Serle) e “Bu” (Francesco Moladori di Virle), ai quali pure si aggiungeva un tal, parimenti detto, “Giovanni Scarpari senza soprannome” di Botticino Sera, attraverso il resoconto diffuso dall’edizione del 29 ottobre dell’anno prima dello stesso organo d’informazione: “Una banda di tredici malandrini armati di schioppi e di pistole si presentava sul far della sera, 18 aprile, ultimo scorso, in Rezzato, invadeva la casa di altro di quei Deputati Comunali e, con violenze e pericolose minacce vi effettuava in di lui danno, uno spoglio in danaro ed in effetti dell’ammontare di 6030 lire plateali. (…)”.

La relativa sentenza, con la comminazione della pena capitale, nel modo in cui la si apprende dal seguito di quanto pubblicato sul giornale, “fu confermata ed eseguita, riguardo ai primi tre, nel giorno di ieri, alle ore 9 antimeridiane e riguardo agli altri sei, questa stessa mattina alle ore 10. Brescia il 26 ottobre 1850. L’Imperial Regio Comandante del 7° Corpo d’Armata, il Tenente-Maresciallo Barone Appel”.

Stessa uscita di scena che, a seconda dei casi, poteva essere per impiccagione o per fucilazione, per “Giope”, ossia Giuseppe Tagliani di Ciliverghe, che, come era divulgato dal mezzo di informazione menzionato, secondo le notizie uscite in stampa il 25 giugno 1850, “(…) fu nel giorno 21 giugno 1849 arrestato dalla Gendarmeria, siccome prevenuto di essersi, armata mano, in compagnia di altri malandrini, introdotto nel giorno 16 maggio 1849 , verso le ore 9, pomeridiane, in una casa di villeggiatura di Urago Mella, di avervi con minacce di morte, con impugnati stili e coll’esplosione di due pistole crudelmente inveito contro i proprietari onde estorcerne tutto il denaro e di avervi quindi effettuato lo spoglio in contante ed effetti, pel complessivo ammontare di austriache lire 3006 e cent. 75. (…)”.

Soluzione, invece, diversa, rispetto a quella “dell’ultimo supplizio”, naturalmente fra altri casi simili, pure capitati, per “Lazza” (Lorenzo Lazzari, soprannominato anche Bellet), residente a Castrezzato, che, come sostanziava, in una “notificazione” testualmente pubblicata, la carta stampata del 27 settembre 1853, se l’era cavata con la pena ai “lavori forzati con ferri leggieri per due anni, avuto riguardo alle circostanze, che non ebbe luogo alcun danno, e che gli attuali rapporti non impongono l’applicazione della legge”, a seguito di un mero tentativo di furto, in compagnia d’un complice, perpetrato ai danni di un tal Giuseppe Casaletti di Rovato, “dalla cui consumazione non desistette che per sopraggiunti impedimenti esterni”.