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Brescia – Promuovere la porzione della locale tradizione culinaria che si addice allo spiedo, diversa dalla gastronomia d’importazione che è apportatrice, ad esempio, del “shushi”, è l’ispirazione emblematicamente affidata all’irrompere di quanto il sottotitolo del libro “L’etimo (s)fuggente – Si scrive Sushi e si legge spiedo” evidenzia, evocando quell’intrigante contenuto divulgativo che è funzionale all’invito rivolto alla lettura della pubblicazione, contraddistinta, fra l’altro, dalla precisazione che trattasi di “Divagazioni su cibo, spiedo, letteratura, vino e cucina bresciani”.

Non nuova a servire, sul piatto forbito della letteratura, una argomentata somministrazione di considerazioni e di informazioni che, a proposito di un radicato profilo culinario ne delineano la gustosa infarcitura, in una documentata espressione di cultura, la prof.ssa Carla Boroni ha confermato, con questo libro, la propria premura verso il tema che è trattato in una luce nuova, attraverso la qualità espositiva di un’accattivante scrittura.

Per le edizioni dellaCompagnia della Stampa” il caratteristico formato editoriale del libro si attesta nel proprio pratico spessore congeniale ad un piacevole approccio, funzionale alla consultazione ed al discernimento di quanto il testo permette di contemplare all’interno di un rosso appariscente di copertina che, in relazione alla decisa scelta cromatica praticata dall’autrice per altre sue pubblicazioni, pare invece, in questo caso, ricordare sia il rubino del vino che lo sfondo dei più infuocati giochi di porpora innalzati, talvolta, dal crepitare delle fiamme di un vorace focolare.

Al focolare, inteso, tanto come anticamera al desco conviviale, quanto come allusione ad una comunitarietà sia famigliare che d’appartenenza ad una condivisa aggregazione locale, il libro pare ricondursi anche per quelle ragioni culturali attraverso le quali ha avuto la propria presentazione istituzionale, nell’ambito di un più vasto programma, approntato, a pochi giorni dalla Pasqua, per quell’inaugurazione che il 2014 ha riservato all’apertura della nuova biblioteca comunale di Roccafranca (Brescia), con la presenza, oltre che dell’autrice, dell’editore, Eugenio Massetti, presidente di Confartigianato, di Nicoletta Rodella che ha concorso alla cura editoriale dell’opera stessa, e, fra le altre personalità intervenute, del sindaco, Marina Murachelli, del vicesindaco, Marco Franzelli, della bibliotecaria, Claudia Grottolo, del parroco, don Sergio Fappani e del direttore del “Sistema bibliotecario Sud Ovest Bresciano”, Fabio Bazzoli.

L’incontro divulgativo dell’interessante novità libraria, si è sviluppato nell’implicito intreccio che, nell’adesione plurale al nesso con le prerogative culturali promosse da una struttura pubblica, sembra pure potere idealmente richiamare la condivisione attorno a quell’appuntamento tradizionale che è rappresentato dal verace convivio di un’agape fraterna, contraddistinta dalla ricercatezza qualitativa alimentare e vissuta contemporaneamente nella propensione a socializzare.

Un concetto, quest’ultimo, affermato dalla prof.ssa Carla Boroni, nello scrivere, fra l’altro, nella prima delle sei parti della pubblicazione che: “Da un pranzo bene assortito fuoriescono accordi visivi e tattili, sensazioni armoniche al gusto e all’odorato, quindi, il diletto, o quanto meno la disposizione alla conversazione”.

E’ questo pure il riferimento a cui, fra le circa centottanta pagine del libro, si legano le considerazioni espresse in aderenza alla sfera sociale ed alla realtà identitaria locale, emanata dalla tipica cucina bresciana, per una disamina globale che, nel contemplare l’atto dello spedare, ne contempera anche il correlato indotto culturale.

Carla Boroni
Carla Boroni

Secondo questa valoriale ispirazione, anche il titolo della pubblicazione, riattualizzando il proprio argomento cardine, in una fattiva enucleazione, pone al lettore quella costruttiva provocazione che è racchiusa nella potenziale riflessione nella quale si esplica la dicotomia, sottolineata dall’autrice stessa, fra un piatto guarnito di sushi ed un altro invece recante una porzione di spiedo, rilevandovi nel confronto, un’opposta percezione di sensazioni che si stemperano dal freddo, attribuito all’uno, per indugiare meglio al caldo, rilevato nello spiedo accennato.

Spiedo di cui, nel corso della presentazione del libro, una puntuale informazione ne ha tratteggiato il documentato percorso conclamato di vari secoli di storia, trattati nella pubblicazione anch’essa disponibile per le edizioni della “Compagnia della Stampa”, in quel compendiato lavoro di ricerca che è racchiuso in un altro volume, scritto dalla medesima autrice, dal titolo allusivo di “Brescia e la civiltà dello spiedo”.

Nel rinverdito confronto con questa tematica, l’autrice coniuga al presente la via che ne disvela ulteriormente gli aspetti colti da una osservazione ad essa corrispondente, bilanciandovi l’accostamento iniziale fra sushi e spiedo e proseguendo, quindi, nel fluido sviluppo di una spontanea ispirazione che avvolge alcune voci della letteratura attorno all’alimentazione di varia natura, una volta però risolto e messo personalmente in chiaro che, fra i due piatti citati, “ad uno associo il freddo, all’altro il caldo. Ad uno l’apparenza, all’altro la sostanza”.

Sostanza che, per la prof.ssa Carla Boroni, si traduce anche nella plurima proporzione avvalorata dal pensiero che “l’ideale sarebbe contenere al massimo un tipo di nutrizione contemplante qualsiasi tipo di carni, siano esse di manzo, maiale, d’uccello o di pesce”, nel composito alveo di una apertura che, nel libro, si è tradotta nella libera analisi foriera, fra l’altro, di “alcune chiacchere sul linguaggio, connotazioni etimologiche sul cibo e sul vino. (specie bresciano). Sul resto si tratta di divagazioni su letteratura e cibo, fra cucina (soprattutto locale) e diete, dando un po’ di spazio in più, appunto, allo spedo, che non è solo un modo primitivo di cucinare, ma nel bresciano è certo una forma di cultura a tutto tondo, con sfumature assai rare e di nicchia”.

Secondo Roberto Gitti che accoglie il lettore con la sua introduzione, in questo settimo volume, realizzato per la collana editoriale denominata “Fluo”, la prof.ssa Carla Boroni “ha deciso per una sintesi felice su questo meraviglioso piatto bresciano e sull’entourage culinario, sempre fra considerazioni colte e lievi”, alludendo alla tematica dello spiedo che in altre pagine del libro lascia interessante spazio anche a “cibi che in passato hanno stabilmente conservato lo statuto di cibo povero; oggi il cibo povero è rivalutato, nei paesi dell’abbondanza torna di moda come segno di tradizione e conservazione, come cibo provvisto di valore simbolico, perché in esso si tende a riconoscere un valore perduto, il simbolo di un tempo sano e felice che in realtà non c’è mai stato”.

E’ questo, fra l’altro, il caso della parte inerente le astinenze, ma anche riguardante le ossessioni e le frodi antiche, “fra povertà e ricchezza”, intersecanti una “botanica del palato” e tutto uno scibile esaminato che spazia, dal linguaggio della tavola, alle storie conviviali, dai cibi colti nelle descrizioni letterarie, all’accurata e metodica peculiarità “rituale” dello spiedo, spiegata in pratica, mentre, altre pagine sono attraversate da una disamina storiografica della realtà locale, analizzata nel trasmigrare generazionale in relazione alla sussistenza alimentare, ed altre afferiscono al “valore inebriante e socializzante del bere” correlato da alcune canzoni di osteria che, in assonanza con il termine “fluo” della serie editoriale del libro, per un significato che sembra inneggiare alle tante sfumature del reale, vagheggiano in acute strofe di vario genere, come in quelle intese dal vernacolo bresciano di: “Bev el vì…./ arda che ‘l temp lè curtì/ Campa be nel tò patì./ Parla poc e bev de piò/ Perchè ‘l temp l’è invidius/ El scapa via come ‘n murus./ Catel fino a sufegal che dumà l’è sa Nedal”.

Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.