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La fretta di mostrare una presenza internazionale italiana ha generato la duplice consapevolezza: che con i taliban ciascuno parla da solo; e che l’unica azione collettiva (presuntuosamente chiamata “multilaterale”) che si riesce ad organizzare è la guerra di occupazione di un territorio o di difesa dalla pandemia.

Per il resto, come si fa quando non si può fare altro, tutto trasferito all’ONU, considerato il ricettacolo dei fallimenti, una sorta di discarica della geopolitica internazionale.

In libreria dal 27 ottobre
In libreria dal 27 ottobre

Non poteva essere altrimenti, però, perché – come viene spiegato nel libro Afghanistan. Cosa sta succedendo, – l’Afghanistan non è una situazione politica a sé stante, circoscritta nei suoi confini geografici e storici; ma è una delle condizioni emblematiche di un processo globale di ridefinizione dei parametri interpretativi della geopolitica internazionale, verso la costituzione di “Piattaforme Continentali di Nazionalità”.

Dunque un G20, che non rappresenta alcun Continente formato o in formazione, non poteva e non può essere un Ente politicamente attendibile; non può produrre alcuna soluzione concreta, cioè, perché non rappresenta i soggetti politici realmente prevalenti ma soltanto quelli idealmente auto-definiti. Semplice da comprendere. Nella consapevolezza che in politica quando una iniziativa fallisce non resta senza conseguenze, ma rafforza invece il potere del concorrente.

Dal G20 gli unici che escono rassicurati sono i taliban, protetti dalla tenuta degli accordi di Doha (l’accordo bilaterale tra gli Usa e i talibani è l’esito dei negoziati inaugurati nel settembre 2018 da Zalmay Khalilzad, il rappresentante speciale statunitense confermato da Biden, su iniziativa di Donald Trump) e dalla esigenza statunitense (bloccando il denaro dei taliban nelle banche USA) di cambiare, sul medio o lungo periodo, se non l’alleato, almeno l’interlocutore.

I vecchi taliban agivano politicamente e militarmente per cercare un destino. I nuovi taliban hanno per destino di agire militarmente e politicamente. Loro volevano il governo per
avere il potere totale. Questi taliban vogliono il potere per avere un governo.

L’Afghanistan compare e scompare dagli occhi degli osservatori di politica internazionale. Possiamo dire che è un territorio a visibilità politica intermittente. Ogni volta, di fronte a un evento clamoroso e spesso drammatico, riappare sotto i riflettori della comunicazione globale e degli analisti internazionali.

L’uscita dell’Alleanza del Nord e degli USA ha indotto a credere che l’Afghanistan stia tornando ancora nell’ombra della sua irrilevanza geopolitica, attraversato dalla catena principale del sistema himalayano che occupa due terzi del Paese. Invece, non si tratta di una fuoriuscita ma di una transizione strategica.

L’Afghanistan e il suo ceto politico amministrativo acquisiranno sempre più una rilevanza internazionale perché i suoi rapporti con l’Occidente, sebbene inizialmente conflittuali e nascosti, andranno gradualmente stabilizzandosi e i taliban saranno il terminale tattico contro il terrorismo incontrollabile di Isis; e perché l’Afghanistan è posizionato al confine tra tre Piattaforme continentali di nazionalità: quella Russa, quella Cinese e quella Islamica (Iran e Pakistan).

Questo libro, a cura di Alessandro Ceci, propone interventi di storici, economisti, analisti del territorio ed esperti di criminologia e di diritto, antiriciclaggio, finanziamento del terrorismo e analisti di intelligence e sicurezza in grado di reinterpretare le dinamiche delle relazioni internazionali.

Testi di Alessandro Ceci, Danila Spinacara, Aquilina Olleia, Maria Raffaella Cangi, Vincenzo Vespri, Lorenzo Vacca, Alessandro Popoli, Riccardo Valenza, Igiea Lanza di Scalea, Massimiliano Nisati, Mina Zirojevič, Dragan Simeunovič, Elvio Ceci, Benedetto Palombo, Ranieri Razzante, Mario Caligiuri, Fabio Mini.