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Cigole (Brescia) – “Novembre 2015, la serata per commemorare il centenario della chiamata alle armi del Regno d’Italia si è appena conclusa a Palazzo Cigola Martinoni, quando mi avvicinano alcune persone che non avevo il piacere di conoscere.
Parenti di Gardone Val Trompia dei Filippini, mi dicono.
“Buonasera Sindaco, le dico, in Archivio di Stato ci sono delle lettere scritte dai caduti cigolesi della Grande Guerra, sarebbe bello…”
“Sarà fatto” quasi interrompendo, e poi via a scambiare due chiacchiere distratte, perché nella mia mente già ripercorrevo l’agenda delle giornate a venire, allo scopo di trovare la mattina migliore dove collocare la prima visita in Archivio a Brescia”.

Nasce qui, da questo incontro fugace del sindaco di Cigole, Marco Scartapaccio, con alcuni concittadini, il progetto di questo libro necessario che è stato fortemente voluto dall’amministrazione comunale e che è frutto di una ricerca storica condotta da Valerio Gardoni, Gianpiero Scartapacchio, Angelo Filippini e  Marco Scartapacchio.

“Lettere, poche e di pochi”,
spiega Valerio Gardoni che lo ha curato, “ma lettere con le loro impronte, il loro sudore, la loro vita, portano le voci degli altri, di altre lettere che a noi rimarranno sconosciute, un centinaio di voci ignote partite dal paese verso il fronte.

Non ti puoi chiamare fuori se le leggi e se ti chiedono di farne un libro. Non puoi lasciarli in trincea da soli, perché la notte nei pensieri si fanno vivi, entrano nella tua vita per un attimo, come un graffio di vento dalle ante aperte sul temporale.

Per capirli, per carpirne la loro grande forza d’animo, lo spirito indomito e ubbidiente, la lealtà di pensiero e l’indomabile senso del dovere non ti resta che andare in trincea con loro nelle notti silenti e tormentate”.

Quanto dolore, paura, nostalgie in queste lettere. C’è la tradotta che li strappava dalla loro terra, facendo rotta verso un confine incerto fatto di pietraia ignota e bianca come ossa al sole e di rocce striate buone per l’erica.

C’è il paesaggio aspro di questo dolente Carso, simbolo insanguinato dall’ardore di militi ignoti. C’è il Piave con quel suo mormorio malinconico e lamentoso sotto il tiro delle mitragliatrici. Ma c’è anche la neve lieve della Bassa bresciana con i suoi camini accesi e i campi a riposo.

“Non la leggi ma la percepisci a pelle la nostalgia di casa”, scrive Gardoni, “dell’aria greve della Bassa, degli amici, della famiglia, dei campi e di pane latte e miele. Nostalgie di lune di maggio, di prati fioriti, di feste da ballare, di amori rubati di nascosto dal curato. Nostalgie finite con i vent’anni laggiù nelle trincee del Carso, nella neve dell’Adamello o sui monti verdeggianti del Garda, al tempo confini di stato”.

Sono morti quasi tutti.

E le loro parole “ci narrano di noi, della nostra gente, dell’assurda carneficina di giovani scaraventati in una terra difficile e lontana, a morire con altri giovani di quella terra”.

Ma questo libro non racconta solo di questi giovani mandati a morire. A fianco ci sono le donne. Tante donne. Quelle che hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione delle Istituzioni democratiche del nostro Paese.

Le donne chiamate a lavorare. Al posto degli loro uomini, mariti, figli, fratelli, che erano in guerra.

Madri, mogli, sorelle e fidanzate schiacciate dall’ansia per il destino dei loro uomini al fronte, spezzate dal dolore per la sorte dei propri cari a seguito delle poche notizie dal fronte.

Donne che seppero mantenere la dignità e caricarsi ogni responsabilità fisica e morale.

Ansia e dolore che traspaiono dalle parole di Maria:

 “… Maffeo era ferito ma noi da lui non sapevamo nulla, e quindi si pensava molto male ed avevamo paura che fosse anche morto, e invece adesso ci ha scritto che lui si trova ancora sano e salvo e che spera di venire presto a casa in licenza…”

E poi c’è Maddalena Valorsi, che faceva la maestra a Cigiole. Lei che cresceva i suoi ragazzi per perderli al fronte. A lei sono indirizzate alcune delle lettere miracolosamente arrivate a noi. Maddalena leggeva e rispondeva ai suoi alunni divenuti soldati, diventando uno straordinario tramite con le famiglie a quel tempo ancora drammaticamente analfabete.

“Dalle mie trincee” non è un libro sulla guerra. Ma un libro contro la guerra.

Lo si capisce già nelle prime pagine dove Don Primo Mazzolari ci avverte che quel ” “Tu non uccidere” non sopporta restrizioni o accomodamenti giuridici di nessun genere. Cadono quindi le distinzioni tra guerre giuste e ingiuste, difensive e preventive, reazionarie e rivoluzionarie. Ogni guerra è fratricidio, oltraggio a Dio e all’uomo. O si condannano tutte le guerre, anche quelle difensive e rivoluzionarie, o si accettano tutte. Basta un’eccezione, per lasciar passare tutti i crimini.”

“Fare memoria del centenario della fine della I guerra mondiale” spiega il parroco di Cigole, padre Abramo Camisani, “non è un semplice ricordare un periodo triste e drammatico della storia del nostro Paese, ma un prendere maggiore coscienza di un “non ritorno”, che ha segnato e lacerato cuori e famiglie, intere comunità e nazioni. Un qualcosa che ha da dire anche noi, eredi e protagonisti di questa storia. Quella che è definita “la grande guerra”, è stata in realtà una carneficina di padri e figli, di madri e sorelle, di cenacoli familiari distrutti: una storia di volti, di sentimenti, affetti negati alla bellezza e possibilità della vita. E quanta amarezza, a cento anni da questa tragedia, dover costatare che siamo ancora sull’orlo continuo ed estenuante di nuove possibilità di “guerra”

 

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