Come affrontare le problematiche socio-economiche scaturite o amplificate dalla pandemia da coronavirus? Due le alternative in campo: si può reagire “cercando di rilanciare il modo di produrre, consumare e vivere precedente” oppure “valorizzando i cambiamenti positivi emersi in questo periodo”.

Siamo di fronte a un “bivio”, dice Tonino Perna, già professore ordinario di sociologia economica all’Università di Messina, nel suo libro Pandeconomia. Le alternative possibili”, pubblicato a giugno scorso per Castelvecchi, collana Esc.

La prima strada, spiega il sociologo, è quella sbagliata. Perché in quel caso “andremo incontro a un peggioramento generale della società e dell’ambiente in cui viviamo”. Mentre la seconda via, quella del cambiamento radicale, prende il nome di “equonomy”, vale a dire “un’economia che ritrova l’equilibrio nel nome dell’equità”.

Un assetto che congiunge equilibrio macroeconomico ed equilibrio sociale, quello immaginato da Perna, studioso e sostenitore dello “sviluppo sostenibile” per un’altra economia possibile.

Il sociologo traccia la via di soluzioni alternative sulla base di un presente caratterizzato dalla cosiddetta “pandeconomia”, intesa come “la trasformazione dell’economia dei singoli Paesi come del mercato al tempo della pandemia”. Il quadro descritto è quello della caduta del Prodotto interno lordo mondiale pari al 3% secondo una “stima prudenziale”, con un calo del – 10 o – 12% del Pil italiano, e con un rapporto debito/Pil che “salirà alle stelle”. A ciò si aggiungano le spinte protezionistiche e le tendenze degli Stati ad allargare i loro

mercati interni in risposta al crollo del commercio internazionale, accelerando così il processo di “de-globalizzazione già in atto nell’ultimo decennio”.

Il risultato è il seguente: “Recessione e de-globalizzazione possono riaccendere gli egoismi nazionali e far crescere la tensione internazionale”.

Inoltre “si profila una serie di rivolte sociali” su scala mondiale “se non verranno prese misure di garanzia per un reddito dignitoso per tutti”.

Il rischio più grande – sottolinea Perna – è una guerra tra poveri e una deriva autoritaria generalizzata per reprimere le rivolte sociali all’interno dei diversi Paesi”.

D’altro canto, sul piano delle questioni ambientali il blocco delle attività sociali ed economiche, il cosiddetto lockdown, ha portato alla “dimostrazione che solo la decrescita può dare un taglio netto alle emissioni di gas serra”.

Un taglio necessario anche perché ci sono “diverse ricerche che dimostrano, già da tempo, che esiste una correlazione tra particolato”, cioè tra la presenza di polveri sottili nell’aria, “condizioni meteorologiche e diffusione del virus”.

Come se non bastasse, “i polmoni delle persone che vivono dove l’aria è fortemente inquinata hanno mediamente una risposta alle infezioni delle vie aeree più bassa”.

Ecco, quindi, una serie di alternative individuate in questo breve saggio alla luce delle osservazioni sulla pandeconomia.

Intanto si porta avanti il concetto di equonomy “come un modo di produzione che ricerca l’equità tanto nella distribuzione delle ricchezze quanto nella valorizzazione del lavoro”.

Altro obiettivo: riconsiderare gli spazi urbani “per vivere decentemente”. È il concetto di “equonomy come equidistanza”.

Che intanto significa “decongestionare le metropoli e ripopolare le aree interne, i borghi antichi”, per nuovi modelli di turismo ben diverso da “quell’ammasso informe” di persone che hanno affollato spiagge e città d’arte.

Ma equonomy deve anche significare un modo di produzione che “punta a un rinnovato equilibrio tra attività umana e il patrimonio naturale che abbiamo ereditato”. Un equilibrio basato sulla “compensazione tra settori inquinanti che chiudono e attività ecologicamente sostenibili che aprono”.

er tutto questo “a qualcosa dovremo rinunciare”, avverte il sociologo, “ma lo faremo volentieri” in nome di un ambiente più sano, “che significa più benessere e salute”.

Inoltre, “dovremo dare alla spesa sanitaria una priorità al di là dell’emergenza”. “Questa pandemia – dice Perna soffermandosi sulla situazione italiana – ha messo a nudo i danni prodotti negli ultimi dieci anni dai tagli alla Sanità”.

Quindi l’appello per investire in personale, nella medicina territoriale, in prevenzione e nella ricerca scientifica.

Al centro delle proposte anche il Mezzogiorno: questa infatti “potrebbe essere l’occasione per rilanciare il nostro Sud”, scrive l’autore pensando a “programmi” per valorizzare tra l’altro gli “emigranti di ritorno” come i giovani ricercatori e studenti Erasmus rientrati dall’estero o dal Nord Italia.

Nell’elenco delle soluzioni anche la riscoperta della solidarietà. Perché “al di là della retorica, che non manca mai, la pandemia ci ha insegnato che la solidarietà è ciò che ci salva, sia sul piano della salute che su quello dei bisogni vitali”.

La solidarietà deve tradursi, inoltre, nel “rilancio della cooperazione internazionale, a partire dalla lotta comune contro il Coronavirus”.

In particolare, la scoperta e l’uso del vaccino saranno “la cartina al tornasole” per la cooperazione tra gli Stati: “Un accesso gratuito alla produzione del vaccino, l’eliminazione di royalties e brevetti costituirebbero una svolta”.