Tempo di lettura: 4 minuti

Ho viaggiato fin qui, edito da Edizioni Centro Studi Erickson, è una raccolta di storie di dolore, speranza, integrazione e disintegrazione di 28 ragazze e 3 ragazzi dai 15 ai 19 anni che attraverso il loro viaggio sono approdati sui banchi di una scuola dell’hinterland milanese, l’Istituto Istruzione Superiore Eugenio Montale di Cinisello Balsamo, e hanno accettato di raccontarsi in un diario.

Il volume curato dalla giornalista Cristiana Ceci e dal professore Francesco Iarrera presenta 31 racconti autentici, potenti, attuali scritti in prima persona da ragazzi che narrano il trauma del distacco dalla patria e dagli affetti, dai villaggi e dalle campagne: un viaggio, talvolta rocambolesco, che li ha portati fino nel nostro paese.

Arrivano infatti da ogni angolo di mondo — Est Europa, Filippine, Cina, Egitto, Sudamerica — e tutti frequentano, o hanno di recente frequentato, l’Istituto Montale, una scuola che da tempo si impegna nell’accoglienza e nell’integrazione.

Ho viaggiato fin qui è un manifesto che unisce 31 racconti da cui emerge una scrittura immaginifica, poeticamente fanciullesca, ricca di termini che, proprio in virtù del loro uso non canonico, acquistano a volte maggiore spessore e potenza semantica.

Non uno studio sui migranti, ma un racconto fatto in prima persona dagli stessi protagonisti, le voci narranti, «scrittori per caso in una lingua di recente acquisizione», come sottolinea nell’introduzione la giornalista e autrice Cristiana Ceci.

«Volevo fare un’inchiesta attraverso di loro e non su di loro. Fuori dalle statistiche e dentro vicende personali di valenza universale. Questi ragazzi sono dotati di un’immensa forza d’animo nel superare difficoltà che da qui, dal nostro mondo, non riusciamo neppure a immaginare. Di conseguenza, hanno insegnato anche a me a minimizzare le nostre difficoltà, minuzie in confronto, e ancora di più quelle dei nostri figli».

Come scrive Eraldo Affinati nella presentazione del volume «queste storie ci mettono di fronte al tema eterno della gioventù mortificata, della fiducia smarrita, del male umano, senza offrire alcuna soluzione, se non il sorriso superstite delle straordinarie protagoniste, le quali conservano una formidabile energia vitale».

È difficile immaginare la vita degli immigrati in Italia. Ancora più difficile è mettersi nei panni di quei bambini che vedono partire la mamma, o il papà, o entrambi, in cerca di fortuna verso l’Italia, per poi rincontrarli tanti anni dopo, quando tornano per portarseli via con sé. Il problematico ricongiungimento con i genitori, le difficoltà all’arrivo, fra gap linguistico e culturale, l’angoscia, non disgiunta spesso dal sollievo, dell’adattamento al nuovo Paese.

Questo libro permette di entrare nelle vite di questi ragazzi e di sperimentare attraverso la lettura ciò che hanno vissuto sulla loro pelle.

C’è la storia di Lidia Poryadenko che scrive «Se ci penso ho fatto tre viaggi per iniziare la mia nuova vita, uno per attraversare il mio Paese, l’altro per raggiungere l’Italia e un altro ancora dentro me stessa».

O ancora, il racconto di Miao, adolescente che arriva da un paesino nel cuore della Cina, che parla dei suoi cari lontani che sono “scomparsi come sassi sepolti dalla polvere portata dal vento».

Ma anche la storia di Adriana, cresciuta dai nonni in Ucraina sin da quando aveva tre anni. La mamma la chiama dopo tanti anni invitandola in Italia per una vacanza e lei fa un viaggio di due giorni in pullman, tutta sola.

Per scoprire, una volta messo piede in questa terra completamente diversa persino negli odori, che la mamma non l’avrebbe più rispedita indietro. E che non avrebbe più rivisto i nonni e i suoi amici. Ha pianto per un po’. Ma poi si è asciugata le lacrime e dopo tre mesi parlava già l’italiano, anche se spera ancora di tornare a casa.

Ragazzi normali, come Anelys, ecuadoriana, il cui libro preferito è Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia e la canzone più ascoltata Il Cielo Guarda te di Fred de Palma. E poi ancora, Jefferson, peruviano, che ama leggere Il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi e che da grande vorrebbe fare l’economista.

Jeona è arrivata dalle Filippine dopo aver vissuto l’intera infanzia con i suoi nonni paterni, che considerava i suoi genitori, e aver scoperto che in realtà la sua vera famiglia era in Italia. Oggi sogna in italiano e inglese, il suo cibo preferito sono le lasagne e tra dieci anni si immagina negli Stati Uniti a perseguire una carriera da attrice.

C’è Kamil, polacco, il cui libro preferito è L’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino, la canzone preferita Sei un mito degli 883, e la cui idea di famiglia è «uniti nella diversità».

Un viaggio tra le vite passate e presenti dei ragazzi che hanno nostalgia di casa ma che ormai sentono l’Italia come la propria patria, che sognano di sfruttare la loro internazionalità facendo l’interprete o la hostess.

Storie che simboleggiano il mondo multiculturale che verrà, e che è ben raccontato nel libro edito da Erickson.

L’emigrazione non è una scelta opportunistica. In verità non è neppure una scelta. È invece, come dimostrano le storie nel libro, l’unica strategia per continuare a sperare. Dai 31 racconti emerge chiaramente come il futuro sarà migliore per tutti se solidarietà e speranza diventeranno le parole chiave.

Accoglienza significa condividere la speranza, che è un sentimento legittimo, spontaneo e positivo di ogni essere umano, in ogni angolo di mondo.

Speranza che emerge chiaramente nelle parole di Olesia, una protagonista del libro che viene dall’Ucraina: «auguro a tutti un bel futuro e una bella vita. Apprezzate quello che avete e non lo perderete.

Tutti i problemi passano con il tempo, anche se restano dei ricordi che ogni tanto ti fanno stare di nuovo male. Eppure la vita è bella. Non abbiate paura di cambiarla. Io ho provato e ci sono riuscita e adesso sto bene».

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *