Questo libro racconta la “rivincita delle cose”: il piacere senza tempo di sfogliare un libro, il graffio della puntina sull’Lp, il click pieno della macchina fotografica.

Ma senza voler contrapporre l’“impero” digitale alla “ribellione” analogica e neppure scomodare nei lettori la nostalgia per i tempi andati. Piuttosto è un invito a riflettere – attraverso storie di cose e persone – sull’intelligenza degli oggetti, sul loro valore relazionale e sul significato di attività umane che non possono essere cancellate con un semplice delete.

Un libro che – con la voce ferma di Angelo Miotto – canta gli epici duelli tra pesanti volumi e agili reader, tra calligrafia e tastiera, tra Google maps e Tuttocittà, tra Polaroid e iPhone 11, tra autoscatto e selfie, tra il libretto di istruzioni e i tutorial, tra stampante 3D, tra giochi analogici e videogames.

Senza fare troppo il tifo, certo. Ma alzi la mano chi non prova un po’ di disagio quando vede ragazzi (e adulti) guardare un’opera d’arte o un concerto attraverso uno minuscolo schermo o non sobbalza di fronte a qualche manifestazione di “analfabetismo funzionale”.

Il principio del piacere è il driver del libro. Leggere sulla carta non è un vezzo ma un sentimento completamente diverso. Scrivere a mano comporta movimenti finissimi che coinvolgono decine di muscoli e un legame tra cervello e mano che – lo dicono gli scienziati – non è lo stesso di chi batte sui tasti.

Ma anche ascoltare la musica restituita dai solchi di un vinile è ben diverso da un Mp3. Scattare e stampare una foto su pellicola regala una “grana” di soddisfazione del tutto diversa. Così come tanti altri “piaceri analogici”, che oggi non sono soltanto “tornati di moda” ma rivestono ancora un profondo senso culturale, sociale e umano.

“Il ritorno delle cose” solleva inoltre, anche se con tono lieve, argomenti e domande di spessore: che differenza corre tra una diretta Facebook e una piazza stipate di persone che manifestano?Preferire una mappa cartacea a un navigatore non sottende una scelta politica e un tentativo di sottrarsi – almeno simbolicamente – alla dittatura del grande fratello digitale? L’opera d’arte è la stessa se filtrata da uno smartphone? Pregare insieme ad Alexa è la stessa cosa di partecipare a una funzione in chiesa?

Nessuna pretesa di fermare l’innovazione, comunque, solo un’avvertenza.

“Questo libro – scrive Massimo Acanfora – non vede la luce per scomunicare la tecnologia, né per contrapporre digitale e analogico, intelligenza umana e intelligenza artificiale, innovazione estrema e retromania, virtuale e reale, ma per riflettere sulla nostra umanità che viene quotidianamente erosa – a dispetto della realtà ‘aumentata’ – dal frapporsi di uno strumento tecnologico tra noi e un tramonto, un Cezanne, il nostro stesso volto”.

La brillante prefazione è dello scrittore e giornalista Alessandro Robecchi e interviste allo scrittore Paolo Cognetti, al compositore e assessore Filippo Del Corno e all’innovatore rinascimentale Massimo Temporelli, fondatore del primo fab lab di Milano, che chiosa: “Tutto quello che annette relazione ed empatia, dalla maestra dell’asilo in poi, continuerà ad esistere. (…) Dove invece non c’è il ‘valore aggiunto’ delle relazioni, dell’immaginazione e del problem solving, la macchina prevarrà”.

E l’istantanea sulla fotografia di Leonardo Brogioni, Manuel Cicchetti, Samuele Pellecchia e la bella scrittura di Ketty Agnesani.

Un libro infine che non indulge alla nostalgia ma un po’ la mette in conto.

Scrive Alessandro Robecchi nella prefazione:”Eppure non passa. Eppure mi chiamano forte, mi reclamano, a volte, certi piaceri tattili. Certe superfici ruvide e porose dove ti sembra di sentire il rumore di una penna che scrive. Il disco che gracchia un po’, la macchina che chiede vibrando la doppietta tra prima e seconda. Quei pomeriggi di devastante adolescenza in cui dicevi al tuo amico: ‘Ok, porto i dischi’, e non ‘Ti mando un file’. Ma questo non risolve niente: bisogna sempre decidere se mi manca la carta o mi manca il me stesso sui banchi di scuola; se ho nostalgia del vinile o di me sedicenne. Questione complicata”.

Angelo Miotto (Milano, 1969). Giornalista dal 1992, documentarista, radiofonico. Ha lavorato per Radio popolare network fino al 2007. È stato caporedattore a PeacerReporter, quindi a E-il mensile. Fra i pionieri del webdocumentario con produzioni riconosciute a livello internazionale, è stato ospite di “Perpignan Visa pour l’image” e “Idfa Amsterdam”. È autore di installazioni sonore, coautore di documentari – Cronache basche, L’Italia chiamò – coautore di testi teatrali, saggi sui Paesi baschi e uranio impoverito. Ha vinto i premi “Baldoni”, “Bizzarri”, “Anello Debole”. Librettista dell’opera contemporanea “Non guardate al domani”, per la musica di Filippo del Corno. Fondatore dell’ensemble di musica contemporanea Sentieri selvaggi. Nel 2018, insieme al fotografo Leonardo Brogioni, pubblica MetroMoebius, una storia crossmediale sulla metrò milanese. Oggi è direttore di Q Code Mag, cura la comunicazione di Avanzi, Sostenibilità per Azioni e della cooperativa energetica “ènostra”, di cui è consigliere di Amministrazione.

Massimo Acanfora (Milano, 1966). È giornalista, editor, copy e autore per Altreconomia edizioni dal 2009. Dopo una parentesi nel lavoro sociale nei primi anni 90, ha lavorato per il giornale ed editore Terre di mezzo, per il quale nel 2003 ha ideato e organizzato la fiera “Fa’ la cosa giusta!”. Ha portato inoltre in Italia la manifestazione “La Notte dei Senza Dimora”. Ha contribuito a costruire il settore editoriale e librario di Terre di mezzo edizioni. Ha poi lavorato all’agenzia Aragorn come ufficio stampa di numerose organizzazioni non profit. Nel 2008 è stato promotore a Milano dell’evento Homeless World Cup. È autore di diversi libri, tra cui la fortunata guida “Pappamondo” (Cart’armata edizioni), del manuale “E ora si Ikrea!” (Ponte alle Grazie/Altreconomia) e altri.