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Forse, solo con la proverbiale umiltà di Albino Luciani, si poteva arrivare a tanto. Papa, per un solo mese nel 1978, nella sua intensa biografia c’è anche, fra molto altro, l’aver progressivamente sottoscritto le pagine di questo libro.

“Illustrissimi”, il titolo, frutto di un’operazione editoriale via via maturata, nella prima metà degli anni Settanta, per il tramite di una rubrica d’approfondimento, alimentata dall’autore sul periodico il “Messaggero di Sant’Antonio”, perché fosse spazio divulgativo di queste insolite missive.

Raccolte insieme, in un compendio organico, queste lettere hanno dato vita ad un libro, realizzato per le edizioni del medesimo giornale.

Rivolgersi, via lettera, a eminenti personaggi, vissuti nei tempi più disparati della storia, interpretando quell’innocente disinvoltura con la quale semplicità e mitezza sono state ritenute, dal patriarca di Venezia, prossimo al conclave con il nome di Giovanni Paolo I, come sufficienti e funzionali a lasciapassare di una disarmante comunicativa.

L’idea, alla base di quest’immaginario contatto diretto, rivolto, in ogni caso, a ciascuno di queste figure, era il ritenerle destinatarie di considerazioni ispirate alla loro rispettiva figura pubblica ed al nesso fondante di una data riflessione, strumentalmente trainante tutto l’essersi presa la briga, metaforica, dello scrivere di volta in volta, ora all’una, ora all’altra personalità, senza ripetersi, in una esclusiva dedicazione itinerante.

Il rapporto epistolare è vagheggiato in una finzione concettuale, ma l’allora cardinale Albino Luciani (1912–1978), aveva scritto, veramente, in forma di lettera, pensando astrattamente di rivolgersi all’indirizzo di notorietà del calibro, fra altri ancora, di Ippocrate, di Petrarca, di Mark Twain, di Charles Dickens, di Trilussa, di Manzoni, del re David ed al suo, ancor più famoso discendente, Gesù Cristo.

Forse, alla luce di questo esempio letterario, ciascuno può immaginare di tentare altrettanto, rispetto, cioè, al pensare il che cosa reputerebbe di riuscire a comunicare agli stessi protagonisti di quei più diversificati ambiti, nei quali il criterio del futuro pontefice agordino aveva saputo significativamente sostare, nella focalizzazione di un rispettivo messaggio compiuto da condividere, operando l’eco plurale di una immedesimazione colloquiale da divulgare, per partecipare il motivo particolare che aveva inteso trattare, fra altri temi, compatibili con la realtà rappresentata dal destinatario di una sua spontanea apertura personale.

Molta cultura, ancor più sensibilità e tanta fede in quel trascendente che, ad esempio, nei confronti di una ipotetica lettera rivolta a Gesù Cristo, lo aveva colto all’atto dello scrivergli “(…) Il giorno in cui hai insegnato “Beati i poveri, beati i perseguitati, io non c’ero. Fossi stato vicino a Te, Ti avrei sussurrato all’orecchio: “Per carità, cambia discorso, Signore, se vuoi avere qualche seguace. Non vedi che tutti aspirano alle ricchezze ed alle comodità? Ai suoi soldati Catone ha promesso i fichi d’Africa, Cesare le ricchezze della Gallia e, bene o male, si sono fatti seguire. Tu prometti povertà, persecuzioni. Chi vuoi che Ti segua?”. Imperterrito, Tu vai avanti e Ti sento dire: Io sono il grano di frumento che deve morire prima di portare frutto; bisogna che io sia rizzato su una croce; e là trarrò a me il mondo intero!”. Oggi è fatto: in Croce ti hanno innalzato. Tu ne hai approfittato per allargare le braccia e attirarti la gente; chi può contare gli uomini che sono venuti ai piedi della croce, a gettarsi fra le tue braccia?” (…)”.

In un irraggiamento d’umanità, il confronto epistolare avvicina ulteriormente il lettore ad ognuna di queste diverse figure, prese in considerazione, per le quali il ritorno di immagine si accresce anche dagli interessanti effetti di una mediazione illuminante, secondo quella data visione di loro che è stata intesa a riferimento esplicativo di un appropriato elemento di sintesi, utile sia ad avvicinare il personaggio stesso che l’intima coniugazione con quanto, del loro stesso carisma, traluce in una corrispondente e possibile assimilazione.

Un’impronta che tiene il passo di quelle orme che va a raggiungere, all’ombra di chi ha lasciato il segno nella storia. Una visione disincantata ed umanizzante di ogni simulacro, assurto in una codifica acquisita, vuoi in chiave istituzionale, vuoi in misura accademica e stereotipata entro il suo specifico metro di misura particolare che è comunemente svettante dal rispettivo contesto di spessore da cui si erge più da personaggio da manuale che da referente di una propria umanità da poter, invece, ancora considerare e svelare.

L’autore trova i punti di contatto per rivolgersi ai destinatari delle sue belle lettere, senza necessariamente limitarsi al ricondursi ai canoni ricorrenti entro i quali tali personaggi paiono essere trattenuti in ostaggio nell’esclusivo tracciato entro cui sono confinati.

Lo scrivere loro è, già nel metodo, piglio informale per coglierne l’essenza significativa della loro caratteristica consistenza, nel quadro di una diversa quintessenza, quella che la storia pare abbia assegnato allo sguardo mite e caparbiamente fiducioso del cosiddetto “papa del sorriso”, assopitosi, nell’invalicabile mistero della sua morte, nello struggente eclissarsi dei pochi giorni decorsi dal suo breve pontificato, dopo il corso enigmatico di una sola luna evanescente.

Quel sorriso che sfiora anche la lettera, intitolata “Sulla nave di Dio”, indirizzata, fra le pagine del libro “Illustrissimi”, a san Francesco di Sales, quando mons. Albino Luciani, scrive, nell’accomiatarsi dal suo illustre interlocutore che stimava tantissimo, “(…) concludendo, ecco l’ideale dell’amor di Dio, vissuto in mezzo al mondo: che questi uomini e queste donne abbiano ali per volare verso Dio, con la preghiera amorosa; abbiano anche piedi per camminare amabilmente con gli altri uomini; e non abbiano “grinte fosche”, ma volti sorridenti, sapendo di essere avviati verso la gaia casa del Signore!”.