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“Bibliopegia antropodermica”, ovvero la tecnica di rilegatura dei libri che prevede, per tale specifica incombenza, l’utilizzo dell’epidermide umana.

Un esempio pare ne sia trapelato dal breve contenuto circostanziato nei termini di quanto una insolita notizia aveva succintamente divulgato, nel primo decennio del “Secolo Breve”, attraverso il resoconto riportato pure dalla stampa locale, desunto sulla fluttuante eco controversa di lontane ed esotiche attestazioni straniere.

Molto tempo prima che si ironizzasse sulle gerarchie della classe lavoratrice impiegatizia, circa un’inverosimile poltrona “dalla pelle umana”, fra le pertinenze proprie delle prerogative assegnate alla “dirigenza”, insieme al decoro per l’ufficio di una “serra di piante di Ficus”, come sono state delineate nelle caustiche rappresentazioni caricaturali del film “Il secondo tragico Fantozzi”, pare che un manufatto effettivamente realizzato con tale rivestimento epidermico fosse di fatto documentato nella fattispecie di una serie di certi libri, per così dire, d’edizione limitata, che, dall’America, imponevano una sedicente aurea di singolare e sinistra ambiguità sostanziale sul quotidiano “La Sentinella Bresciana” da cui, il 9 settembre 1909 ne scaturiva la curiosa segnalazione sul tema, nel modo in cui tale realtà era rimbalzata alla pubblica attenzione da ciò che pareva fosse stato, a sua volta, riferito da una non meglio precisata fonte di informazione: “Filadelfia, 8. Un medico, Mr. Stockon, ha legato all’Ospedale della città una biblioteca che può vantare alcuni libri di indubbia rarità bibliografica. Sei volumi sono infatti rilegati in pelle umana. Uno di essi, un Catalogo delle Scienze Mediche, grosso volume in quarto, ha richiesto la pelle di un intero dorso. Sulla prima pagina di un altro libro, il legatario ha tenuto a documentare con nome e cognome la provenienza dell’epidermide. Dice l’iscrizione: “Rilegato in cuoio conciato, proveniente dalla pelle della gamba della signora L…, morta di tubercolosi all’ospedale di Filadelfia”. Era una giovane donna di origine irlandese: essa fornì la rilegatura di altri tre volumi. Il sesto libro ha il dorso e gli angoli forniti con la pelle della mano di un uomo tatuato. L’allegro dottor Stockon ci teneva a conciare lui stesso quei miserabili resti umani e a ridurli alla levigatezza di un autentico marocchino...”.

MARTIRIO DI SAN BARTOLOMEO APOSTOLO
Il martirio di San Bartolomeo Apostolo

Dal martirio di San Bartolomeo apostolo, scorticato vivo, verso la metà del Primo secolo Dopo Cristo, per la personale e verace testimonianza professata nel messia, alle torture inflitte, anche in epoche seguenti, a valorosi esponenti di campi fra loro avversi, come nel caso dell’eroico capitano veneziano Marcantonio Bragadin, scuoiato, ancora in vita, dai turchi invasori di Cipro nel 1570, la pelle pare sia stata invece direttamente presa in considerazione, non come implicito e macabro trofeo, ma come oggetto di studio, nel suo, però, consueto impiego di origine animale, per un possibile surrogato da cercare di ottenere in alternativa all’essenza stessa dell’autentica e naturale caratterizzazione presente in natura, come, fra l’altro, appare dalla notizia che il giornale “La Provincia di Brescia” recava, nero su bianco, in una delle sue pagine quotidiane, dell’edizione del 13 gennaio 1911, dando spazio di lettura alla testualmente esplicitata: “Pelle artificiale per vegetariani. Londra, 12 sera. Il “Yewish Chronicle” annuncia l’impianto a Londra di una fabbrica di pelle artificiale, destinata a provvedere a coloro che per coscienza o per scrupoli religiosi, spingono il vegetarianesimo fino al punto di non voler usare pellami per le loro scarpe e per altri articoli di uso comune. L’imitazione, ottenuta mediante fibre vegetali riesce perfetta, ed oltre a scarpe ed a portafogli, a cinture, si possono fare con la nuova materia, rilegature di libri, valigie, borse ed ogni altro articolo del genere, comprese perfino le cinghie di trasmissione per le macchine”.

In un’epoca non ancora invasa dalle materie plastiche, la messa a punto di un materiale, ad imitazione di quello naturale, che si realizzasse artificialmente, ma con mezzi già propri di un diverso genere di vita, pure presente in un medesimo profilo ambientale, pare fosse affrontato in un’antesignana sollecitudine vegana del badare alla dieta, come stretta osservanza di un dato regime alimentare.

Quel regime adottato in capo ad un argomentato e ad un mirato sostentamento che, dai contributi di stampa, ancora de “La Sentinella Bresciana” di inizio Novecento, come nel caso della prima pagina di mercoledì 2 settembre 1908, aveva, ad esempio, offerto alcune riflessioni esplicitamente connesse alla domanda parimenti pubblicata di “Qual è il pane più nutriente?”, recandovi le conclusioni di uno studio, a tal riguardo, condotto dall’allora “Università del Minnesota e del Maine, sotto la direzione dei delegati del Ministero dell’Agricoltura”, secondo il quale “La conclusione dunque contrasterebbe l’opinione comune che afferma essere il cosidetto pane nero più nutriente del bianco, mentre avviene proprio il contrario!”.

Il_calice_Significato_Extra_DrySe “il pane Graham, vale a dire il pane completo fatto colla farina allo stato naturale nella quale si siano lasciate tutte le sostanze contenute nel granello” aveva ceduto il passo, nella valutazione stilata dal’accennato giudizio dei contemporanei, a favore della invece meglio affinata e selezionata “farina bianchissima”, il vino aveva conseguito, in quello stesso giorno di stampa, la risonanza di un ulteriore suo ruolo d’uso, come salutare elemento funzionale a possibili trattamenti di un avveniristico metodo, considerato ancora alla sua presunta fase sperimentale, come propugnato antisettico intestinale: “Il vino in Medicina. I medici, accusati e ingiuriati di fare, con le loro prediche antialcoliche, la rovina dei viticoltori, si vendicano da pari loro. Essi stanno infatti studiando per impiegare su larga scala il vino in terapia. Non vi parlo delle prove che vogliono farsi per scoprire poteri radioattivi nel vino e dell’idea di usarlo per bagni, docce, ecc…: ciò che permetterebbe l’istituzione di grandi stabilimenti balneari, non già di acqua, più o meno salina, ma di vino, colle sue relative grandi vasche per il nuoto ecc… No, vi parlo di cosa che è ormai verità sacrosanta, cioè della cura del vino rosso nella cura della diarrea infantile. E si noti che il vino deve essere dato per clisteri: non si tratta quindi di ordinarne un bicchiere: sarebbe una ben magra risorsa, ma uno, due e più litri, per volta, anzi si consiglia di usare una cannula a doppia corrente, per cui si può mandar giù, anzi su, vino fin che si vuole, chè tanto ne esce quanto ne entra, facendo una corrente che lava perfettamente l’intestino. Nè vi è ragione che di tale cura non debbano usufruirne gli adulti: ed è logico. Dal momento che il vino uccide perfino i bacilli del tifo, non si può immaginare un antisettico intestinale migliore di questo”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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