Pisogne, Brescia – Un sempre gradito ritorno a STORiE. Matteo Meschiari, in dialogo con Stefano Tevini, a presentare La Grande Estinzione (Armillaria edizioni). Un libro sì, ma anche un collettivo in divenire, nato per pensare e creare nuovi immaginari per sopravvivere a questa epoca catastrofica, per salvarci tutti insieme. Perché fiction is action.

Qualche anno fa, senza rendercene conto, abbiamo vissuto una svolta antropologica epocale, un turn, come si dice.

In pratica abbiamo subito una specie di frattura cognitiva tra un prima gestito da molteplici cosmologie per lo più arcaiche o in ritardo, e un dopo incentrato su una nuova cosmologia di estrema attualità, l’Antropocene. ‘

Antropocene’ è una parola antipatica almeno quanto ‘distopia’, è usata troppo spesso e a sproposito, ha creato mode accademiche e intellettuali, è oggetto di sarcasmo tanto tra le destre negazioniste del cambiamento climatico quanto tra ciò che resta delle sinistre dogmatiche, ancora fiduciose nella capacità umana di fare ‘resilienza’ di fronte a guasti ecologici e sociali incalcolabili.

Non vale la pena di discutere la grande cecità di entrambe le posizioni, che alla fine non fanno altro che attutire solo un poco quel senso di allarme che già si respira ovunque.

Quello che serve adesso è avviare un discorso serio sul ruolo della fiction e dell’immaginario nel costruire pratiche concrete di resistenza al disastro. Perché, va detto senza mezzi termini, immaginare/raccontare la terra è una chiave concreta e ineludibilee per salvarci.

Bisogna insomma passare dalla concettualità all’immaginario, dall’analisi al racconto, dal paradigma alla visione. E non per tornare alle tenebre di un pensiero irrazionale, a uno stadio preliguistico, ma per riprendere a dialogare con qualcosa che molto presto sarà indispensabile a chiunque: il pensiero immaginato.

Parliamoci chiaro. Immaginare non significa inventarsi unicorni rosa o casette nella prateria dell’anima per nascondersi dall’avanzare dell’ombra. Non è fantasticare a briglia sciolta o farsi dei film che nessuno vedrà mai.

L’immaginazione è una facoltà cognitiva insostituibile, che solo le menti più rigide considerano in opposizione al pensiero razionale. Immaginare significa invece moltiplicare gli scenari di azione senza rischiare di rompersi il muso in una mossa avventata.

Immaginare significa cercare di capire che cosa sta pensando chi abbiamo davanti, per prevederne le mosse e prepararci ad agire prima di perdere il treno degli eventi. Immaginare significa costruire dei mondi possibili che magari nessuno realizzerà mai, ma che potranno ispirare delle scelte molto concrete e molto utili.

A che cosa serve infatti l’utopia se non a ricordarci che non dobbiamo accontentarci dell’adesso-qui. Che cos’è l’utopia se non una pratica dell’immaginario per sperare diversamente?

Non a caso l’immaginario è il vero grande bersaglio di ogni regime autoritario: ridurre le capacità immaginative di ciascuno, convincere la gente che la costruzione dell’immaginario vada delegata ad altri, riempire l’immaginario delle masse con narrazioni che servono essenzialmente a generare paura e bisogno di una guida unica. Perché immaginare è un gesto eversivo, e quello che oggi sta accadendo è che il controllo delle immagini sta sfuggendo suo malgrado a chi vorrebbe controllarle.