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Il libro “Luoghi di pasture – La tradizione dell’appostamento fisso di caccia in provincia di Brescia” non si limita ad illustrare la tipicità di una certa attività venatoria, pure osservata in relazione alla generalità delle varie forme di uccellagione della tradizione bresciana, ma si espande, in circa centoquaranta pagine, attraverso la documentazione del corrispondente panorama naturale che è fedelmente riscontrato in quell’ambito locale dove la cacciagione è oggetto d’attenzione per una quota parte della tradizione di un assodato retaggio plurigenerazionale.

La pubblicazione, realizzata dalla “Compagnia della Stampa”, reca, fra l’altro, un dettagliato vocabolario condensato in “una selezione di termini tratti da alcuni importanti lavori di autori bresciani sulla terminologia dialettale delle specie ornitologiche e vegetali” che, tanto in una sezione dedicata agli uccelli, quanto in un’attestazione riservata invece a specificare il nome degli alberi, degli arbusti e dei cespugli, relega ad ogni creatura vivente e virente una corrispondente denominazione che si articola in italiano, in latino e nella forma antica del vernacolo parlato che a Brescia trova espressione in un caratteristico accento pronunciato.

Il libro muove la propria regia di rappresentazione esplicativa in quanto, fra una decina di capitoli, trova, fra l’altro, una evocativa figurazione coincidente con un’esaustiva e chiara spiegazione: “L’appostamento fisso di caccia selvaggina migratoria si presenta oggi come una struttura di alberi generalmente a semicerchio intorno ad un capanno di varia forma, non troppo vistoso, spesso mimetizzato da cespugli e rampicanti. Gli alberi che formano il semicerchio sono piante di buttata principali, adeguatamente potate, poste a distanza regolare, alcune delle quali ala sommità sono completate con secchi uniti alla pianta in maniera del tutto naturale. Tra una pianta e l’altra sono poste pertiche orizzontali ben evidenti, a volte in doppia fila, con funzione di posatoi. Dalla base degli alberi al capanno si sviluppa la piazza che è tenuta ad erba e nella quale generalmente vengono collocati bassi cespugli”.

Anche grazie all’ausilio di numerose immagini fotografiche a colori, tale accennata ambientazione appare nel libro spiegata pure da una carrellata di pratiche individuazioni di ciò che, in un effettivo e riscontrabile contesto aderente ad una armonia di compatibilità naturale, ha la le fattezze e le peculiarità delle caducifoglie insite nella rispettiva varietà arborescente del “Bagolaro (Celtis australis) chiamato anche Spaccasassi o Romiglia”, del Biancospino, del Caprifoglio, del Ciliegio Canino, del Ciliegio Selvatico, del Corniolo, dell’Edera, della Fitolacca, della Fusaggine, del Ginepro, della Lantana, del Ligustro, del Melo Selvatico, del Prugnolo, della Rosa Canina, del Rovo, del Sambuco, del Sanguinello, dei Sorbi, sia Montano che del tipo Ciavardello e di quello, non a caso, chiamato “degli Uccellatori” e dello Spino Cervino che sono state censite, fra le ricorrenti specie erbacee e dei frutti connessi a questo composito insieme di vita vegetale diversificata nelle manifestazioni autoctone dei territori bresciani.

Territori che sono, a loro volta, rilevabili nelle zone identitarie contraddistinte da proprie peculiarità raccolte nelle aree della “Bassa pianura”, dell’alta pianura e colline moreniche, della Valle Camonica, della Valle Trompia, della Valle Sabbia, dell’Alto Garda e dei Laghi, per un totale di superficie cacciabile che, in una stima redatta a Brescia dall’assessorato alla Caccia e Pesca, per la stagione venatoria 2001/2002, assommava 292530,30 ettari, per un totale di 7153 appostamenti documentati.

Sulla base di questa mappatura di qualificata pertinenza istituzionale, la densità, ricavata in un rapporto fra il numero dei capanni venatori e la relativa estensione territoriale, mostrava una maggior concentrazione di punti di caccia organizzati in una più cospicua incidenza e capillarità nella fascia settentrionale della pianura e nella contingua propaggine collinare, come pure in Valtrompia e nelle, non di molto meno rappresentate, Valcamonia e Valsabbia.

In un doppio binario di geografia e di storiografia, il libro ricalca anche tracce di informazioni utili per una statistica storica rappresentativa dei dati rapportati al fatto che “nel 1834 risultavano essere state rilasciate nella provincia di Brescia 911 licenze di caccia con lo schioppo e 2880 tese di reti e di archetti. Nel 1915 le licenze risultavano essere 6000. Più dettagliati i dati che si riferiscono al 1930: le licenze col fucile rilasciate ai cacciatori bresciani erano in quell’anno 9894. Sul territorio provinciale erano in attività 281 roccoli, 21 brescianelle, 46 paretai e 323 reti vaganti. Durante il 1975 le licenze di caccia ammontavano a 55000 mentre sul territorio provinciale erano in funzione 15000 impianti, compresi gli appostamenti di uccellagione”.

Il lavoro di documentazione del testo che a queste esplicite menzioni rimanda a puntuali fonti biografiche di ricerche e di mirate pubblicazioni per un articolato apporto culturale di contesto, dedica un’apposita parte al testualmente enucleato capitolo dedicato al “Percorso storico” in cui, tra l’altro, si precisa che l’origine dell’attività venatoria da appostamento fisso “è legata all’introduzione delle armi da fuoco che si è diffusa sin dal XIV secolo. Utilizzate indistintamente per la caccia e la guerra, le armi si sono via via andate specializzando, tanto che nel XVII secolo era già diffusa la voce schioppo per distinguere quest’arma da quella da guerra. La produzione di armi da caccia della Valtrompia attesta una forte specializzazione proprio in territorio bresciano dove, già nel Cinquecento, la tecnologia dell’industria armiera aveva raggiunto alti livelli. E’ attribuita ad un artigiano di Gardone Valtrompia, Pietro Francino, l’invenzione di un maglio ad acqua che permetteva di tirare le lastre per le canne dei fucili da caccia più rapidamente che a mano”.

In questa progressiva compenetrazione armiera che, connessa al riverbero dell’epopea degli archibugi stemperata nel costume dei tempi, anche descritti, ad esempio, in una spigolatura aneddotica nel libro “Capitani e Podestà a Brescia nei secoli XVII e XVIII – Fatti e misfatti”, la caccia pare abbia ispirato una sorta di indotto conseguentemente sbocciato nelle infiorescenze pure letterarie di vari autori, come Agostino Gallo (1499 – 1570), ed in quelle più prosaicamente normate da attestazioni legislative delle quali la pubblicazione “Luoghi di pasture – La tradizione dell’appostamento fisso di caccia in provincia di Brescia” ne documenta l’evoluzione.

Tra flora e avifauna, come specifica Mariapia Viglione che è l’autrice dei testi del libro per “la parte relativa alla provincia di Brescia e le interviste”, l’inconscio collettivo di questo radicamento culturale, considerato in un determinato ambito locale, è, fra l’altro, rappresentativo della considerazione maturata nei termini che “Uccellatore e capannista condividono uno stesso interesse per l’osservazione della natura, sentita essa stessa come pura passione, ben oltre il momento propriamente venatorio”.

E’ questo uno spunto di riflessione messo in opportuno risalto dall’allora assessore alla Caccia della Provincia di Brescia ed ora consigliere regionale, Alessandro Sala che, nel suo contributo di presentazione dell’opera, spiega come sia “singolare trovare, tra la pubblicistica dedicata al territorio bresciano, un testo che tratta di caccia senza prospettare come preminente l’aspetto tecnico. Questa volontà di concentrare l’attenzione più sul paesaggio che sull’attività venatoria in sé stessa, aiuta a cogliere le radici più autentiche che rischiano di essere dimenticate in una visione della caccia unicamente impostata sul rapporto predatore-preda. E’ la pratica quotidiana che prevale sul giudizio dei più, quella serie di atti prosaici giudicati a volte molto severamente o considerati anacronistici”.

I contenuti trattati dal libro, realizzato anche grazie alla collaborazione dei cacciatori Carlo e Luigi Archetti di Santa Maria del Giogo, Renzo Belleri di Gardone Valtrompia, Sergio Pintossi di Polaveno, Enrico Roberti di Gussago e di Domenico Grandini e Matteo Guerrini di Concesio, sono contestualizzati in una significativa elaborazione dei dati, rappresentativi del settore, che è stata “effettuata con il coordinamento del Direttore Federico Pea dell’Assessorato Caccia e Pesca della Provincia di Brescia” durante il periodo d’edizione della pubblicazione stessa che, fra le accurate fonti di reminiscenza storica, citate nella rosa delle esperienze tramandate, rimanda anche all’interessante ristampa anastatica presente nel volume, secondo la fattispecie del “Calendario e registro di caccia”, per l’editoriale “Olimpia”, in ordine all’anno venatorio 1930-40, in cui, fra l’altro, nelle note del galateo del cacciatore, se ne può scorrere l’emblematica e fondamentale prescrizione che: “Il privilegio di portare una arma micidiale che ti accorda la legge ti impone doveri di coscienziosa prudenza verso il prossimo e verso te stesso”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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