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Odio online, razzismi 2.0, hate speech e ostilità verso l’altro: la diffusione di azioni e linguaggi violenti nel Web preoccupa chi cerca risposte educative. Non si tratta di fenomeni nuovi, ma l’ambiente digitale fa acquisire caratteristiche specifiche e particolari.

Emerge una novità: online diventa molto più labile la separazione tra razzismi espliciti e latenti, teorizzata negli ultimi decenni. La cultura convergente e la partecipazione 2.0 diffondono e normalizzano contenuti dichiaratamente ostili o violenti.

Il processo di accettazione sociale, che spesso passa dalla critica al “politicamente corretto”, dall’ironia e dalla pretesa di “non essere preso sul serio”, si nutre della deresponsabilizzazione degli utenti e della banalizzazione delle pedagogie d’odio.

Il libro si apre delineando l’evoluzione dei razzismi e la loro categorizzazione, continua analizzando le caratteristiche dell’ambiente digitale che facilitano la propagazione dei razzismi e dell’odio; infine, una terza parte è dedicata alle proposte per suscitare anticorpi e attivismo digitale, che non sono l’opposto dell’hate speech ma si muovono verso l’assunzione di responsabilità personale.

Nel testo, oltre all’analisi dei casi di razzismo online, sono riportate alcune conversazioni tra il ricercatore e i ragazzi che, a vario titolo, hanno partecipato a tali performances.

Stefano Pasta è assegnista di ricerca in Pedagogia presso l’Università Cattolica di Milano, dove fa parte del Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Informazione e alla Tecnologia (CREMIT) e del Centro di Ricerca sulle Relazioni Interculturali. I due approcci e le bibliografie di riferimento (Media Education e Pedagogia interculturale), che si uniscono nell’educazione alla cittadinanza, sono il punto di forza del libro. L’autore è inoltre giornalista e l’attenzione all’educazione all’informazione è trasversale ai capitoli.

“Il libro non si limita a muoversi sul piano dell’analisi del fenomeno” scrive nella prefazione Pier Cesare Rivoltella, “ma si sposta anche sul versante dell’intervento educativo. Non basta più educare lo spettatore, occorre anche educare il produttore che ogni spettatore è diventato grazie allo smartphone che porta in tasca. Questo significa che insieme al pensiero critico occorre sviluppare anche la responsabilità. Il libro di Stefano Pasta lo fa capire molto bene e rappresenta uno dei primi risultati di una nuova fase per gli studi sulla cittadinanza e sulla Media Education”.

“Sono indispensabili strumenti come quelli qui presentati, che anzi tutto scelgono un approccio critico, anche se fiducioso, verso la comunicazione online” aggiunge nella postfazione Milena Santerini , “realizzano poi una lettura analitica e originale dei “razzismi” al plurale, affrontando il tema del classico “io non sono razzista però”, cioè la differenza tra pregiudizio e odio strutturati e quelli occasionali, ben più diffusi e a torto considerati inoffensivi; spiegano il rischio del ritorno di una “razza” accettabile socialmente; descrivono l’etnicizzazione e la semplificazione delle società attuali; analizzano le pedagogie popolari implicite della paura e del disprezzo”.

 

 

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