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Brescia – “Imaginifico”, pare lo avesse chiamato, per la prima volta, l’allora settimanale satirico milanese “Guerin Meschino” e di questo particolare relativo a Gabriele D’Annunzio se ne era ricordato Giovanni Furlan sulla terza pagina del “Giornale di Brescia”, in edicola giovedì 7 novembre 1946, scrivendo un articolo dedicato alla rievocazione in salsa bresciana del poeta abruzzese.

Nelle tre colonne, con le quali si proporzionava il titolo “Volò il poeta su Montichiari”, di Gabriele D’Annunzio si ricostruivano i primordi di quegli intrecci imbastiti a vari livelli con la realtà riconducibile al capoluogo che, nella città di Brescia, ne rappresentava, come oggi, il territorio.

Al civico 41 di via Magenta, Gabriele D’Annunzio era giunto durante la prima settimana del mese di settembre del 1909. In pieno centro, pare perché non avesse trovato posto negli alberghi, l’autore, in quell’anno, di “Forse che sì, forse che no”, si era sistemato in un modo tutt’altro che improvvisato: “secondo piano. Ma fior di mobili, quadri ad olio, velluti, pizzi. Superata la difficoltà della mancanza di ascensore egli vi si adattò”. In quel periodo, quando ancora abitava alla villa “Capponcina”, tra le colline di Settignano a pochi chilometri da Firenze, il poeta aveva viaggiato appositamente fino al luogo prossimo a dove era in procinto di compiersi il “Circuito Aereo di Brescia”, nella pianura di Montichiari.

Qui, il poeta aveva volato per la prima volta come passeggero, domenica 10 settembre 1909, con “calzoni bianchi, berretto e guanti scuri, monocolo all’occhio destro, prestazione volonterosa di sé all’obbiettivo della macchine cinematografica”, animato dalla trepidazione ispirata all’amplesso da instaurare con una nuova avventura, attraverso la quale amalgamare la propria ambizione dell’appurare nel volo una dimensione che, fino a prima, a lui era sconosciuta.

Ad immortalare le movenze dannunziane, alle prese con le rotte invisibili delle prime gesta aviatore, pare sia stato un amico scultore, il veneziano Vito Pardo (1872–1933), alle cui mani l’illustre neofita aveva affidato la macchina fotografica, per poterlo catturare, nella fissità agiografica dell’etere, come protagonista dell’ineffabile spazio sospeso nel vuoto, in quei tre giri, per complessivi trenta chilometri che, nella cortina misteriosa del fato, lo avevano atteso tra il cielo e la terra della brughiera di Montichiari, già in quei momenti attraversata dalle prime fatali ombre vespertine, ma con il chiarore ancora sufficiente per dare vigoroso destro all’impresa dimostrativa.

Impresa già circonfusa da alcune note fortunate, in quanto Gabriele D’Annunzio era, tra l’altro, da poco stato interessato da una forte vincita al lotto, appresa proprio mentre era a Brescia, per una sua giocata effettuata a Firenze che gli aveva fruttato 42500 lire dell’epoca.

Sul piano pratico, l’iniziativa, dello slancio verso la tecnica emergente del volo, gli aveva però, sull’esordiente podio aeronautico, fatto cambiare sia mezzo che pilota: “L’aviatore inglese Glenn Curtiss fece accomodare il poeta sul suo monoplano, preferendolo a Luigi Barzini senior del “Corriere della Sera”, perché più leggero. Ma soverchio fu ancora il peso e l’apparecchio non si alzò. Il passeggero chiese allora di salire sul monoplano pilotato dal tenente della Marina Militare Italiana, Mario Calderara”.

Parlando di “gioia nuova e di felicità inesprimibile” il reduce dal suo primo volo aveva corrisposto alla curiosità di coloro che ne incassavano all’atterraggio le prime subitanee ed autentiche impressioni, lasciandosi pure andare a quanto, secondo la retrospettiva percorsa dall’autore dell’articolo sul “Giornale di Brescia”, prestava il fianco alla conclusione di un sommario ritratto applicato a Gabriele D’Annunzio che si esplicitava nel commento a blando monito critico della sua persona, dettagliato nei termini: “lo si temeva come debitore: lo si tema anche come storiografo”.

In pratica, l’accusa, mossa dall’acuta penna del quotidiano bresciano, nell’anno dell’immediato secondo dopoguerra, era che ci fosse un alone di romanzati ricami nelle vicissitudini, interpretate dal poeta stesso, circa quanto da lui attuato, anche nell’ambito di rocambolesche azioni ad effetto.

Del volo di Montichiari, ad esempio, se D’Annunzio pare avesse asserito di avere superato il pericolo, incontrato mentre volava, di un “infilzamento dell’apparecchio contro le lance di uno squadrone di lanceri, lì comandato per il servizio di polizia contro le troppo ansiose folle accorse in quei giorni da tutta Italia”, non di meno sembra che, alla luce dei fatti, quegli stessi militari non fossero ormai più nei pressi della zona interessata all’azione, durante i contemporanei frangenti nei quali il poeta sembra li avesse voluti invece avere a schermaglie di espugnate avversità, come metaforici ed immaginari mulini, confusi come giganti, persi nei venti, avvolti dalla complice spira di eclatanti cimenti.

“Eppure quella sera, per la tarda ora e lo sfollamento già in parte avvenuto, il solo squadrone ancora rimasto, galoppava con le sue lance inastate ben lontano”, ma oltre a ciò, continua a chiedersi sornione l’estensore dell’affresco evocativo del poeta, “chissà, nel groviglio del cervello, quale tragedia avrà architettato il fantasioso Vate! Il suo stesso segretario, non presente, gli credette, e ne scrisse in una raccolta di aneddoti dannunziani”.

A maggior ragione, quasi ad impietosa riprova di tale asserzione, nel circoscritto medaglione di memorialistica simmetria rivolta a quei giorni, altre parole erano affidate al lettore per una ulteriore considerazione attribuita ad una “Immutata faccia tosta, come quando, cessata la guerra ed il servizio militare, indossava in barba a tutti una divisa militare di grado superiore all’effettivo suo, infinocchiando il prossimo con disinvolta gravità”.

“Novellatore e romanziere anche in tutti i casi della vita”, di D’Annunzio, il “Giornale di Brescia” di quell’autunno 1946 sembra, fra l’altro, abbia inteso porre l’accento curioso al non casuale nomignolo di “Imaginfico” relativo a colui che, comunque, effettivamente si era improvvisato “nuovo Icaro” spatolando, con le ali di una rudimentale aviazione, lo sfondo della volta celeste per il tramite di un’evoluzione che era stata in grado di suscitargli la corrispondente emozione, espressa al pilota che lo aveva tenuto a battesimo di volo, con quanto raccolto dalla cronaca nei termini di “Bravo Calderara, lo si sente esclamare, mentre gli batte una mano sulla spalla. Volo perfetto dolcissimo. Grazie, grazie….Nessuna emozione se non di letizia”.

Nella celebrata eco perenne di tale impresa, sembra che, a custodirne nel tempo i fervidi accenti di entusiasmo, sia stato, tra l’altro, in terra bresciana, un certo Carlo Panazzi, detto “Spinì, cantore della Bassa”, come presentato nella seconda pagina del “Giornale di Brescia” di mercoledì 16 aprile 1952: “Quando si parla del Vittoriale degli Italiani il combattente della Bainsizza, Panazzi si commuove tutto e si asciuga furtivamente una lagrima. Tiene gelosamente custodite le lettere che ha ricevuto da Giancarlo Maroni e quelle più recenti della principessa Maria D’Annunzio che si compiace con lui per la serie di poesie scritte ed inviate al Vittoriale in memoria del Poeta Eroe di tutti i caduti italiani”.

Descritto dall’attento giornalista, esplicitato con la sigla “a.g.” di Alfredo Gatta che, in quella veste editoriale, gli dedicava un apposito pezzo giornalistico, Carlo Panazzi, di Bagnolo Mella pare riassumesse in sè tre specifiche priorità, avvinte ad una unica varietà di appassionato sentimento che erano rivolte, rispettivamente, a Gabriele D’Annunzio, al “Vittoriale degli Italiani” di Gardone Riviera, dove il Vate aveva stabilito la propria dimora dalla fine del 1921 fino alla morte nel 1938, ed al lago di Garda in generale che, finiva, quest’ultimo, per essere anche materia dalla percezione palatale per il buon gusto dallo stesso attribuito ai vini prodotti nella zona gardesana, secondo un compiacimento sensoriale pervaso da uno stesso partecipato afflato personale.

Sul tema vitivinicolo, veritiero al Garda come Gabriele D’Annunzio si può reputare attinente a Gardone Riviera, questo popolare personaggio, scovato dalla stampa locale nella genuina socialità del territorio da cui era emanazione diretta di una generazione incanutita attraverso due guerre mondiali, pare avesse scritto: “A te bel lago, il profumo delle tue cantine, cammina e va lontano, entra nelle vene umane il tuo bacillo, o fior di vino”.

Poeta autodidatta, fra ingenuità ed altrettanta spontaneità espressiva, paragonato, nell’articolo dedicatogli, al “famoso Graziotti, l’arrotino poeta….dantista di Carpenedolo”, Carlo Panazzi pensava anch’egli a Dante, tanto che, alla memoria dell’architetto del Vate, Giancarlo Maroni, aveva indirizzato il versificare in cui prendeva forma quell’evento fantasioso nell’ambito del quale il sommo poeta fiorentino incontrava nell’aldilà il fedele sovrintendente della prestigiosa sede lacustre dannunziana, in un’immaginazione d’una metrica arcana: “Dante nel Paradiso dei Giusti – Disse a Giancarlo Maroni – Tu sei trentino, in Trento vi è eretto – mio monumento col dito punto, – dove sole vivo fa sorridere il Benaco, – riscalda Val Padana – scacciando l’ombre dell’Appennino – il mar circonda, l’acqua bacia le sponde – si bella è Italia mia!”.

Nonostante avesse ultimato i propri studi fermandosi alla quarta elementare, dalla formula lirica il sessantacinquenne poeta di Bagnolo Mella attingeva assonante espressione per la propria ispirazione anche nella declamazione rasente certe ricorrenze ufficiali, legate al retaggio di storiche epopee nazionali, alle quali dava voce con discorsi d’enfasi valoriali, puntualmente rivolte a confermare un’alta considerazione verso il beneamato Gabriele D’Annunzio, come in parte si evince dal fatto che “dopo il pellegrinaggio di combattenti al Vittoriale il quattro Novembre 1950, il Panazzi pubblicò un opuscolo tricolore, contenente un suo improvvisato ed applauditissimo discorso in quell’occasione pronunciato che così inizia: Questa è la mia favella – Temperato alla voce egli eroi – 4 novembre 1950 – Scrivo quel che io sento – Nella vita e nel momento – Studio non ho fatto – Questo è mio puro sentimento”.

La testimonianza del bresciano “Spinì” rivelava, nell’esempio di una spinta verso un’introspezione poetica, l’interessante riferimento interpretato per “un rifugio ed una consolazione all’aridità della vita”, pure rapportato al fascino nutrito verso la figura di D’Annunzio, mentre, se da un lato i suoi versi “stiracchiati e zoppicanti” contenevano “un indiscusso sentimento ed un giovanile entusiasmo”, dall’altro attestavano pure il positivo riscontro di molte lettere effettivamente intercorse fra lui e l’architetto Giancarlo Maroni (1893–1952) che, anche “poco prima di morire lo ringraziò nuovamente per l’omaggio al Vittoriale degli Italiani”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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