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Aveva lasciato traccia di sé nei posti più disparati, sotto le mentite spoglie dei vari ruoli da lei interpretati. Con l’utilizzo di nomi diversi e dei relativi camuffamenti, si trattava, pur sempre, di Olga Maggioni, protagonista di quella dinamica truffaldina che era stata documentata in varie pagine della cronaca giudiziaria cittadina.

I primi decenni del Novecento ne avevano accompagnato l’eco di una crescente notorietà, emergente lungo i fatti distribuiti nel vasto assortimento di un certo qual genere di criminalità. Giovane ed avvenente, questa trasformista clarense aveva lasciato presto casa, per avventurarsi nell’azzardo di giornate da scommettere sulla sorte di un vissuto lanciato nell’estemporanea versione criminosa di uno stile d’improvvisazione da avanspettacolo levantino.

Pare che per lei non ci fosse un piano privilegiato: era sufficiente che il guadagno fosse calmierato all’utile di un interesse ricercato, secondo quel diversificato copione che era, di volta in volta, adattato al caso, nel modo in cui risultava affrontato, con la furbizia, cioè, imbonitrice di un animo quanto meno spregiudicato.

Ritratto naturalmente proporzionato all’epoca in cui si era manifestato, tale figura femminile aveva incarnato la curiosa emblematicità di un dato caso, ispirato sia ad una dimensione personale che al tessuto sociale coinvolto in tutto ciò che, nelle sue azioni, vi era rimasto implicato.

Nel concomitante indotto evocativo dell’impronta umana mediante la quale si era trovato interpretato, il profilo dell’avventuriera bresciana risultava, fra l’altro, svelato nelle generalità che “La Provincia di Brescia” del 7 agosto 1919 precisava, nello sviluppo di un articolo a lei dedicato: “(…) ecco: Maggioni Olga di Girolamo di anni 21 da Chiari, uscita il 10 aprile dal carcere di Vicenza con foglio di via per Chiari. Naturalmente, una donnina come lei, invece di andare a Chiari che non offriva nessuna attrattiva, si diresse a Venezia e ivi cominciò a filare perfetto amore con un capitano di Napoli che piantò in asso poco dopo per soddisfare la sua smania del nuovo e dell’imprevisto. (…)”.

Il resoconto di uno stralcio esemplificativo delle peripezie di tale persona, può, pure, essere desunto nel prosieguo sviluppato su un’altra testata giornalistica, denominata nei termini della vigilante figura aggettivata di “La Sentinella Bresciana”, in capo all’edizione della medesima giornata, prima menzionata: “(…) Prima però di abbandonare Venezia riesce a farsi prestare da una signora del luogo una divisa di Dama della Croce Rossa e sotto questo abito, con il nome di Maria Olga Del Maino, scende all’Hotel Piemonte in Bergamo, unitamente ad un signore che fa passare per suo marito. All’albergo essa conobbe certa Mary Terzi da Milano e per entrare nelle sue grazie la invita a fare una gita in auto unitamente al suo pseudomarito, certo De Angelis, sopra una macchina presa a nolo dal signor Pellegrinetti di Bergamo. Difatti, lo stesso giorno, dopo essersi fermati a Treviglio giungono nel pomeriggio del 2 luglio nella nostra città e la comitiva si ferma all’Hotel d’Italia. Qui, la pseudo Del Maino dovendo fare, ella dice, alcune visite e non potendo presentarsi in abito di Dama della Croce Rossa, riesce a farsi prestare dall’ingenua Terzi un abito di seta e diversi anelli e spilloni per complessivo valore di lire 785 ed esce in visita….Il giorno seguente dopo aver fatte in auto diverse escursioni a Iseo, Rovato, Chiari e Pilzone, ritorna all’albergo e colla scusa di dover cambiare degli “chèques” si fa prestare 300 lire dallo chaffeur, ma, nel momento di pagare il conto all’Albergo e sistemare la pendenza con il proprietario della macchina noleggiata, la Del Maino sparisce. Lo chaffeur, stanco di attenderla, si diresse alla volta di Chiari, sperando di poterla ritrovare, ma invano e allora egli sporse denunzia per truffa alla delegazione di P.S. del paese”.

La strada che portava all’ormai sempre più conosciuta simulatrice andava, però, ben oltre i confini bresciani, come, di lì a non molto, le forze polizia avrebbero potuto appurare, catturandola insieme al sedicente suo consorte, in quel di Savona.

Questo arresto sembra non sia valso ad interromperle la carriera. Circa cinque anni dopo da tali frangenti, ecco che la fama della sfacciata lestofante si conferma tale e quale, insieme a tutti quegli ulteriori aspetti utili a confermarne la vocazione particolare, come si riferiva tra le notizie de “La Provincia di Brescia” del 17 febbraio 1924: “(….) La Maggioni è l’inafferrabile delinquente che sfugge alle indagini dell’autorità inquirente con la stessa fantastica disinvoltura con la quale riesce a sorprendere la buona fede delle vittime designate. Non disdegna di assumere la “silhouette” di…quelle signore che alloggiano nei grandi alberghi e concedono sorrisi e grazie al miglior offerente: ma sa assumere anche atteggiamenti mistici sotto le mentite spoglie di monaca. Cambia le proprie generalità secondo le circostanze e si fregia di titoli nobiliari e vanta discendenza da magnanimi lombi. La Maggioni ha evidentemente una faccia per tutte le stagioni e un gesto per tutte le occasioni. Come annunciammo, Olga Maggioni fu arrestata il diciannove gennaio ultimo scorso a Viterbo. Sull’arresto si hanno i seguenti particolari. La Maggioni si presentò alla Agenzia della Banca d’Italia di Viterbo e chiese di parlare col direttore. Ammessa alla sua presenza, dichiarò di essere la nipote del direttore generale della Banca d’Italia commendatore Stringher, affermando che in serata lo stesso commendatore Stringher sarebbe giunto a Viterbo insieme con il commendatore Forlì. Il direttore della filiale di Viterbo si insospettì e subdorando che la giovane fosse un’avventuriera credette opportuno di telefonare immediatamente alla direzione centrale in Roma da dove seppe che era assolutamente falso quanto aveva affermato la sedicente nipote del commendatore Stringher. Allora, il direttore telefonò alla Sottoprefettura, chiedendo l’intervento di un funzionario di P.S. Il Sottoprefetto inviò immediatamente sul posto un funzionario il quale recatosi al Grand Hotel dove alloggiava la signorina, la fermò e la condusse in questura dove, dopo uno stringente interrogatorio, ella ammise di essere la famosa Olga Maggioni che aveva commesso innumerevoli truffe in diverse città d’Italia. L’ultimo colpo della Maggioni fu compiuto a Napoli in danno di una signora americana alla quale rubò l’intero bagaglio…..”.

Nonostante la località laziale dell’arresto, l’autorità giudiziaria l’aveva, in seguito, dirottata a Vicenza, per farle rendere conto dei raggiri perpetrati ai danni del proprietario degli alberghi “Pace” ed “Elvezia” di tale città, e da lì, a sua volta, l’ennesima via giudiziaria per Brescia si era ulteriormente per lei riproposta, a causa di un’altra pendenza che la stessa giovane aveva maturato a motivo di una truffa realizzata all’istituto “Benamati” di Maderno.

Sul lago di Garda, scampolo geografico divenuto, anch’esso, teatro delle gesta furbesche collezionate dalla impenitente clarense, lo scenario lacustre era stato interessato agli effetti di un raggiro e di un furto perpetrati nel modo in cui il quotidiano locale “La Sentinella”, del 26 febbraio 1924, lo proporzionava alla materia del processo giudiziario appeno iniziato.

Opera di Enzo Archetti

Nel sedicente ruolo di ispettrice del Ministero della Pubblica Istruzione “Quarta Divisione”, si era presentata sul posto, con il nome di Maria Dominici, per valutare se, in tale sede scolastica gardesana, fosse tutto a posto. Riesce addirittura ad individuare un’infrazione, rispetto ad una fra le insegnanti in servizio, riguardo “le disposizioni dell’ultima legge Gentile”. La circostanza, orchestrata ad arte, pare le risultasse propizia per la distrazione di una certa somma in contanti dall’ufficio della Madre Superiora.

Ancora nell’orbita di una congregazione religiosa, ma in quest’altro caso a Cremona, secondo tutt’altra dinamica e pertinenza dei peculiari accorgimenti adottati per l’evenienza, Olga Maggioni si era presentata alle suore, dichiarando di chiamarsi Maria Gorio, come lo stesso quotidiano bresciano del giorno seguente documentava in modo saliente: “(…) Nell’Istituto dell’Infanzia Abbandonata di Cremona si presentava tempo fa una signora assai elegantemente vestita che proclamandosi amica dell’infanzia ed ammiratrice delle opere create a favore di essa, manifestò il suo desiderio di visitare l’istituto, promettendo un capo di vestiario a tutti i fanciulli ricoverati ed un’offerta all’amministrazione. (…)”.

Qui il colpo va segno con un altro tipo di stratagemma: il giorno dopo la truffatrice, ormai, qui, conosciuta ancora come potenziale benefattrice, si ripresenta, chiedendo se fosse pervenuto a loro indirizzo un telegramma a suo nome. Alla risposta affermativa si reca all’ufficio postale, dove tale comunicazione era stata, intanto, depositata, accompagnata da una religiosa, incassando un vaglia di cinquecento lire, disposto dal “Convento delle Figlie di Sant’Anna in Livorno” da dove si era pensato di assecondare a distanza una tal presunta richiesta d’aiuto da parte di una loro consorella, nel frattempo trasferitasi altrove, con il nome, però, chissà come, usurpato dalla spericolata approfittatrice.

Alla poi sopraggiunta richiesta da parte della referente di tale comunità religiosa toscana, circa il buon esito dell’operazione, si era, al fine, aperto il sipario davanti ad un’ulteriore presa d’atto di ciò che era in realtà successo.

Anche nel processo bresciano, Olga Maggioni, si distingue a suo modo, ottenendo l’infermità mentale, non prima di aver pure colpito l’attenzione generale nel suo disinvolto fare istrionico da chi se la sa comunque cavare, pure desunto nell’ambito della descrizione assicuratale da ciò che, il 26 febbraio 1924, era, fra l’altro, pubblicato sul giornale “La Sentinella”: “(…) vestiva un elegante soprabito di color cenere; con bavero di castoro; di sotto al soprabito spuntava una gonnella di finissima seta nera, calze di seta e scarpine nere scollate. In testa una elegantissima “calotte” di penne nere con davanti uno spillo d’argento. Portava un velo a maglie larghissime che le scendeva sino al petto. Le mani coperte di guanti di pelle nera. La fisionomia fine e quasi aristocratica e due occhi neri, profondi e mobilissimi, completano la sua figura di donna distinta. (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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