Limone, ma non è il frutto. L’agrume pare non c’entri con la denominazione di questa località dell’Alto Garda bresciano, come sembra essere, invece, all’apparenza, nella caratteristica toponimia che provvede a farla, comunque, nominalmente, coincidere con il prelibato prodotto del sempreverde mediterraneo.

Curiosità, fra le altre, specificate nel libro “Daniele Comboni – La missione continua di padre Lorenzo Gaiga, per le edizioni “Missionari Comboniani”, dal momento che, stando al tema del luogo di origine del santo fondatore della famiglia religiosa dalla quale la casa editrice del volume stesso prende il nome, trattasi dell’impronta geografica della medesima località ad aver dato, invece, ispirazione perché il suo porsi a confine di un dato territorio, suscitasse, nell’infondere la percezione di un “limen”, il prevalere della radice lessicale latina derivata da tale definizione, in modo che, il situarsi a termine di un particolare territorio, fosse anche motivo plausibile dell’appellativo specifico di una rievocata caratterizzazione.

C’è pure il fatto che i limoni, in ogni caso presenti nell’antica tradizione della zona, fosse stati importati sul Garda dai frati francescani dalla Liguria, tra il Tredicesimo ed il Quattordicesimo secolo, e, quindi, solo in tempi assai distanziati dagli anni remoti dei primi insediamenti in loco, mentre dalla Sicilia, sembra che siano arrivati, dopo la “Grande Guerra”, quegli stessi agrumi che sono andati a soppiantare, anche a Limone, la produzione locale, nel frattempo, appunto, in larga parte sospesa, per via degli effetti bellici che, da un non lontano fronte militare, avevano impattato con le requisizioni a danno degli annessi e connessi legati alla cura produttiva dei limoni.

In questo ruvido e salubre squarcio gardesano era nato il protagonista emergente dal libro che, mediante l’iniziativa editoriale accennata, gli è stato dedicato in circa centottanta pagine, attraversate, come già si è dimostrato, non solo da uno spaccato biografico, ma anche da numerosi aspetti di contesto, entro i quali il carisma di questo noto personaggio ottocentesco si é rivelato, gravitando da tale autentico anfratto bresciano fino alle sterminate panoramiche del continente africano.

L’attualità di padre, santo, Daniele Comboni (1831 – 1881) di Limone sul Garda, si situa in questo approccio alle terre, all’epoca, più svantaggiate del mondo, nella fattispecie di quelle da lui personalmente avvicinate, con un’attenzione privilegiata, fra altre, pure disponibili, opportunità di intervento, che si è rivelata unita ad un etico darsi da fare, perché la solidarietà fosse anima effettiva e centrale ad unico corpo ideale, nell’ambito di una vocazione, certamente evangelizzatrice, ma non di solo proselitismo cristiano, in quanto calzante anche per una visione filantropica laica, propria di un umanesimo universale, come, ormai, pare, tale tendenza generalizzata, essere in auge, almeno per un minimo collante di pacifica condivisione interculturale.

Con lui siamo in un’epoca dove l’Africa, intesa come sopra, poteva pure essere, per certi aspetti, sperimentabile nella cara vecchia Europa, stante anche il fatto che, se queste righe sembrassero all’altezza, Giovanni Pascoli, “il poeta fanciullo della solidarietà fra tutte le creature”, aveva dedicato alla Lucania nostrana l’opera letteraria evocativamente esplicitata nell’intitolarla “Lettere dall’Affrica”.

Comboni, come tanti convinti ed ispirati religiosi missionari prima di lui, aveva preso davvero una via a scavalco con la miseria sottocasa , sapendo cogliere le ancora più precarie ed abbisognevoli necessità dei fratelli di colore.

Il libro dettaglia la sua opera, storicizzandola in una affermazione sopravvivente al suo stesso vasto irraggiamento, grazie all’avvolarato credito di una azione, riuscita anche per il constatabile perdurare, oltre la morte di lui, inteso come fondatore degli “Istituti dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù e delle Pie Madri della Nigrizia”, a motivo del suo lascito ideale, nella realtà cattolica del momento.

Perché, pare, invece, che non se parli molto, stante un’enorme lente di ingrandimento applicata sulle migrazioni scatenatesi, per lo più, proprio dall’Africa, non se ne coglie il motivo, nonostante che, a tutta evidenza, quella odierna, pare la contingenza storica nella quale doversi porre una ulteriore riflessione, cercando di fare tesoro anche dell’eredità della missionarietà religiosa cristiana in loco, come infiltrazione pregressa, a vari livelli, nel medesimo continente dove potrebbe pure essere considerata a mediazione con quanto nel territorio ad essa prossimo e, di fatto, pertinente, sembra prodursi nella forma drammatica di quel fenomeno di massa che si manifesta, fra l’altro, nel non avere né refenti nè interlocutori, in un mondo scosso anche per le stragi in mare che, a tali dinamiche, insieme ad altre disumane, lungo i disperati tragitti, vi capitano, a volte, tragicamente a ridosso.

Comboni si era battuto contro la pratica della schiavitù, incontrata in terra di missione, rappresentando un riferimento, certamente non vuoto o di facciata, contro una certa degenerazione strisciante, radicata nella storia, in un mondo ancora privo della sbandierata forma di solidarismo internazionale alla quale pare si sia convertito il pianeta terra nella vetrina istituzionale di una volonterosa manifestazione di intenti generalizzata.

Se le intenzioni mondialiste, dei fratelli che amano gli altri fratelli, fossero efficaci e coerenti, perché non ricordarsi, pensando pure all’ingente apparato di chi, a proposito di tale contesto si era fatto un obiettivo prefissato, ponendo mente a questi confratelli comboniani che avevano fatto, poi, proprio il monito del loro padre fondatore, nei termini di “Salvare l’Africa con l’Africa”?.

Anche in questo ambito, sembrano porsi le parole di padre Venanzio Milani, all’epoca della stampa del libro, nel ruolo di Superiore dei Comboniani in Italia, nella sua presentazione del volume, valorizzato dalle illustrazioni di Gigi Aldegheri, dove, fra altre considerazioni, spiega che “(…) A più di cento anni di distanza, la proposta del Comboni non ha perso della sua attualità. E’ ancora l’ora dell’Africa, l’ora della missione. E’ per questo che c’è bisogno di moltiplicatori, di ripetitori…c’è bisogno di ognuno di noi, della nostra creatività e della nostra generosità (…)”.