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Guai a colui che divide, bene a colui che unisce”: con queste parole di Amodio Di Napoli si è conclusa la conferenza dal titolo “Imprenditoria sociale e massoneria”, organizzata, nei termini di un’iniziativa aperta a tutti, dalla Gran Loggia d’Italia, all’indomani della candelora, nell’ambito delle attività in programma per il 2018, nella sede milanese della medesima istituzione.

Saluto di benvenuto e conclusione dello stesso Amodio Di Napoli, delegato Magistrale della Gran Loggia d’Italia – Lombardia, relazioni rispettivamente di Daniele Pozzi, docente universitario di Storia Economica, per la trattazione del tema “Dal paternalismo alla Corporate Social Responsability: una prospettiva di lungo periodo”, di Sandro Danesi, ricercatore universitario, limitatamente al dettagliato approfondimento di “Esempi di imprenditoria sociale”, e di Giuliano Boaretto, delegato alla Cultura della Gran Loggia d’Italia – Lombardia, per un intervento dal titolo “Processo iniziatico dell’imprenditoria sociale”, mentre, nel ruolo di moderatore, ha dato il proprio contributo Federico De Gonda.

Interventi, sia di contestualizzazione storica, riguardo l’evoluzione del concetto d’impresa, che di resoconto esemplificativo di alcune pregresse attività produttive, attente pure all’impatto sociale della propria notevole organizzazione imprenditoriale, soprattutto in riferimento al “Villaggio Operaio” di Crespi d’Adda, ora Patrimonio dell’Unesco.

A questi riferimenti oggettivi, altri pronunciamenti hanno, invece, rappresentato una rispettiva interpretazione di sintesi, sia da un culturale punto di vista concettuale, che di una effettiva cerniera valoriale, fra una vocazione del fare impresa, con il condurre un personale cammino iniziatico, nel collettivo di una tradizione filantropica di stampo esoterico e morale.

Ecco le domande, propositivamente lasciate aperte da parte di Daniele Pozzi, per una ulteriore e libera valutazione soggettiva, al termine del suo contributo di presentazione delle trasformazioni economiche avvicendatesi lungo i secoli, nel merito delle quali si è passati, da attività artigianali strettamente “incastonate” nella società, ad un “libertinismo”, invece, svincolato dal medesimo tessuto sociale ed apportatore, fra l’altro, della mercificazione del lavoro, fino a giungere all’industrialismo delle “grandi imprese”, nel mito di una responsabilità dell’impresa a “dialogare”, per una promozione di crescita delle masse, approdando, infine, alle odierne spinte, mosse dalla ricerca di una visione di utile sostenibilità, fra rispetto ambientale e tutela della persona, nella dimensione globale di ogni possibile aspetto, legato alla valutazione della miglior appropriatezza, per un ragionevole incontro fra necessità individuale e famigliare e l’erogazione della prestazione d’opera professionale: “Esiste / dovrebbe esistere un’indipendenza economica dalla società? Profitto è causa necessaria per l’impresa: è anche causa sufficiente? Le politiche di welfare aziendale sono “sincere” o mascherano sfruttamento? La libertà del lavoratore è garantita meglio da una relazione puramente economica o da una “sociale”?”

Domande alle quali Sandro Danesi di Pistoia sembra abbia recato un’implicita risposta, nello sviluppare l’interessante trattazione di quanto è stato realizzato da tre generazioni della famiglia Crespi, nel territorio di Capriate San Gervasio, tra Ottocento e Novecento, oltre ad aver puntualmente citato le attività di “Carlo Leopoldi Ginori Lisci” (1788/1837) per l’omonima manifattura del settore delle porcellane, di “Luigi Orlando” (1862/1933) per la “Società Metallurgica Italiana”, di “Napoleone Leumann” (1841/1930), per l’omonimo cotonificio, di “Adriano Olivetti” (1901/1960) per la nota attività del settore del calcolo e dell’elettronica, di “Francesco De Larderel” (1790/1858), in relazione alla borace, di “Ernest Solvay” (1838/1922), per la chimica, di “Alessandro Rossi” (1819/1898) per “Lanerossi”, significativa del comparto tessile-laniero, di “Ferdinando IV di Borbone” (1751/1825), per la “Manifattura di San Leucio”, riferita alla seta, di “Lord Thomas Alnutt Brassey (1836/1918) per la “Pertusola Mining Ltd”, vocata alla metallurgia ed al settore minerario, di “Gaetano Marzotto” (1894/1972) per la “Lanificio Marzotto ed altri”, di “Luisa Spagnoli” (1877/1935) per il famoso marchio “Perugina”, di altri, come, “Paolo Camerini” (1868/1937) per varie attività e la famiglia “Florio”, per la filiera alimentare.

Tra le diverse visioni imprenditoriali praticate, quella del “Villaggio Operaio” di Crespi d’Adda è tuttora testimoniata dall’evidenza del superstite assortimento di un concomitante insediamento residenziale e produttivo, con un proprio motto ed un proprio simbolo inclusivo.

Una sorta di “quadratura del cerchio”, racchiusa in una stella a otto punte, a sua volta, evocativa dell’infinito, dove, all’armonia, simbolicamente stabilita fra i valori, simboleggiati dalla caratteristica figura circolare qui congiunta alla squadratura della materia, espressa, invece, nel quadrilatero, si è accompagnato il motto di Cristoforo Beniamino Crespi (1833 – 1920) “Labor omnia vincit” (Il lavoro vince ogni cosa).

Questo è un accenno dell’orientamento che vi era sotteso: “(…) Ultimata la giornata di lavoro, l’operaio deve rientrare con piacere sotto il suo tetto: curi, dunque, l’imprenditore che egli vi si trovi comodo, tranquillo ed in pace: adoperi ogni mezzo per fare germogliare nel cuore di lui l’affezione, l’amore della casa. Chi ama la propria casa, ama anche la famiglia e la patria e non sarà mai vittima del vizio e della neghittosità. E i cotonieri che hanno i loro opifici lontani da villaggi che sempre traggono da lontani paesi una parte dei loro operai e devono costruire per essi abitazioni, possono farlo in modo da procurare a sé stessi ed ai loro dipendenti le più vive soddisfazioni”.

A questa citazione di Silvio Benigno Crespi (1868–1944) se ne possono accompagnare altre, pure condivise dal relatore con i numerosi presenti alla conferenza, nel documentato corso della sua trattazione, relativamente ad un’esposizione suffragata da elementi da lui, fra l’altro, ritenuti utili per reputarne tuttora valida quell’ispirazione che era stata alla base di una sperimentata e di una riuscita attuazione: “I più bei momenti della giornata per l’industriale previdente sono quelli in cui vede i robusti bambini dei suoi operai scorrazzare per fioriti giardini, correndo incontro ai padri che tornano contenti dal lavoro; sono quelli in cui vede l’operaio svagarsi ed ornare il campicello o la casa linda e ordinata; sono quelli in cui scopre un idillio od un quadro di domestica felicità; in cui, fra l’occhio del padrone e quello del dipendente, scorre un raggio di simpatia, di fratellanza schietta e sincera. Allora svaniscono le preoccupazioni d’assurde lotte di classi e il cuore si apre ad ideali più alti di pace, d’amore universale”.

Parole che, oltre all’apparente retorica della cultura dell’epoca, perdurano nella sostanza, grazie alla testimonianza di un investimento imprenditoriale, a suo tempo, attento non solo a quanto era racchiuso nei novantamila metri quadrati di un’area manifatturiera, ma anche alla pianificazione complessiva di una ramificazione di abitazioni e di varie pertinenze d’uso comune, come la chiesa, la scuola, i lavatoi ed il cimitero, fra altre ancora, asservite ai dipendenti del locale cotonificio.

Strategia assimilabile alla sollecitudine di una volontà armonizzatrice, assurta in qualità di esempio, nella conferenza, ad una logica d’impresa, pervasa da “responsabilità e responsabilizzazione”, interagente con l’intera società, mediante la coerenza accostabile a quel “cammino di perfezionamento individuale” che si attua in uno spettro collettivo, nel corso del quale il risultato è la cura stessa di questa progressiva tensione morale che è, fra l’altro, rappresentativamente pacificata nell’armonia di simboli, taciti custodi della virtuosa accezione culturale che è riconducibile alla sorgente vitale di ogni archetipo.

Si tratta, nelle conclusioni di Giuliano Boaretto, Delegato Magistrale Regionale per la cultura, “di dare un senso pratico all’iniziazione, al percorso di perfezionamento individuale, vissuto in collettivo, che è l’impegno del Massone, dove l’Altro è l’elemento necessario alla identificazione del ruolo iniziatico“.

Insomma, “Il Ricercatore non è un solitario meditante che conosce la verità, ma colui che in ogni intrapresa sa che solo nella collaborazione dei cooperanti si trova la strada per l’utopia, il non luogo ove regna la Verità, la Giustizia e l’Amore, inesprimibile tessuto connettivo per apprendere il mestiere di vivere.
Non mihi, non mihi, ma a maggior gloria della Massoneria Universale.”

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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