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Se qualcuno avesse detto che quando a Brescia ci sarebbero stati i cosacchi, la città sarebbe stata incendiata, non si sarebbe potuto fare a meno di pensare ad un possibile accostamento fra i due avvenimenti, ipoteticamente connessi fra loro, in un rapporto di causa ed effetto. Profezie a parte che, nel genere, ancora aleggiano altrove in alcune antiche strofe sibilline, come quella famosa dei “cavalli dei cosacchi che si abbeverano alla fontana di San Pietro”, Brescia ha sperimentato, fra le sue contrade, l’una e l’altra realtà, in un contesto di adiacente contemporaneità, durante quell’infuocata estate che, del 1923, ne ha perpetuato la memoria, attraverso le cronache inerenti tali aspetti, accomunati assieme, da una curiosa spettacolarità appariscente.

NERONENel periodo in cui al teatro “Sociale” cittadino si annunciavano in scena gli esponenti delle immense steppe dell’oriente europeo, Brescia andava a fuoco, essendo che una certa regia d’ispirazione futuristica aveva allestito, sotto il cielo notturno della città, un genere di spettacolo con fiamme vive, a cui assistere dal colle Cidneo, tra le aperte vedute del troneggiante castello, per emulare l’imperatore Nerone che pare abbia, a suo tempo, partecipato invece al rogo di Roma, nel dramma di un farneticante anelito distruttore, passato alla storia nel funesto capriccio di un folle imperatore.

Era la “notte bresciana di Nerone” che il quotidiano “La Provincia di Brescia” del 15 luglio 1923 circostanziava in un registro narrante, a modo della testualmente scritta “novella della domenica”, dove, in una sorta di abile affresco caratterizzante, si poteva leggere quanto nell’evento stesso si fosse respirato ampiamente un clima festante, nella diffusa impressione di un appuntamento eclatante: “L’attrattiva non aveva confronti nella breve storia delle iniziative cittadine. Godersi dall’alto lo spettacolo che l’artificio avrebbe reso quasi reale, vedere la marea di quel fuoco avanzare, mentre il calmo soffio della notte avrebbe beato la moltitudine degli spettatori, doveva essere di certo ben gradito a chi aveva solo la compagna delle sue gravi occupazioni, l’afa e la calura del luglio trionfante”.

Attraverso una coraggiosa manifestazione pertinente, sulla scorta di uno stile ideativo scommesso su una aderente interazione con l’ambiente, era accaduto che un apposito apparato, collocato fra le rispettive parti cittadine, era stato incendiato per ricreare quelle atmosfere da estemporanee evoluzioni visive che, in questo caso, di tutto un vasto raggio dell’assetto urbano, ne avevano assegnato l’immagine espressa in rosseggianti ed in vivide pire, come, a firma di un non meglio identificato “Gipsy”, il contributo giornalistico accennato, pare ne evocasse, i contorni, fra le loro tracimanti caratteristiche costitutive: “La moltitudine dei “Neroni” incontentabili, abbandonato il castello, si riversava nei viali commentando rumorosamente. I gruppi, le coppie, i soli scendevano i pochi gradini che colmavano il salto dei declivi con la particolare cadenza di chi discendendo una scala sa di avere numeroso seguito. Alle risate frequenti e rumorose, seguivano lamentele fatte ad alta voce, qualche imprecazione, qualche brontolio, frase allegre, richiami. Ma la notte era dolce, fresca, piena di aromi e il respiro era ampio pur sotto la trama verde degli alberi”.

La manifestazione, tuttavia, non era andata nel migliore dei modi, dal momento che, pare, ci siano stati problemi di collegamento nel circuito dei materiali da incendiare, per l’intervento di ignoti guastatori, risoluti a metter fuori gioco l’allestimento a priori, in modo che l’effetto non fosse più quello, con tanta pena, sperato dagli organizzatori.

images[8]Ancora dalla stampa locale si può apprendere tale ombra di ormai evanescente contrarietà per ciò che sembra sia stato accusato dai partecipanti alla manifestazione medesima, con una certa malcelata perplessità, per la quale “La Provincia di Brescia” del 12 luglio 1923, ne riportava il correlato articolo per un’attinente vincolo di cronaca assicurata alla città: “Il Comitato dei festeggiamenti in Castello ci fa sapere che l’insuccesso di ieri sera è dovuto ad atti vandalici compiuti da ignoti che hanno privato il Comitato del materiale necessario allo spettacolo. In Campo Marte sarebbero stati rubati ben venti quintali di paglia e un numero rilevante di bengala sarebbe misteriosamente scomparso da parecchi punti della città (..)”.

Nello sperimentale esito di questa iniziativa, analoga a quelle che certi ingegnosi artisti congetturano con una fantasiosa vena di creatività, espressa direttamente a contatto con l’ambiente di spazi aperti colti nella loro ordinaria quotidianità, c’era il bilancio di un singolare accaduto in cui Brescia si era prestata ad oggetto di un dinamico palcoscenico di mastodontica proporzione, per via delle fiamme che, per essere meglio intese, dovevano essere sollecitate in una larga e diffusa successione, come se fossero state le fasi inesorabili di un incendio, vero e proprio, scatenato in una avvinghiante manovra a serpiginosa spirale sopravanzante, al punto che, l’indomani, era spettato al giornale “La Sentinella Bresciana” informare circa i particolari di questa collettiva esperienza, raccontata il 12 luglio di quell’estate lontana: “(…) Pochi minuti dopo le 22 il Castello fu messo al buio e le migliaia di luci che punteggiano la città brillarono più intensamente come stelle nell’oscurità. Poi dalla Mirabella fu dato il segnale ed in un attimo si videro le fiamme rosse svilupparsi sulla Cupola del Duomo, sulle torri, sui campanili dei più opposti punti della città: immensi razzi luminosi furono innalzati dalla Mirabella da sud, da est, da ovest della città e per mezz’ora il colle pareva fatto segno a un bombardamento infernale. Poi il Castello fu illuminato di nuovo e la finzione svanì. Concludendo, come incendio lo spettacolo è in gran parte mancato, anche per l’assoluta assenza di fumo, ma come successo di cassetta, è stato indiscutibile. Però, onde non si creda che il Comitato abbia voluto di proposito turlupinare il pubblico, è opportuno aggiungere che molti fuochi di bengala erano stati rubati e che sulle balle di paglia deposte in vari punti della città, per fare il fumo, era stata da ignoti vandali gettata abbondantemente dell’acqua”.

imagesCASSVJCPUn diverso estro folcloristico e culturale, rispetto al paradigma scenografico di un pirotecnico evento spettacolare, secondo un abbraccio di fiamme aperto sul panorama cittadino in una concertata rappresentazione sostanziale, pare sia stato, invece, durante quei giorni di solleone, il coro dei Cosacchi di Kubany, “composto di ufficiali e soldati ex artisti esiliati dalla rivoluzione”, diretto dal maestro Sergio Sokoloff, esibitosi a Brescia, con le interpretazioni, fra le altre, di danze caucasiche della “Lezginka”, in più di un’applaudita occasione, mentre ancora si assimilava, nella medesima località, l’insolita proposta di una città che era divenuta l’agghindata manifestazione estemporanea di sé stessa, per il fagocitato incendio di prossimità al suo colle, scelto a sede d’epicentro d’una complessiva individuazione, per tal genere di attrazione, come aveva annunciato “La Sentinella Bresciana” il 10 luglio 1923 negli sbandierati termini di: Questo spettacolo si stacca dai soliti spettacoli pirotecnici: sarà di effetto fantastico indicibile, poiché il nostro Cidneo apparirà circondato da cortine di fiamme che dalla campagna dei Ronchi, da tutte le costruzioni cittadine avanzeranno rapidamente, crepitando sinistramente. L’anello igneo non risparmierà nessuna costruzione, avvamperà anzi maggiormente su quei monumenti che il cittadino bresciano ama di più: dal Palazzo del Broletto, alla Torre del Popolo, alla Loggia, alla Pallata, tutti i monumenti della nostra storia sembreranno preda della furia del fuoco che guadagnerà le officine, s’inerpicherà per il Castello, raggiungerà le fosse circostanti, minaccerà tutto il Cidneo (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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