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L’inclusione finanziaria degli immigrati è un tema che Cassa Padana, la Bcc di Leno nella bassa bresciana, sta affrontando da alcuni anni. Per favorire il rapporto banca-cittadino immigrato l’educazione finanziaria è sicuramente uno dei passaggi fondamentali.

Così, grazie alla collaborazione dei colleghi di origine straniera, stanno per essere prodotte delle guide ai prodotti bancari – tradotte in albanese, arabo, indiano, inglese, francese e spagnolo – che sono a disposizione come supporto nell’alfabetizzazione finanziaria degli immigrati.

Nel 2015 in Italia erano più di 5 milioni. Secondo l’ISTAT entro il 2040 raddoppieranno. Gli immigrati rappresentano ormai una fascia consistente della nostra popolazione e il fenomeno migratorio interessa in particolar modo il nord Italia.

Nelle regioni dove Cassa Padana ha le sue filiali – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – risiede il 44% degli immigrati. La sola Lombardia ne ospita il 23%. Queste tre regioni rappresentano le principali mete migratorie in Italia.

Nel territorio strettamente di competenza di Cassa Padana, l’incidenza degli immigrati sulla popolazione nata in Italia è particolarmente elevata visto che, sia a livello regionale che provinciale, un cittadino su dieci è straniero. E tra i Comuni italiani, al 1° gennaio 2015, Brescia si collocava al 3° posto per incidenza, addirittura sopra Milano.

Nei territori delle filiali di Cassa Padana la maggior parte degli immigrati proviene da Romania, Albania e Marocco, in linea col trend nazionale, ma si evidenziano anche delle specificità, come la presenza degli indiani e dei senegalesi che trovano lavoro nelle aziende lattiero-casearie.

Questa tendenza si riscontra anche fra i clienti di Cassa Padana, dove gli indiani, per numero sono al primo posto. Ad aprile 2015 gli stranieri che avevano rapporti con Cassa Padana erano il 3% del totale della clientela.

Le filiali della provincia di Brescia sono quelle dove si riscontra la maggior presenza di rapporti. Si tratta in generale di utenti fidelizzati, il cui rapporto ha una storia di almeno sei anni.

La filiale di Isorella, nel bresciano, è una di quelle che conta il maggior numero di clienti romeni. I colleghi di sportello raccontano che la gran parte di loro lavora alle dipendenze e utilizza il conto solo per canalizzare lo stipendio e poi fare il bonifico, di almeno la metà di quello che guadagna, a favore dei propri parenti in Romania.

Questa tendenza viene tecnicamente chiamata “rimessa bancaria” e interessa in generale tutti gli immigrati, i cui notevoli sforzi nel risparmiare sono impiegati non solo per aiutare le proprie famiglie rimaste nel paese d’origine, ma anche per progetti più grandi, come quello di tornare a vivere nel proprio paese.

“Spesso gli albanesi comprano una seconda casa in Albania”, spiega Alessia, vice responsabile della filiale di Gussola, in provincia di Cremona. E aggiunge: “Il rapporto con gli albanesi nella mia filiale è storico ed è sempre stato ottimo. Gli albanesi sono bene integrati, molti lavorano nel settore dell’edilizia e qualcuno ha anche aperto una propria attività nel settore del montaggio impianti.”

Come Alessia, anche Cristina, vice responsabile della filiale di Pavone del Mella, nel bresciano, si dice soddisfatta del rapporto con gli stranieri. Che nel suo caso sono soprattutto indiani.

Nella sua filiale sono più di cento i rapporti aperti: “Gli indiani sono una comunità molto unita – spiega Cristina – La clientela è cresciuta nel tempo grazie al passaparola. Si vede che si trovano bene! Lavorano nelle aziende agricole perché sono molto bravi nella cura del bestiame e riescono a risparmiare tanto perché in una stessa casa abitano anche cinque o sei persone, quindi le spese sono contenute.

Con loro a volte abbiamo difficoltà di comunicazione, soprattutto con le donne che per ovviare a questo problema si fanno accompagnare in filiale dai figli. Penso che questa fetta di clientela debba essere considerata una risorsa per la banca e per il territorio.”

Il problema della lingua interessa tutte le popolazioni asiatiche, per le quali possono essere necessari anche a dieci anni per imparare l’italiano, non solo per il fatto che gli idiomi non hanno radici comuni, ma anche perché in alcuni casi le comunità orientali sono molto chiuse.

Ingrida lavora da alcuni anni come cassiera presso la filiale di via Stazione a Brescia. Lei stessa è straniera, di origine albanese. Ma nella sua filiale non sono gli albanesi a essere al primo posto per numerosità. I primi sono i cinesi, molti dei quali hanno aperto una propria attività.

“Quei pochi che conosco gestiscono dei mercatoni” – spiega Ingrida – “abitano di fronte alla filiale e hanno tanti figli. Altri clienti cinesi lavorano alle dipendenze… di cinesi. Le loro cose se le gestiscono fra di loro. Sono buoni clienti, ma non sono interessati a fare un uso più avanzato dei servizi bancari. Non credo che quello che proponiamo loro non possa essere di loro interesse. E’ che secondo me non si fidano di noi: è come se ci fosse un muro fra noi e loro.”

La filiale di Gottolengo, bassa bresciana, vanta invece una notevole presenza di clientela marocchina. Mario Brunelli, responsabile della filiale, spiega che i marocchini sono brave persone, ma che sono meno integrati e fanno lavori più precari rispetto a quelli di altre comunità.Per questa ragione a volte non si possono concedere loro dei finanziamenti.

Mohamed Essaki è un cliente storico della filiale di Gottolengo e vive in Italia da 30 anni. Dice di trovarsi benissimo con Cassa Padana e di non avere esigenze di prodotti diversi da quelli offerti. I dogmi della finanza islamica non lo toccano, li conosce ma dice di non “essere di quella visione”.

Anche tra i senegalesi, che per il 95% sono musulmani sunniti, non sembrano esserci necessità di prodotti specifici. La filiale di Leno, bassa bresciana, è quella che conta il maggior numero di rapporti con essi.

“Più che altro hanno solo un libretto di risparmio.  Il rapporto è storico ma non è mai evoluto”, spiega Simona responsabile delle casse: “Non vogliono aprire il conto corrente perché, tra imposta di bollo e spese di tenuta conto, avrebbe un costo troppo elevato per le loro possibilità economiche.

I senegalesi che conoscono vorrebbero mettere da parte un gruzzoletto e tornare in Senegal, dove hanno lasciato la famiglia. Non chiedono prestiti e non hanno grosse pretese, lavorano nelle aziende agricole o metalmeccaniche e vanno al lavoro in bicicletta.”

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