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Mi ascolta Harjit mentre spiego. O meglio guarda i i miei gesti e forse i suoi pensieri corrono nei prati del Punjab. Sta giocando a cricket e ancora gli brucia sulla gamba il morso di un serpente. Una ferita più grande è dentro il suo cuore. Per molto tempo non rivedrà il sole nascere e tramontare nel paese dove è nato. I suoi occhi sono neri come una notte senza luna.

Si toglie il turbante quando ha caldo e mostra una crocchia di capelli ricoperta da un centrino bianco. Sono di pece i suoi capelli. Senza esitazione riavvolge il turbante che rimane immobile e perfettamente sistemato.

– Non taglierai i capelli Harjit quando sarai cresciuto?– gli chiedo. Mi risponde senza esitazione – No, maestra io farò crescere anche una lunga barba… il mio Guru non vuole che io tagli i miei capelli altrimenti finirò nelle fiamme” .

Sorrido ma lui continua – Il tuo guru, Gesù vi lascia tenere i capelli corti?Si Harjt, il mio Guru ci lascia liberi di fare ciò che vogliamo con i capelli. Mi accorgo troppo tardi di quanto possa essere superficiale la mia risposta.

Sono tutti Singh i maschi indiani venuti dal Punjab e tutte Kaur le femmine. I Sikh, per evitare la distinzione di casta deducibile dal cognome, adottarono come tale Singh, leone, per gli uomini e Kaur, principessa, per le donne.

Il Punjab, la regione di provenienza degli immigrati indiani residenti in pianura padana, è un territorio compreso nella porzione nordoccidentale del subcontinente indiano che oggi appartiene per la massima parte al Pakistan e per la restante parte all’India. Il nome della regione deriva dal sanscrito e significa “terra dei cinque fiumi”, poiché è circondata da cinque corsi d’acqua che rendono le sue terre fertili e produttive. Per questo il Punjab è da sempre un paese essenzialmente rurale, la cui popolazione vive prevalentemente nei villaggi, nei quali l’occupazione preponderante è l’agricoltura.

Perché molti se ne vanno? La migrazione è dettata in parte dalla scomparsa della piccola proprietà che ha lasciato il posto alle grandi aziende agricole. Le nuove tecnologie e l’introduzione di nuove culture hanno creato abbondanza di manodopera. Inoltre per anni i Sikh sono stati trucidati e perseguitati politicamente, in modo particolare durante il governo di Indira Ghandi.

Le ragioni della migrazione sono strettamente connesse con la scelta dell’Italia come paese di arrivo. Nella determinazione dei movimenti migratori, infatti, assumono una certa importanza alcuni fattori: la facilità di accesso nel paese (sia attraverso canali ufficiali che non), la possibilità di inserirsi facilmente nel mercato del lavoro; la presenza in Italia di amici o parenti a cui appoggiarsi nelle primissime fasi della migrazione; la percezione dell’Italia come un paese in cui si vive bene ed è relativamente facile guadagnare, anche grazie al cambio euro-rupia favorevole.

Sta di fatto che nelle grandi aziende agricole, nei caseifici sono ormai loro gli indiani Sikh a svolgere gran parte del lavoro. Oggi la zootecnia padana non esisterebbe più senza di loro. L’Italia non saprebbe come produrre il latte per il parmigiano o per il grana.

Pare che la catena migratoria sia iniziata con il Circo Togni, che voleva solo lavoranti sikh o hindu per la pulitura delle bestie. Il vecchio Togni d’origine Sinti, un Rom d’origine indiana, assumeva indiani per la stagione e poi li sistemava nelle stalle della bassa in quel di Brescia. Lavoratori indefessi e fidati, con una sensibilità particolare per l’allevamento, un tipo di dipendente ideale per gli allevatori.

La loro pazienza con gli animali è frutto di una cultura d’allevamento secolare. Prendono paghe da € 2000 al mese, casa in cascina gratis, spese comprese, hanno spesso un pezzo di terra dove coltivare l’orto, ricco di piante e spezie introvabili in Italia necessarie alla loro dieta vegetariana. Per le necessità familiari possono fare libero uso del latte che le donne sanno trasformare in formaggio o yogurt.

Harjit mi mostra la foto della città di Amritsar, costruita intorno al Tempio d’oro, il luogo più santo per tutti i Sikh, nel quale sono custoditi i testi sacri di questa religione. Lui è stato in quel luogo. Ora prega nel tempio più grande d’Italia che si trova a Flero, in provincia di Brescia, ed è stato inaugurato proprio l’anno scorso. Sorride Harjit, mostra i suoi denti bianchissimi e socchiude i grandi occhi. Forse sogna il cricket o i prati del Punjab che tanto assomigliano ai prati della Bassa ma hanno un odore diverso.

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Giusi Morbini
Insegnante di scuola primaria ormai da molti anni, ma ancora non prossima alla pensione. Nata e vissuta in campagna, crede nell'importanza di riscoprire le nostre radici e di conservare le nostre tradizioni. Sempre nel rispetto di tutte le culture. Scrive per diletto.

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