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Brescia – Con il libro, dal titolo, “Oltre l’inganno”, Arturo Carapella sviluppa una diretta testimonianza ispirata all’invalidante esperienza di una dura sofferenza che è stata causata dal verificarsi di un ictus cerebrale, con i conseguenti effetti correlati al subentrato vacillare dell’esistenza.

Per le edizioni della “Compagnia della Stampa”, una dozzina di capitoli affrontano, in circa centoventi pagine, questo autentico itinerario, espresso in modo autobiografico, attraverso quelle forti considerazioni descrittive che, fatte le debite distinzioni, sono in grado di dare voce ad analoghi vissuti esperienziali nei quali, a contraccolpo di un drammatico mutamento di salute, possono, anche nello smarrimento di tali casi fatali, farsi strada gli interrogativi del tipo: “Ma la sofferenza è amore o castigo?”, “Perchè tutto questo silenzio di Gesù? Dentro di me non riesco a trovare una risposta, ma non mi rassegno, e lancio una sfida anche se sono senza forza e entusiasmo: Ma perchè Dio non mi parla? Perchè se ne sta zitto e non dice nulla? Pronuncio queste parole quasi a voler giustificare la mia rabbiosa e istintiva ribellione alla fede”.

oltre_inganno_copertinaElaborando una propria via d’incontro con il trascendente, una possibile risposta a queste spontanee impressioni dubitative, affidate alla narrazione del libro, pare sia stabilita dall’autore, nell’aver lui stesso, in sintesi, appurato che “(…) La sorgente della resistenza al dolore non è la ribellione cadendo in un abisso senza via d’uscita, ma nasce decisamente dall’affidamento sereno al Signore in un cammino di fede che riempie la vita. Ora lo amo, il mio Dio, nel modo più semplice: abbandonandomi fiducioso tra le sue braccia. Io e la mia finitezza: fra me e Dio un lungo eloquente silenzio che mi spinge sempre più positivamente verso il domani. (…)”.

Dall’insorgere del male invalidante, alla lotta per fronteggiarne coraggiosamente l’impatto devastante, questo volume estrinseca una trama disarmante, per l’esemplificativa concentrazione di alcuni concreti significati dei quali il testo si presta ad essere un efficace veicolo trainante, attraverso la descrizione di una verace dinamica di sofferenza, sia fisica che interiore, vagliata alla luce di una lucida ragione perseverante, rivolta ad un proprio orizzonte di senso edificante.

Quell’orizzonte che, figurativamente, appare traslato anche in una significativa mediazione artistica indugiante in quella profondità di prospettiva che, rappresentata nei primordiali elementi dell’orbe terracqueo, si svela nell’opera pittorica denominata “Volo di gabbiani”, eseguita in acrilico dallo stesso Arturo Carapella e riprodotta nell’immagine di copertina del volume, presente nella collana editoriale “Narrativa”, per l’editing di Nicoletta Rodella.

Come, fra altri utili spunti di riflessione, spiega il neurologo Vincenzo Sidoti, nel suo contributo di presentazione che è fruibile ad esordio della pubblicazione: “(…) Nel racconto l’Io narrante è l’Io di chi ha vissuto sulla propria pelle l’ictus: quel fulmine che scheletrizza il corpo e denuda l’anima, e che, inesorabilmente, pone la persona, in questo caso, l’autore, innanzi alla propria fragilità, alle proprie paure, a quelle subdole tempeste che nascono nella mente e che, nello stesso tempo, la travolgono. (…)”.

La descrizione di quanto costituisce l’avvicendarsi cronologico dei fatti, avviene da un particolareggiato pronunciamento di chi ne è stato inscindibilmente interessato, rispetto ad una realtà solitamente analizzata dall’esterno, mediante quell’obiettiva osservazione medica-specialistica che, in queste pagine, lascia, invece, spazio alle parole usate dall’autore per tratteggiare le emozioni, le angosce, le paure, le impressioni e le speranze di chi si è trovato a gestire la propria vita in questa difficile situazione.

Ambientato nel bresciano, con esplicite citazioni riferite, fra l’altro, al “Centro di Riabilitazione don Gnocchi” di Rovato, questo libro è, in bella scrittura, l’interessante resoconto di un vissuto che attiene anche allo spazio d’azione di quanti, a vario titolo, operano professionalmente nel campo della sanità.

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Padre Sergio Palumbo

In una sorta di lucido memoriale, emergono, nel loro rispettivo ruolo, sia medici che fisioterapisti e logopedisti, come pure figure vocate ad interagire spiritualmente con questo delicato contesto, nell’essere qui rappresentate da padre Sergio, religioso camilliano, particolarmente vicino e sollecito nel sostenere il difficile percorso di risalita, verso il maggior recupero possibile, di chi è stato, in questa esposizione deflagrante, offeso dall’importante deficit cerebrale, quale causa scatenante e scintilla impattante sul contenuto raccontato in un verosimile stile narrante, sviluppato nella fedeltà ad una propria ferma ispirazione fondante, anche argomentata in quella conclusione che, agli sforzi del protagonista, si rivela appagante.

Lungo l’intero svolgersi dei fatti descritti nel libro, nell’eco, di fatto costante, relativamente agli affetti familiari, stretti intorno alla prima persona narrante, tale epilogo riscontra, fra l’altro, nella stessa forte figura del protagonista, il suo affermare che: “Nessuno potrà impedirmi di realizzare i miei sogni che danno il senso della misura della grandezza degli uomini, quando hanno voglia di vivere”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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