Areoporto Mariscal Sucre, Quito. La prima cosa che mi colpisce è il caos. Tempo di stropicciarmi gli occhi, dopo l’atterraggio e vengo repentinamente catapultata nella più classica delle metropoli sudamericane. Famiglie ammassate fuori dagli “arrivi” che abbracciano parenti tornati da lontano, chiassosi venditori ambulanti di caramelle e sigarette, gruppi turistici spaesati e ingombranti; un manipolo di persone, salutate dai clacson squillanti di Quito, sono lo scenario che mi accoglie in un’indefinibile ora del tardo pomeriggio ecuadoriano.

Ciò che noi, gente del Nord, facciamo prima ancora di calpestare la terra a Sud del parallelo zero, è toglierci maglioni e giacche pesanti, ” in fondo siamo all’Equatore, no?” Ma non appena scesa la scaletta dell’aereo, un vento fresco e rapido ci avvolge festoso e immediatamente, come pecorelle in coro, ci rivestiamo di tutto punto! “Che strano questo “Sud del mondo”, ma non si doveva morire di caldo?” Si legge negli sguardi stanchi e un po’ smarriti dei nuovi arrivati. In realtà, la cosa più assurda è che ci si aspettasse una canicola africana a più di 2800 metri dal livello del mare! Ci gettiamo in mezzo agli ingorghi dell’ora di punta, tutto è caos!

Il nostro albergo non è distante, ma il traffico ci rallenta, ci illude, poi si ferma e riprende, in un valzer di smog e rumori. Con occhi semichiusi cerco il vulcano Pichincha, ma il mio già scarso senso dell’orientamento guarda nella direzione sbagliata. Il primo pensiero comune è stato: strana città Quito, stretta, stretta cinta da picchi vulcanici ai lati , si estende come un lungo fiume di lucciole per più di 40 km, chissà se qualcuno sa che è la seconda capitale più alta al mondo…

Giungiamo finalmente in hotel e dopo una cena frugale tutti in camera a fare i conti con le inutilmente pesanti valigie e il jet lag che non perdona; spesso mi domando: perché ci ostiniamo sempre a portarci dietro tutte le nostre cianfrusaglie quando viaggiamo? Come mai siamo così irrecuperabilmente legati più ai nostri vecchi oggetti che aperti al nuovo, allo sconosciuto, all’incognito? Non sarebbe meglio arrivare in un luogo, finora da noi inesplorato, con una borsa vuota da riempire al ritorno, di ricordi, volti ed insegnamenti? Se riuscissimo ancora una volta a sentirci come bambini il primo giorno d’asilo, quanto tutto era irresistibilmente ignoto, dove una scatola colorata conteneva un mondo di divertimento e i pastelli erano il metro di misura delle emozioni, non riusciremmo finalmente a godere del singolo attimo, senza preoccuparci troppo del risultato d’insieme?