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É domenica mattina, il Ghana si ferma per la messa domenicale.

Siamo qui da una settimana sulle orme di Kwame Nkrumah, su invito della figlia Samia. Nella memoria europea si è persa traccia delle azioni e dell’importanza nei movimenti di auto-determinazione degli africani e degli afro-americani di questo grande leader, tanto che vennero a “studiare” in Ghana personaggi del calibro di Martin Luther King e Malcom X, ma qui tutto parla di lui attraverso le sue opere: l’indipendenza, le strade, la ferrovia che collegava tutto il paese e successivamente dismessa per una campagna di recupero dell’acciaio, perfino la birra.

Il paese è il nostro primo impatto con il continente africano e ci colpisce profondamente quanto la prospettiva dalla quale si guarda alla vita da qui sia invertita rispetto alla nostra.

Innanzitutto, la morte è al centro della vita. Lungo le strade, enormi cartelloni con immagini di persone sorridenti ne annunciano il proprio funerale, celebrato in media 6-7 mesi dopo il decesso. I familiari, così, hanno il tempo di ritornare in patria e racimolare i soldi per festeggiare degnamente con danze e banchetti uno degli eventi cardine della vita, forse anche più importante del matrimonio. Sull’aereo di andata, uno dei tanti ghanesi conosciuti tornava proprio per il funerale della madre e il suo segno di amicizia più profondo e sentito è stato invitarci alle celebrazioni. Non nascondo quindi un certo senso di smarrimento, un misto di cattivo gusto e invidia per la capacità di accettare e benedire l’evento al quale forse tengo meno nella vita.

L’Africa mi fa anche capire che l’idea tipicamente occidentale che tutto è possibile, basta volerlo e rimboccarsi le maniche, idea che inevitabilmente anche se nolenti ci portiamo dietro ogni volta che ci imbarchiamo per una nuova meta lavorativa, forse naufraga su queste coste. Un esempio fra tutti, gli asini: gli inglesi provarono ad introdurli come bestie da tiro. A tutt’oggi, però, i carretti usati per trasportare materiale vengono spinti dall’uomo perchè gli animali non resistettero alla malaria. Andare quindi in Africa è anche un viaggio alla scoperta della banale inconsistenza delle proprie certezze. Per capire quali veramente hanno il diritto di considerarsi tali. E quali invece no.

Fallito però il tentativo di incidere in modo positivo sulla vita delle popolazioni locali con gli asini, gli europei lasciarono altre tracce, queste sì indelebili, nella dignità e nell’identità dei popoli africani. In Ghana, ad Elmina, venne costruita la prima testa di ponte per la tratta degli schiavi, alla quale si aggiunsero poi altre roccaforti nel paese e in quelli limitrofi. Si calcola che, dal XV secolo al 1870 quando la tratta fu abolita, furono una ventina i milioni di africani catturati e ridotti in schiavitù per essere trasportati nelle Americhe, dei quali la metá circa morirono durante il viaggio su navi sovraffollate e in pessime condizioni igieniche. Frutto dell’inventiva europea fu anche la definizione dei confini degli attuali paesi africani, tracciati a tavolino a fine ottocento: quasi tutti gli africani di queste zone si dichiarano maliani o nigeriani, a testimonianza del fatto che gli europei tranciarono vincoli etnici ancora molto saldi.

L’inversione delle prospettive non risparmia nemmeno l’ambito finanziario: nell’Africa subsahariana si sovverte la sacralità del principio alla base dei sistemi bancari a cui siamo abituati, secondo il quale il risparmio che si trasforma in deposito in un’istituzione finanziaria dà diritto a percepire un interesse sul denaro depositato. In quest’angolo d’Africa prevale invece l’esigenza di sicurezza, quindi il banchiere ambulante che raccoglie i risparmi dei più lo fa a fronte del pagamento di una commissione per il servizio di custodia offerto.

L’inversione delle prospettive, però, non può spingersi molto oltre: Quick One Financial, l’istituzione finanziaria della regione di Jomoro che visitiamo e per aiutare la quale eravamo stati invitati nel paese, è una rete di banchieri ambulanti di recente costituzione che deve chiarirsi ancora le idee su quali debbano essere gli scopi di una potenziale banca del territorio. Le esigenze della popolazione rurale della regione di Jomoro sono molte e urgenti, ma il primo obiettivo di un’istituzione finanziaria in qualsiasi parte del mondo deve essere la propria sostenibilità, altrimenti l’istituzione non sarà in grado di aiutare nessuno.

Salutiamo il paese non prima di aver visitato il Mausoleo di Kwame Nkrumah, costruito nel posto in cui il leader africano dichiarò l’indipendenza nel 1957, evento per il quale egli scelse il campo da polo dell’epoca della colonia inglese, proprio perchè i neri non vi potevano accedere.

L’inversione delle prospettive è costata a tutti un po’ di fatica, ma è stato un passo obbligato, un’esigenza mutua per avvicinare culture e permettere uno scambio di esperienze. Sull’aereo di ritorno ringraziamo chi ci ha costretto a fare i conti con le nostre secolari certezze. Senza il Ghana ed il suo storico leader non ci sarebbe stata data questa possibilità.

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Elisabetta Berto
Mantovana d'origine, cittadina del mondo per necessitá. Dopo gli studi a Milano intraprende un personale percorso di approfondimento della finanza per lo sviluppo che la porta prima in Kosovo, poi in Ecuador e, infine, in Argentina. Lí ritrova se stessa. Adora i tortelli di zucca, non può fare a meno del canto e dello spagnolo. Calvino il primo amore, Borges un compagno per la vita. Colore preferito: rouge d'Armani 400.

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