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L’invisibile silenzio di Milano: tema per una riflessione sul come, anche in una grande metropoli, certi messaggi siano affidati a presenze silenziose, situate oltre l’apparenza di ciò che le nasconde in una serie di altre corrispondenze, a volte, pure misteriose.

Presenze a ridosso sia dell’ordinarietà di luoghi, per certi versi, simili a tanti altri, che nella tipica specificità, invece, di conclamate attrattive, conosciute secondo quelle caratteristiche che, oltre ad esse, delineano tacitamente ulteriori spunti d’interesse.

“Il silenzio è d’oro” e pare che lo sia anche quando è da limite all’invisibile.

Il silenzio, se si vuole, come metafora dell’invisibile, o di ciò che si reputa tale, mentre il suono, si può porre, invece, come eco di ciò che agli occhi appare visibile. I due aspetti convivono in quel metodo che li svela nella simbiosi di un medesimo scibile. Basta cercare di cogliere tale compenetrazione nell’armonia silente del sapere meglio vedere ed ascoltare.

L’esempio è stato fornito, per quanto riguarda alcune indicazioni ispirate alla città di Milano, nella sede della “Gran Loggia d’Italia”, durante una “conferenza a performance”, ossia mediante l’esposizione di una relazione intercalata dalla estemporaneità di una composita interazione con il pubblico convenuto, in questo caso, contraddistinta dalla rappresentazione musicale e canora di alcune libere interpretazioni del retaggio popolare meneghino.

Moderatore dell’incontro pubblico, fra le attività divulgative del 2017 approdate al calendario di maggio, il referente culturale di tale accennata istituzione, nella persona dell’avv. Giuliano Boaretto, mentre, il prof. Giulio Calegari, docente dell’Accademia di Brera ed autore del libro “Ricette atmosferiche – Guida situazionista di Milano”, ha riferito a proposito di alcune sue ricerche e considerazioni, accompagnate musicalmente dallo scultore Francesco Marelli, docente presso il liceo artistico di Busto Arsizio, che ha cantato, suonando la chitarra, in uno sviluppo, rispettivamente, di una serie di ambientazioni, per lo più, milanesi, per la trattazione del tema connesso al titolo “L’invisibile silenzio di Milano”, quale proposta relativa a tale evento, aperto a tutti e realizzato per la regia di Mimma Rantzer, con introduzione di Amodio Di Napoli, delegato magistrale per la Lombardia della medesima “Gran Loggia”.

Non si è trattato dell’evocazione di possibili leggende, come, fra le altre, quella della “dama del Parco del Sempione”, né, oltre a questo genere di figure di fantasmi, di reperti storici restituiti, alla consapevolezza comune, dall’oblio dove erano finiti, ma del concetto sottile di ciò che è già sotto gli occhi di tutti, nell’ordinarietà di quanto si rivela nell’originalità di un rispettivo manufatto, interagente con la realtà di una dato luogo riconoscibile e che può essere osservato nella ricorrente contingenza del suo mostrarsi visibile.

Botticelli_pallade_e_il_centauro

Fra queste, ad esempio, la famosa statua della “Madonnina”, posta in cima al Duomo milanese, dedicato a “Santa Maria Nascente”, che pare, ricalcare i contorni della dea “Minerva”, nel modo in cui questa è raffigurata da Botticelli nell’opera “Pallade ed il Centauro”.

Occorre avere quell’intuizione per abbinare, alla vista, la capacità di cogliere ciò che, in un dato contesto, pare vi sia depositato in una formula, per così dire, invisibile, ma che, in realtà, una volta svelata, è anche sperimentabile in una sintesi proporzionata ad una varietà di taciti significati, inclusi nel suo medesimo profilarsi, rispetto all’insieme di quanto vi risulta visibile.

Analogamente, altri spunti in materia, sono stati spiegati dal ciclo delle opere d’arte visive della chiesa meneghina di “Santa Maria delle Grazie”, non per ciò che attiene il “cenacolo leonardesco”, ma, in questo caso, per quanto riguarda l’esemplificazione di un filone decorativo dove gli stemmi di Ludovico Sforza detto il Moro (1452 – 1508) recano una vasta gamma di simbologie lapidee, sviscerando anche le forme di un antico caduceo, ma pure, fra le altre, la più inusuale rappresentazione di una “scopetta” ed, in un altro caso, dei morsi per cavalli.

Forme che, oltre l’apparenza, argomentano il senso della scelta di un relativo accostamento, emergente in una sorta di lettura di contenuti che qui alludono, attraverso il diffuso arnese per distrarre lo sporco, alla necessità di una pulizia morale, come, invece, nel citato corredo equestre del morso, tali rilievi sembrano rifarsi alla virtù della temperanza, del tenere, cioè, a freno sé stessi, in una moderazione che il governo di un ducato includeva in quel paradigma valoriale, mediante cui, dare una misura anche alla società, ispirandosi ad un ragionamento ideale.

Da questa iconografia che si particolareggia in un tacito innesto di riferimenti, fino a giungere ad una complessità d’altro assetto, dove anche l’olfatto è sollecitato a rifletterne il senso, questa analisi incontra la fattispecie della “Fontana dell’acqua marcia”, nella specificità di quella struttura, pure a pianta ottagonale e menzionata durante la conferenza, che è riscontrabile con i volti paffuti scolpiti in prossimità degli zampilli dell’acqua, ritenuta solforosa.

Qui, un vago odore di zolfo pare far ricordare recondite manifestazioni dell’entroterra arcano alle quali ricondursi per via di quel singolare effluvio odoroso.

Anche questa constatazione passa per l’apertura verso “un altro sentire” che si spiega secondo un diverso percorso d’approccio, rispetto a ciò che compone la superficie della realtà, foss’anche in alcune pietre poste a contenimento dei marciapiedi, scolpite, in certi casi, con sigle, oppure, altrove, con segni di caratteri romani dalla presunta numerazione, riconoscibili solo se notati sul piano del calpestio cittadino dove, forse, non ci si aspetta possano prodursi elementi tanto manifesti da rapportarsi, per il tramite di una quotidiana ovvietà, ad una soluzione propria dell’invisibile, come, in tale direzione, sembra che tutto ciò possa, pure, essere rilevabile nella naturale sequenza dei fossili presenti nella pavimentazione della galleria “Vittorio Emanuele II” di Milano.

Si tratta di una questione di complementarietà, per cui, in aderenza alla realtà, quando c’è qualcosa di visibile, ecco che può contestualmente essere presente qualcos’altro di non intesto, cioè invisibile che è, a sua volta, “o infinitamente piccolo oppure infinitamente grande”.

Nello stesso modo in cui una presenza è in simbiosi con ciò che, per contro, va a supplire, in una effettiva consistenza, ergendosi diversamente all’alternativa di un’assenza, analogamente, il silenzio pare coesistere, insieme al suono, in uno scambio di funzioni ingenerate al fine di offrirgli l’incontrovertibile percezione di una vibrante manifestazione della realtà visibile.

E’ il segno di Arprocate, quello del silenzio, di cui, nella vastità del significato che può risultare ad esso accompagnato, ha, fra l’altro, alluso l’avv. Giuliano Boaretto nella sua efficace sintesi conclusiva dell’evento stesso: (…) il suono rappresenta un linguaggio antico, primitivo che crea la parola: in principio era il logos, divenuto “ius”, pensiero, ed il pensiero diventa parola. Alcuni dicono che prima viene la parola e poi il pensiero e non hanno tutti i torti, perchè parlando, mettiamo in ordine i nostri pensieri. Ci hanno fatto, questi bravissimi relatori, ritrovare la nostra patria che è “patrìa” terra dei “patrii” che è luogo che ha profumi, voci, rumori, silenzi che non abbiamo dimenticato e che, a volte pensiamo di dimenticare, ma che ci ritorna continuamente. Io che ho passato molti dei miei giorni all’estero, anche in altri continenti, sentivo, a volte, la nostalgia di certi luoghi di Milano. I silenzi: il silenzio non è il contrario del suono. Il silenzio è quello che crea il suono, da cui scaturisce il suono. Il silenzio è fatto di odore, di immagini, di atmosfere ed è quello che ci consente di elaborare, non i nostri pensieri, ma la realtà che abbiamo vissuto. (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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