Poco più che trentenne, il film commedia, dal titolo, “Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico”, mette in risalto il fascino paesaggistico ed aristocratico dell’isola Garda.

Questo luogo, situato tra le acque del Benaco catulliano, risulta al centro di tale rappresentazione filmica, grazie alla quale lo si è consegnato ad una perenne valorizzazione documentaristica, divulgandone alcune attrattive, in quella singolare conversione di immagini che, alla tradizionale riservatezza, vigente in tale esigua striscia di terra, risulta profano, stante il fatto che l’isola osserva, normalmente, un avvalorato profilo di prudenziale discrezione coercitiva.
In questo caso, il caratteristico sito insulare bresciano non è, invece, ambito impenetrabile, strettamente privato, con tanto di divieto perentorio di sbarco, se non in comitive già munite dell’appuntamento per il loro imbarco, ma, più che mantenersi celato, si rivela, in ampi sprazzi, cinematograficamente svelato, attraverso la regia di Lina Wertmuller.

Secondo l’interpretazione di attori del calibro di Mariangela Melato e di Michele Placido, tale sua produzione consente, a questo luogo, di apparire diffusamente associato alle azioni dei protagonisti del film stesso, in un copione adattato, sullo sfondo, alla finzione di ciò che, al solo suo porsi a significativo ambiente da cornice, appare verosimilmente rapportato.

In generose vedute sul posto, aperte sia ad un insieme di particolari che a quel più esteso colpo d’occhio generalizzato che li contiene, l’isola pare incoronare un avvincente palcoscenico di autentica bellezza, rendendo, tale amenità attrattiva, diffusa entro uno scenario di acque azzurre, profilate nel suo diretto contorno.

Nello scorrere delle immagini di questa pellicola del 1986, emerge il poter sperimentare, in chiave filmica, la raffinatezza architettonica del palazzo dominante e la geometria suggestiva degli adiacenti giardini all’italiana, nella coesistenza pluridimensionale sita fra la massa d’acqua circostante ed il piano dell’asciutto, abbellito, oltre la virente sintesi di una frastagliata macchia boschiva, pure in quella cura ricettiva che appare spinta fino alla ricercatezza abitativa di una pertinenza esclusiva.

Appare, quindi, un’avvincente stilistica, anche di rilevanza storica, propria del genere funzionale a testimoniare l’intraprendente progettualità originaria, applicata in loco, ritrovatasi poi in una sorta di aleggiante comprimarietà dannunziana, potendo considerare anche il fatto che dal “Vittoriale” di Gardone Riviera la si può osservare da lontano, ricambiando questa isola lo sguardo, verso il mausoleo di Gabriele d’Annunzio, dal lato opposto, rispetto a quello su cui si affaccia la mole colossale dell’immobile gentilizio isolano, in stile neogotico veneziano.

Tutto ciò è presente nel film senza ulteriori elementi di identificazione, sperimentandovi, cioè, l’assenza di una qualsiasi citazione che, nelle rispettive parti recitate, non ne reca, in proposito, alcuna diretta ed esplicita menzione.

Il film sviluppa una storia immaginaria dove, sia i diversi personaggi che i vari ambienti interessati allo svolgersi della trama, sono collocati in una estemporaneità di evasiva provocazione sognante, tra aspetti improntati al vero ed altri, invece, lanciati in una fantasiosa estremizzazione di punti d’ingaggio per quell’ispirazione, metaforicamente, già espressa nel titolo di questa pellicola, rimasto nell’esorbitante parafrasi della sua originaria denominazione: “Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico”.

Che sia un’isola lacustre non è questo film a specificarlo. Chi ne conosce i contorni, anche solo da lontano, la individua nella dinamica della medesima narrazione filmica. Non già conoscendola, chi la ignora, può farne esperienza in seguito, appurando che, tale località, non è nel mare, come sembra lo sia in questa curiosa versione cinematografica, mediante la scenografia di Enrico Job, suggerendo questo tipo di connubio ambientale, nel giocare di finzione, ovvero circostanziandola, in assonanza con un vago altrove.

Scene di ambientazioni marittime, interagiscono con quelle, in realtà, lacustri, per una versione dell’isola, intesa in una soluzione camaleontica, colta in quelle caratteristiche gardesane che, se non fosse per il ricercato abbraccio mediterraneo, intercettato sul posto di concerto con una favorevole coniugazione presumibilmente estiva della litoranea insulare stessa, non rivelerebbe alcuna assimibilità geografica, né alcun clima, compatibili con una esotica contestualizzazione, invece, marina.

Lago “marino”, quello di “Garda”. Già lo vagheggiava Virgilio, nelle “Georgiche”, scrivendo, fra l’altro, all’indirizzo di questo bacino lacustre, inteso con il suo antico nome latino, dedicandogli i versi: “Tu, Benaco che ti gonfi con flutti e impeto di mare”.

L’accostamento d’acque dolci e salate regge nel film intero, a prescindere dalla commedia che vi è sviluppata, nel racconto, per lo più inverosimile, di un presunto rapimento al contrario dove, cioè, ad essere catturato e tenuto in cattività è un tal temuto rapitore, da parte di una miliardaria che mira ad un’altolocata ed esorbitante manovra di estorsione, derogando questa rappresentazione ad un risvolto sociale che diviene anche caricaturale, per il differente combaciarsi delle parti coinvolte, in un raffronto con gli aspetti del reale, ispirati ad un certo retaggio persistente nel tempo della sua produzione, di fatto culturalmente presi in considerazione.