Brescia – Agricoltura ed esercito. L’arte della guerra e la disciplina coltiva della terra hanno contraddistinto certe esperienze d’interscambio culturale che, all’inizio degli anni Cinquanta, ponevano a confronto la realtà americana con quella italiana.

Questo paradigma d’intesa transoceanico pare abbia interessato anche l’ambito bresciano, tanto per il tramite della diffusa realtà dei militari alpini, quanto per mezzo delle composite innervature campestri, situate nei numerosi contesti, nei quali un’invalsa tradizione prodiga, tuttora, al rispettivo contesto locale, la quotidiana sollecitudine praticata nei lavori agresti.

Nel periodo in cui al cinema “Aquiletta” di Brescia era in proiezione il film, allora emblematicamente vietato ai minori di sedici anni, “Voglio essere tua”, con Ava Gardner e Robert Michtchum, l’agricoltura bresciana era chiamata in causa il 17 novembre 1951 nella stampa che il “Giornale di Brescia” insinuava nell’espressione allusiva di “Hanno imparato ad amare l’Italia nelle cascine del Bresciano. Due giovani studenti americani – grazie agli accordi per gli scambi internazionali fra la gioventù – sono stati ospiti di agricoltori della Provincia”.

In pratica, superate le notevoli distanze, si contestualizzava l’innesto di certe esperienze personali nell’ambito di insolite circostanze: “Aileen Marie Micheli e Francis Pressly sono due giovani agricoltori americani: lui ha diciannove anni, è alto e robusto; lei ne ha 23 di anni ed è esile, fine, sembra una bibliotecaria. Giunsero in Italia nel giugno scorso e per tre mesi hanno soggiornato presso famiglie di agricoltori italiani: per l’esattezza, lei è stata presso la fattoria di Cà Fornaci, a Barbata, provincia di Bergamo, poi a Chiari, in provincia di Brescia, alla fattoria Salvoni, e infine a Battipaglia, in provincia di Salerno; lui presso la tenuta Riviera, a Novellara di Reggio Emilia, quindi nella fattoria Gorno in provincia di Brescia e infine nelle tenute Coppola in provincia di Salerno. Il loro viaggio in Italia si è concluso con un soggiorno comune presso la fattoria Chimenti in provincia di Cosenza”.

Ne affermava l’alto calibro, il giornalista estensore dell’articolo, Giulio Frisoli, relativamente alla loro operosa trasferta nel Belpaese, spiegandola nell’elevato intento ideale di una esplicita speranza traslata, dal particolare, sul piano di una agognata visione generale: “Aileen e Francis e con essi tutti i giovani che contribuiscono a superare le limitazioni che i confini impongono ancora ai popoli, sono gli antesignani di un mondo pacifico e sorridente, nel quale gli uomini si ameranno per il semplice fatto che si conoscono”.

CampCarson_ ColoradoPare rispondesse al motto “E’ necessario conoscersi per volersi bene” la risoluzione progettuale sottesa a questa iniziativa che il medesimo quotidiano locale ascriveva ad un’organizzazione finanziata “attraverso un’associazione della gioventù rurale, il “Club dei 4 H” che raccoglie i fondi necessari: ed è un’organizzazione che ha una grande importanza; infatti, lo scopo che essa si propone è quello di fare in modo che i cittadini di diverse nazioni si conoscano nelle loro diverse maniere di vita, nelle loro abitudini, eliminando così quei pregiudizi che tanto nuocciono ad una pacifica convivenza dei popoli, e contribuendo al nascere di una simpatia che vada al di là dei confini”.

La notizia confermava quanto già da tempo appariva tratteggiato nei fatti materializzatisi lungo il solco tracciato da quest’ancora attiva forma d’aggregazione statunitense (www.4-h.org), dal momento che “Aileen e Francis non sono infatti i primi agricoltori americani venuti in Italia, sono solo due dei cinquantaquattro che nel 1951 hanno attraversato l’oceano per conoscere gli agricoltori europei. Non altrettanti ne sono partiti dall’Italia per l’America, perché, purtroppo in Italia non esistono tali possibilità economiche da rendere possibile l’attuazione di un piano similare”.

Altri numeri erano invece quelli che, l’anno seguente, il “Giornale di Brescia” catturava nell’eco di una sinergia riscontrata con la “Repubblica stellata”, nel resoconto relativo, invece, a quanto già nel titolo di un articolo della “terza pagina” dell’edizione di sabato 5 luglio 1952, era pubblicato nella telegrafica espressione di un’analoga cooperazione declinata, però, nei termini di “A scuola coi nostri alpini sette soldati d’oltreoceano”.

Se, nell’altro caso, si trattava degli “accordi per gli scambi internazionali fra la gioventù agricola”, in quest’ultimo, il contesto era, invece, quello di “un programma di scambi di istruttori fra i vari eserciti integrati” che a Cervinia, nel quadro operativo dell’allora “corso di perfezionamento sciistico della Scuola militare alpina d’Aosta”, aveva comportato la partecipazione di “dieci militari stranieri e precisamente sette americani, due francesi il capitano Gilbert Leuba e l’aiutante Henry Jacquet (dei Cacciatori delle Alpi) e un cileno”.

Questa testimonianza, interpretata in divisa, pare scaturisse da altri pregressi e riusciti elementi di simile esperienza condivisa, essendo che “per quel che riguarda le truppe alpine, già l’anno scorso gli ufficiali italiani Ten. Col. Giuseppe Inaudi (accademico di roccia) e Ten. Aldo Daz (istruttore di sci) parteciparono in qualità di osservatori ad un corso trimestrale del Centro addestramento truppe di montagna americane a Camp Carson nel Colorado”.

Di rimando, nell’alveo della prestigiosa tradizione del Corpo degli Alpini, sembra che, in seguito, si parificasse l’esito di un’ulteriore dinamica di collaborazione, avvenuta in una corrispondente simmetria di ruoli e di opportunità sperimentate in una rovesciata iniziativa di condivisione: “Gli ufficiali americani hanno partecipato al corso in condizioni di assoluta parità con gli italiani, osservando una rigida disciplina nei confronti dei superiori e degli istruttori e un semplice e allegro cameratismo nei rapporti coi compagni; essi sono entrati immediatamente nell’atmosfera severa e insieme gioiosa e priva di affettazione che caratterizza la vita e le prestazioni degli alpini italiani”.

Anni_CinquantaSullo sfondo di un’elogiata interazione fra alcune prerogative nazionali che, sia dell’agricoltura che dell’esercito, ne condensavano, in sintesi, la portata dei correlati aspetti culturali, la stampa dell’epoca pare gettasse uno sguardo di curiosità anche verso altre caratteristiche legate a certe tendenze attribuite ad un insieme di tipicità colte in presunti tratti connotativi particolari, come, ad esempio, per stare in tema con il “Nuovo Mondo”, erano quelli descritti da una non meglio identificata “Silvana” nell’articolo di costume che, ancora nell’accennata terza pagina del giornale bresciano, si trovavano subito proposti al lettore mediante un titolo direttamente esorbitante dal contenuto affrontato: “I trucchi delle ragazze americane quando vengono a visitare l’Europa”.

Nel Paese di “Miss America”, quale nota e popolare manifestazione istituita nel 1921, secondo una modalità analogamente ripresa nel 1946 anche in Italia con l’annuale aggiudicazione del titolo di “Miss Italia”, fino a, fra l’altro, arrivare a tempi maggiormente prossimi al presente con la mutuata ideazione di “Miss Padania” nel 1998, sembrava si fossero affinate ricorrenti e funzionali tecniche di viaggio per poter meglio affrontare anche i lunghi tragitti oltre l’Atlantico fino al “Vecchio Continente”.

Fra questi metodi, pare ci fossero anche “piccoli trucchi di bagaglio di estetica e di abbigliamento che consentono non solo di non essere preoccupate, ma di avere un aspetto molto curato e sereno”, in buona sostanza rapportati, in quei giorni, al fatto che “prima di tutto i loro bagagli sono leggeri: sono bauletti o valigie di materiale plastico resistente, ma non pesante, oppure delle grandi borse di canapa scozzese con rifiniture in pelle”.

In quell’immediato Secondo Dopoguerra italiano, ancora in larga parte avulso dalla da poco a seguire assimilazione di quanto sdoganato da quel Paese del lontano occidente, sembra facesse pure notizia il rimarcare, oltre all’appunto che “nelle loro valigie che non nascondono nessun ferro da stiro da attaccare di soppiatto nelle varie camere d’albergo”, anche la descrizione che “il vestito da viaggio è realizzato in jersey o in lana e nylon, tessuti che non si sciupano neanche durante un lungo percorso”, a differenza di una scelta che, per uno specifico ambiente d’altro genere era, invece, circostanziata in un altro tipo di pertinenza corrispondente: “Per la spiaggia un costume di lastex, un prendisole di cotone ed un insieme un po’ bizzarro: casacca e pantaloncini short in tessuto bianco di canapa a righe rosse e blu”.

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