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Un vergognoso primato incorona l’Italia -insieme alla Francia- come leader in Europa nel commercio e nella produzione di tigri con una stima di circa l’85% dei grandi felini esistenti nel vecchio continente.

LAV ritiene inaccettabile che qualsiasi animale e in particolare una specie in via d’estinzione e protetta dalle norme internazionali possa essere venduta o ceduta come un qualunque oggetto o venga costretta a trascorrere un’intera esistenza in una gabbia mobile per di più di anguste dimensioni. Che tutto questo sia legale, lo rende semplicemente ancora più inaccettabile.

Né l’Italia né l’Europa – a differenza della maggioranza dei Paesi aderenti alla Convenzione di Washington- hanno recepito la decisione 14.69 presa dalla 14° Conferenza delle Parti nel giugno 2007 con gravissime conseguenze sulla sorte e vita di migliaia di animali. In questa decisione, infatti, si è definito il divieto di “produrre” tigri (e altri grandi felini asiatici) in cattività se non quelle necessarie per la conservazione della specie in natura. Inoltre, è esplicitato il divieto di commercio di parti di tigri e di prodotti derivati.

Le tigri, animali a serio rischio estinzione, sono attualmente ridotte a 12mila esemplari circa in tutto il mondo. Di queste, solamente 3.900 sono in natura, mentre le restanti 8.100 sono allevate e detenute in cattività.

Il dato che differenzia sensibilmente le tigri presenti in natura – che godono di massima protezione internazionale, seppur sempre minacciate dai bracconieri e trafficanti- da quelle detenute in cattività, è relativo alla riproduzione: i cuccioli che nascono in cattività perdono ogni tipo di diritto e vengono trattati, per le leggi internazionali sul commercio, alla stregua di oggetti, di merci.

Già nel 2019 LAV si era occupata di grandi felini: dieci tigri furono trasportare da una struttura di Latina al confine tra la Polonia e la Bielorussia.

Recenti indagini hanno mostrato che, dai dati in nostro possesso e da studi e inchieste svolte da giornalisti e altre associazioni, neppure le autorità statali preposte sono a conoscenza del numero di tigri presenti sul territorio italiano o sembrerebbe che ne hanno una conoscenza parziale e ben lontana dai numeri riscontrati da LAV.

Si tratta di un sistema ben rodato in cui, a causa delle lacune normative, le famiglie circensi, detentrici delle relative licenze, possono allevare, cedere, noleggiare, prestare, esportare animali come le tigri o altre specie protette. Infatti, in questo sistema commerciale che ruota attorno ad esseri viventi, vi è una sola distinzione: tra animali selvatici e animali allevati.

Le tigri allevate sono state infatti definite da varie associazioni animaliste (come gli austriaci di Four Paws), “tigri di seconda classe” proprio per sottolineare la totale la perdita di diritti, spesso basilari, o comunque delle stesse tutele e requisiti di detenzione. Di questi animali, da normativa CITES, è possibile disporre come se fossero “oggetti”, beni mobili.

Questo commercio di grandi felini viene perfettamente raccontato dalle immagini in nostro possesso: il proprietario delle tigri e detentore della famosa licenza spiega nel dettaglio come è facile -grazie alla normativa vigente – poter parcheggiare per alcuni mesi delle gabbie mobili con tigri al loro interno in terreni di proprietari interessati ad esporle.

Grazie a questo nuovo studio, che accosta elementi raccolti da LAV ad altri elementi ricevuti dall’associazione in forma anonima a dati raccolti in mesi di studio e approfondimento, vogliamo definitivamente sollevare il velo di Maya di un sistema intollerabile, che vede circhi e privati disporre della vita e dei diritti di animali, anche in via di estinzione.

Sotto il velo è possibile osservare un meccanismo consolidato e fuori controllo, ove gli animali sono gli unici a pagare con una un’intera vita in cattività, termine che contiene la parola “cattivo”, “crudele”) e dove vi sono pochissime norme che regolamentano la loro tutela, lasciando ampio spazio a zone grigie dovute a gravi lacune legislative. Un sistema normativo attuale che lascia libere – o con ben pochi divieti -le aziende circensi e di spettacolo viaggiante di riprodurre (anche divertendosi a creare “chimere”), noleggiare, cedere, prestare, detenere in gabbie e molto altro, quasi qualsiasi tipo di animale. In una frase: possono giocare la vita di questi animali.

Che siano animali vietati o meno, di qualunque specie e regno, il concetto è sempre il solito: come è possibile tollerare ancora che esseri viventi vengano considerati alla stregua di oggetti da collezione? Di merce?

Perché consideriamo “normale” vedere degli animali selvatici ed esotici, spesso tra i pochi rimasti della loro specie, passare l’intera esistenza in una gabbia o in un terrario, nonostante vi siano evidenze scientifiche della loro sofferenza e dei rischi sanitari oggettivi per tutta la collettività?