Tempo di lettura: 7 minuti

Brescia – Che cos’è l’amore? A domanda risposta: “… l’amore è un certo non so che, che viene non so dove, lo manda non so chi, si aumenta non so come, si sente non so quando, se addolora non so perché, si appaga non so con qual cosa, si manda via non so in qual maniera ….”. L’edizione del settimanale bresciano “Farfarello” del sei luglio 1889 attribuiva, con tanto di vignetta didascalica, questa sfuggente spiegazione ad un ipotetico colloquio intercorso fra un prete ed una giovane interlocutrice alla quale il religioso esprimeva tali parole che di lui tratteggiavano un ritratto però inadempiente nel far capire quel concetto che è da sempre fondamento della sua stessa religione.

Giornale anticlericale, di settimana in settimana, il “Farfarello” sparava a zero e senza sconti contro la consacrata categoria talare del tempo, contestualizzando ogni tematica in una sorta di vertenza esacerbata, promossa da certe ispirazioni liberali, serrate entro quel pensiero laico che si ergeva emancipato culturalmente dalla allora preponderante influenza clericale, contrastata e dileggiata attraverso il sistematico sforzo antitetico di una veemente critica di tipo radicale.

Come accade nell’assodata simbiosi degli estremi che si toccano, le aderenze fra i due mondi contrapposti sembrano evocare, delle due sponde, la caricatura implicita di entrambe le posizioni nelle loro stesse schermaglie, rimaste irrisolte sul palcoscenico della storia alla quale sono rimaste esposte.

Chiuse in quell’epoca storica che, qualche decennio dopo, nel Novecento del Secondo dopoguerra, a proposito di questa inconciliabile diatriba prestava pure il fianco alla bonaria rappresentazione descritta da Giovannino Guareschi con i personaggi di Don Camillo e Peppone, queste scaramucce ideali, interpretate dagli esponenti delle due realtà confliggenti, si calavano nei panni del presunto e stigmatizzato avversario, al punto da renderlo tanto prossimo e funzionale a quell’inconscio riconoscimento, assimilato pure in un tacito orizzonte di valori dove, superata l’accesa linea del fuoco, più che dannato, risultava invece destinatario di un controverso amore non dichiarato.

Amore ed odio che, tanta caustica balzanda e scatenata foga d’invettiva, paiono pacificare insieme le ingenerose e gratuite esternazioni con le quali, indistintamente, la figura del prete era bersagliata, fra le pagine del settimanale, anche, ad esempio, attraverso le strofe impegnate di un versificato fraseggio, recante lo spietato dileggio, affidato ad una pungente reprimenda di letteraria divagazione, come lo è quella dall’inequivocabile titolo di “Al prete”, a firma di “A. Contini” che il “Farfarello” del tre agosto 1889 somministrava al giudizio del suo lettore: “O prete, allor che in maschera/ ad ingannar ti fai/ con tue menzogne il popolo/ che calpestasti un dì/ quando tu spargi l’odio/ non ti ricordi mai/ che, perdonando, il Gogota,/ Cristo per noi salì?/ Quando ti assidi al lauto/ tuo desco non sudato,/ al desco che le stolide/ beghine t’apprestar,/ ricordi mai che il povero,/ a lavorar dannato,/ sovente ai figli pallidi,/ il pane non può dar? (…..)”.

Inneggiante alla prospettiva che “alla ragione un tempio/ Eterno innalzerà”, il testo non si esimeva dall’uso dell’epiteto di “rettile/ dall’abborito cuore”, per indicare quella stereotipata ed esplicita figura che avrebbe dovuto imparare “il libero pensiero a rispettar!” e che, in un’altra modalità, si rivelava essere soggetto privilegiato pure della fantasiosa ed ilare sollecitudine di un altro autore, attraverso quanto uno scritto divertito aveva indugiato a proporre, nella stampa del 28 giugno 1889, in un più rilassato e dimesso ritmo, anche se non meno motivato a confermare nel “Farfarello” quella ferma opposizione che contro il prete ne aveva pure contraddistinto la linea editoriale della pubblicazione: “Modo di uccidere le mosche. Un nostro buon amico, moscofobo per eccellenza, ci manda una energica ricetta per la distruzione delle mosche, della quale egli garantisce il prontissimo effetto. Eccola: cicuta, grammi 300, Tabacco Macubino, grammi 222, Essenza Trementina, grammi 50, Noce vomica, grammi 73, valeriana, grammi 801, cantaridi, grammi 147, Vino del Duro, gocce 3, Stillicidio nasale sacerdotale, gocce 12. Totale della miscela 1608. Mescola il tutto, meno lo stillicidio nasale, e fa bollire a bagno-maria; quindi filtra diligentemente aggiungendovi delicatamente le gocce e lascia deporre per giorni 60”.

Dalla fantasiosa e caustica ironia febbrile dell’includere un sedicente “stillicidio nasale sacerdotale” tra gli ingredienti di un improbabile preparato contro le mosche, la proposta di lettura di questo giornale poteva ulteriorrmente assumere i toni della rima baciata, anche sul piano di un apparente confronto dedicato alla tematica della “Conversione”, rovesciata però implacabilmente nella critica, cieca e prevenuta, del significato di “vocazione” che, nel componimento pubblicato il 18 luglio 1889, finiva per riguardare ancora la medesima figura del ministro consacrato nella religione dei credenti in Cristo: “(….) Ma del prossimo l’amore/ sento ancor che m’arde il core/ Vò truffarlo, raggirarlo/ derubarlo, dissanguarlo;/ e per coglierlo alla rete/ Presto o poi mi farò prete”.

Dalle salaci colonne tipografiche di questo settimanale che l’enciclopedia bresciana di mons. Antonio Fappani precisa essere stato un “periodico satirico di ispirazione radicale, nato il 21-22 giugno 1879 e spentosi il 23 aprile 1892”, pare emergere anche una sorta di provocatorio corteggiamento verso il genio del male, stigmatizzato per il suo essere funzionale a ribaltare uno dei cardini che, della religione avversata, ne rappresenta un elemento di fede per la sua stessa morale.
Il “Farfarello” del 9 febbraio 1889 permetteva di scrivere ad un meglio identificato autore, firmatosi “Diavoletto”, il delirante verso letterario che era strumentale per la solita seduzione dell’umanesimo secolare di fare ritenere che “Ad onor del sommo domine/ ad onor del sommo artista/ amo credere che Satana/ il Demonio non esista!/ Perciò dico/ e a dire persista/ Chi l’ha visto? Chi l’ha visto?/ Il Demonio, il brutto diavolo/ Satanasso, il bicornuto/ il Plutone, il gran Lucifero/ ossia l’angelo caduto/ lo spavento dei baggiani sta dei bonzi nelle mani (….)”.

Oltre al genere di queste perentorie considerazioni, dove sembra vi aleggiasse pure il compatibile atteggiamento di poter forse, analogamente, fare a meno di credere anche all’esistenza dell’aria che si respira, dal momento che non la si può vedere, o della vita stessa che anima i viventi, altrettanto sostanziale, pur nell’inafferrabile matrice dei suoi elementi, altri interventi del “Farfarello” documentavano alcuni fatti di cronaca, intrisi da una evidente intenzione denigratoria, mitigata, per certi aspetti, da una satira che sferzava la controparte religiosa, avversata nell’ironia beffarda con la quale era fustigata, come nel caso di un articolo, pubblicato il 22 giugno 1889, testualmente dedicato alla “Gelosia fra due reverendi – cronaca di Bassano Bresciano” che, nel riferire di una presunta volontà dell’allora parroco di tale paese di allontanare il proprio curato, secondo un’intenzione alla quale avrebbe poi dovuto desistere per opposizione dei parrocchiani stessi, ne introduceva la scanzonatoria narrazione spiegando che “Bassano è un paesello sito come dice il nome, nella Bassa Bresciana nella via provinciale che da Brescia conduce a Cremona. Colà, vi sono due reverendi che pascono quelle pecorelle nell’orto del Signore. Ma avviene che le cose della parrocchia non vanno con quell’armonia che si dovrebbe alludere da due leviti servi di Dio. Il parroco don Gatola è un uomo in sulla sessantina, educato nelle dottrine del defunto beato Verzeri, il curato sui 33 anni, uomo ignorante, ma pieno di fede sincera e di santo zelo, egli è amato specialmente dalle donne che le sa attrarre al sacramento della penitenza in modo da destare la gelosia del parroco. Ogni giorno da qualche tempo succede un pettegolezzo. Il parroco dimentica di dare la comunione alle penitenti del curato, il curato ruba i proventi al suo superiore per la benedizione delle formiche, sorci e scarafaggi, in modo che la sua fama va oltre la parrocchia (….)”.

Il periodico, di cui ancora tra le righe della citata enciclopedia bresciana si appura perseguisse “battaglie tipiche del laicismo radicale come il divorzio; fu accesamente anticlericale e, al contempo, sostenne le rivendicazioni operaie del momento”, si inseriva anche in alcune questioni di Chiesa che, nel corso del tempo, avrebbero dato, per altre vie, i loro frutti, come quella legata alla scelta della lingua da usare durante la liturgia, all’epoca espressa in latino, che nel “Farfarello” del 19 maggio 1883 era trattata attraverso la critica precisazione, argomentata nell’asserire che “Le preghiere in lingua latina furono definitivamente sanzionate dal Concilio di Trento; erano espressamente proibite dal Concilio Laterano, Anno Domini 1215. Gesù ed i primi Cristiani che vivevano intorno a lui in Galilea parlavano il Siriaco, dialetto della Palestina; in quel dialetto si facevano le preghiere, e nello stesso dialetto fu scritto da S. Matteo il primo evangelo. Più tardi, estendendosi il Cristianesimo verso Cesarea ed in altre città dei Gentili, ove era in uso la lingua greca, fu introdotta la greca lingua nelle pratiche religiose delle Chiese greche; ed in seguito, quando si diffuse nei Paesi latini, la lingua latina fu introdotta da quelle Chiese. Ogni Chiesa pertanto si serviva della lingua del luogo, ove si trovava, e ciò era ben naturale, perché i fedeli potessero intendere ciò che dicevan nelle loro pratiche religiose; ed è un’empia assurdità l’obbligare i seguaci di una religione a servirsi, in materia di sì alta importanza, da cui, secondo loro, dipende la salvezza o la condanna eterna, di una lingua ad essi sconosciuta. Qual merito o qual demerito si può contrarre nel pronunciare parole di cui non si conosce il significato?(….)”.

E’ con la “Costituzione Conciliare Sacrosanctum Concilium” del 4 dicembre 1963 che, anche a tal proposito, un’apertura della Chiesa è invece formalmente sancita a favore della lingua corrente, in relazione alla quale papa Paolo VI, nel discorso di chiusura del secondo periodo del Concilio Vaticano II, affermava, tra l’altro, che fosse motivata come “primo invito al mondo perché sciolga in preghiera, beata e verace, la muta sua lingua e senta l’ineffabile potenza rigeneratrice del cantare con noi le lodi divine e le speranze umane”, come il cammino stesso dei fedeli promuove, racchiudendo in sé molteplici identità e le innumerevoli vie percorse dall’uomo nella storia, interpretando l’ispirazione manifestata pure nel canto “Symbolum ’77”: “(….) Padre della vita noi crediamo in Te; Figlio Salvatore, noi speriamo in Te; Spirito d’amore, vieni in mezzo a noi. Tu da mille strade ci raduni in unità e per mille strade, poi, dove Tu vorrai, noi saremo il seme di Dio”.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *