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Travagliato (Brescia) – A volte le tracce di chi ci ha preceduto riemergono da certi antichi manoscritti, grazie ai quali, una data località appare delineata secondo un vago ritratto d’insieme. Nello spazio, ad esempio, di oltre due secoli, ormai, abbondantemente trascorsi, lo spaccato di un centro abitato non lontano da Brescia affida alcuni aspetti, per una propria sommaria ricognizione, ad una serie di annotazioni, funzionali a perpetuarne gli effetti.

Il contenuto riporta a Travagliato, nel 1804, nel risultato della descrizione dei suoi abitanti, nel modo in cui risultano censiti nel registro denominato “Stato delle anime“. Una testimonianza, significativa della sollecitudine pastorale di prender nota di tutti i fedeli presenti nel territorio toponomasticamente coincidente con quello di pertinenza della locale parrocchia, costituendo, in questo caso, un deposito di memorie fra i più antichi documenti di quel preciso genere di manoscritti, custoditi nell’archivio parrocchiale, riguardo il periodo storico in cui l’astro volitivo di Napoleone brillava di luce imperiale anche nelle infinitesimali contrade nostrane.

Nel 1804, a rappresentare questa località bresciana, erano 2575 abitanti.
Setacciando, per così dire, famiglia su famiglia, il paese, spogliato fino all’essenza di numeri inerti, metteva a nudo che, fino ai quattordici anni d’età, maggiori erano le femmine, contate in 376, rispetto ai maschi, stimati, invece, in 354. Allo stesso modo, il “gentil sesso” eccelleva nel numero, anche nella vasta fascia d’anni compresa dai 14 ai 60, nella quale, fra l’altro, le nubili erano 341 ed i celibi ammontavano a 323.

Nell’eco di quei giorni lontani, lo “Stato delle anime” di quell’anno d’inizio Ottocento, si formava fra le vie ed i casolari del paese, entrando in ogni abitazione, della quale si annotava il numero d’ordine di successione, rispetto a quelle in descrizione, citando sommariamente le famiglie in esse residenti, dal punto di vista dei componenti il medesimo nucleo famigliare, con l’età e la professione.

Famiglia su famiglia, risulta materializzata, nella minuta grafia del compilatore, l’approssimativa attribuzione del luogo abitato, non sempre ben specificato da espliciti riferimenti toponomastici, così, come si legge nella voce di: “Casa Boni” dove risiedevano Maria, vedova del defunto Giovanni Salvi ed i figli Pietro, con la moglie Cecilia, genitori di Giuseppe, Maddalena, Giacomo e Carlo ed anche Stefano, sposato con Lelia e padre dei piccoli Angelo ed Anna. Nel rincorrere altri nomi, ormai sbiaditi dal tempo, nella memoria diretta di questa comunità, è possibile leggere anche di un non meglio specificato “fenile Chemina” che, senza un eventuale supporto mappale o un altro riscontro documentaristico, non offre l’esatta ubicazione tra il verdeggiante territorio campestre travagliatese.

Senz’altre fonti, sulla base soltanto dello “Stato delle anime” del 1804, si apprende che nel “fenile Chemina”, ovviamente inteso nel significato più esteso di cascinale, più che di semplice sito per il fieno, abitavano Giovanni Battista Inselvini con le sorelle Cecilia e Lucia e la moglie Maddalena, con il figlio Bortolo, come pure Bernardino Bracchi con la propria consorte di nome Maria.

Famiglie di agricoltori, o di semplici braccianti, che, nei medesimi solchi dell’operoso piegarsi al lavoro dei campi, incrociavano le proprie speranze con quelle di altre, nel tessuto vitale di un orizzonte produttivo caro a tutti. Famiglie che, nella campagna di inizio ‘800, relativamente alla zona considerata, erano, in ordine sparso, rappresentate dai: Marchetti, Salvi, Sarnico, Borseni, Vezzoli, Togno, Cominardi, Tasier, Alberti, Conter, Ghedi, Mottinelli, Bertelli, Cai, Suanera, Inselvini, Maifredi, Berardelli, Martinengo, Beltrami, Tironi, Inverardi, Foini, Peroti, Verzeletti, Turra, Zubani, Squassina, Gualtieri, Truffelli, Scalvini, Serotti, Piccinelli, Feramondi, Morghen, Zuccotti, Bonometti, Tampalini, Grazioli, Rossi, Rivetti e Bertoldi.

Per quanto riguarda il territorio in prossimità dei Finiletti, frazione rurale situata verso Roncadelle, le famiglie residenti si circostanziavano con i rispettivi cognomi di Lumini, Quaresmini, Corradini, Tonelli, Inselvini, Salvi, Moretti, Pizzoni, Mangiarini, Masetti, Barchi, Sartori, Frusca, Restelli, Torchi, Ghidoni, Bonaschi e Giustinelli.

Dall’intramontabile panorama agreste caro ad ogni epoca, i mestieri di chi risiedeva, invece, nel centro abitato sfuggevano al semplice appurare un’occupazione, su tutte, preponderante, quale la cura della terra nei campi o la macina del grano, tanto che, sulle antiche pagine di questo registro, si ritrovano i lavori artigianali corrispondenti ad una più ampia diversificazione.

Nella lettura dello scritto, ancor oggi come era agli occhi contemporanei di ben oltre due secoli fa, sono infatti menzionati: Girolamo Savoldi, Domenico Gatta e Pietro Gatta “strazzaroli”, Domenico Facchinetti di vent’anni “chierico studente in terza”, Latino Zucchetti “oste”, Giovanni Battista Terroni, Giacomo Terroni, Andrea Comitti, Antonio Roati, Francesco Uboldi e Antonio Rivoltelli “muratori”, Pietro Orizio “scagnino”, Giovanni Battista Ferrari, Faustino Martinengo, Antonio Domenighini “bottegari”, Giuseppe Bianchi “fornaro”, Pietro Simaschi “molinaro”, Giuseppe Medeghini “sacrista”, Tomaso Savoldi “mendicante”, Giuseppe Derada di tredici anni “studente al Lodetto”, don Vincenzo Mai di diciassette anni “chierico studente a Lograto”, Domenico Uberti e Francesco Evangelista “speziali”, Teresa Buizza “maestra”, Pietro Paderno e Pietro Salvalaglio “fruttaroli”, Battista Todeschino e Pietro Zanotti “famigli”, Giuseppe Pizzoni “venditore di tabacco”, Andrea Vignoli “trafficante tele”, Vincenzo Lumini , Giuseppe Burseno , Gabriele Betturini , Giovanni Maria Zannola , Antonio Basso, Giovanni Zanetti, Giovanni Gelmetti, Lelia Salvi, Girolamo Pasquali, Lucia, vedova di Francesco Cocconi, Faustino Antonio Zigliani, Giovanni Battista Zigliani, Antonio Ventura, Giovanni Bianchi e Maria, vedova di Tommaso Guana, era il folto gruppo dei “tessadri”; Giovanni Gandellino, Agostino Derada, Antonio Pianta, Francesco Scalmati, Giovanni Bracco, Francesco Nabemi, Giovanni Terroni, Luigi Lanfranchi, Andrea Mometti e Pietro Boni erano annotati come “sarti”; Gabriele Ghidoni, Giacomo Antonio Ghidoni, Giovanni Alberti, Giacomo Pasquale, Angelo Ghidoni, Giuseppe Bino, Giovanni Zigliani, Cristoforo Orlandi e Faustino Rivetti erano “falegnami”; Bortolo Tonelli “supellino” di una categoria di “calzolai” che comprendeva Giovanni Micheletti, Francesco Giacomelli, Giovanni Schena, Lorenzo Trebucco, Antonio Bergamo, Giovanni Ronsini, Rocco Argini, Gervasio Lanfranchi, Pietro Bergamo ed Antonio Arbazetti; Fedele Guarino, Bernardino Leali, Bernardino Brunoti, Battista Leali venivano ascritti alla professione di “fabbri”; Giacomo Faroni e Faustino Salvi come “notai”, Giovanni e Giacomo Marchina come “agrimensori”, Giovanni Battista Montino e Francesco Zazio come “chirurghi”, Angelo Frascio, Giovanni Marchadi e Giovanni Battista Calzavelli come “medici”, mentre la numerosa schiera dei “trafficanti di bestiame” si riconduceva a Domenico Ghidoni, Giuseppe Zigliani, Antonio Zogno, Giacomo Zanotti, Alessandro Zini, Girolamo Aquilini, Giovanni Battista Simoncelli, Domenico Berlendi, Antonio Metelli, Girolamo Botticini, Pietro Salvi e Giovanni Buratto, in un novero di ruoli presumibilmente evocativo dell’economia espressa anche nelle della compravendita del bestiame a Travagliato, nei vari livelli del mercato allevatoriale.

Economia, a maggioranza agricola, che, in quel lontano inizio secolo, appena avvicendatosi al Settecento, assimilava, in una larga diffusione, l’opera dedicata alle occupazioni campestri, anche al risiedere in una stretta coesistenza con la sede di professioni d’altra natura, come nel caso dell’allora ventiquattrenne agricoltore “Giovanni Bertozzi e Caterina sua moglie”, a titolo di esempio, censito in tale specificazione lavorativa nel centro dell’abitato, al di fuori, cioè, della comune prerogativa agricola, tipica nel territorio, ad ogni cascina.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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