Angelo Cova (1834 – 1921), prefetto di Brescia, al tempo dell’inaugurazione delle “Loggia delle Grida”, opera situata sul lato del Broletto, lungo Piazza Paolo VI, già Piazza Duomo, il 7 settembre 1902.

Erano i giorni dei festeggiamenti per i cento anni compiuti dall’Ateneo di Brescia, perdurante ente culturale preposto al settore della promozione del sapere con un particolare riguardo alla valorizzazione del patrimonio locale, tanto che, anche in quel periodo, tale autorevole istituzione aveva patrocinato la riedificazione delle “Loggia delle Grida”, quale pertinenza balconata andata, nel frattempo, perduta, rispetto all’antico assetto originario del Broletto, crocevia dell’attività amministrativa bresciana, oggi interessato a sede della Prefettura, come pure della Provincia e di alcuni importanti uffici del Comune.

Dopo poco più di un secolo di assenza, susseguitasi per l’intervento che ne aveva annientato la caratteristica sporgenza, questa caratteristica protuberanza, antica di secoli, tornava ad essere collocata nel suo ambito originario, anche grazie all’interessamento di Giuseppe Zanardelli, allora presidente del Consiglio dei Ministri.

Per la manifestazione inaugurale, erano convenute parecchie personalità, fra le quali, oltre al ministro della pubblica istruzione Nunzio Nasi (1850 – 1935), ai parlamentari bresciani ed agli amministratori locali, anche il prefetto Angelo Cova, già prefetto di Sondrio dal 1893 al 1895, in seguito di Benevento, dal 1895 al 1896, poi di Rovigo, dal 1896 al 1898, quindi, di Brescia, per un anno e mezzo, per ritornarvi, dopo il semestre circa di un breve mandato ricoperto, invece, da Augusto Borselli, durante tutto il triennio esatto, intercorso dal 1901 al 1904, per essere, poi, “collocato a riposo a domanda per avanzata età e anzianità di servizio”.

In questo inizio bresciano di Novecento, quanto era stato abbattuto sul finire del Settecento, tornava a dettagliare, sotto gli occhi di tutti, il profilo di un tempo, nel merito della parte più vetusta del Broletto, anche grazie al concorso di chi si era prestato nell’intervento di ripristino, seguito dall’architetto Luigi Arcioni (1841 – 1918) pure primo relatore nella pubblica manifestazione di svelamento dell’opera stessa in questione.

Un evento, riferito nella prima pagina dell’allora quotidiano “La Provincia di Brescia”, occupando spazio di rilievo nell’edizione dell’indomani, 8 settembre 1902, dove si trova, fra l’altro, pubblicata la sottolineatura espressa in tale circostanza dal sindaco di Brescia, Federico Bettoni (1865 – 1923), nel merito del fatto che “(…) Poiché i monumenti tanto più hanno valore in quanto racchiudono ed ammaestramenti artistici e storici ricordi, così a me sembra che nessun restauro fosse maggiormente opportuno di questo che tende a ricostruire uno dei più splendidi esempi dell’evo medio e con esso i bei giorni di un’epoca felice per la civiltà italica, quella dei comuni e delle civiche libertà. Né il particolare della loggetta che oggi si inaugura è meno importante di questo edificio che ha in sé le vestigia di magnanimi tempi e di epoche tristi. Essa ricorda gli editti del popolo bresciano e la proclamazione di quegli atti solenni che ne riassumono la vita, sia nelle gioie delle libertà, che nei dolori delle sconfitte. (…)”.

A traccia tecnica, per la lettura di questo manufatto, le parole, invece, riportate dal giornale trascrivendole dal discorso dell’architetto accennato, anche cogliendole in quella contestualizzazione storica alla quale risale la stessa “Loggia delle Grida” e pure nei riguardi delle riflessioni condivise a margine delle laboriose, ma convinte, fasi del suo ripristino, durante le quali “(…) alla metà circa dell’aprile di quest’anno si murarono i primi conci dei mensoloni, e in questi giorni, il lavoro tutto venne condotto a fine. Alla fornitura e lavorazione delle pietre, attese con grande amore il signor Zani Cesare; ai modelli delle poche teste mancanti l’intagliatore Cesare Passadori ed all’esecuzione in pietra di questo, lo scultore Angelo Colosio. Prima di finire volgiamo ancora uno sguardo al monumento ed all’opera compiuta. Se la loggia, or rifatta, non è, in tutto, l’antica, non c’è dubbio però che l’ossatura e l’insieme complessivo non ripetano le vecchie forme e che alcuni marmi e singolarmente i più pregevoli e caratteristici quali sono quelli figurati, non abbiano recuperata l’originaria loro sede. Ecco, la giustizia che stacca sul mensolone centrale, ha pesato; il giudice a destra l’accenna e la guarda e con la mano sinistra offre un fiore ad un prigioniero che vien dopo, segno che la sentenza gli è stata favorevole. Il giudice a sinistra, invece, colla mano manca (sinistra), indica la giustizia, guarda al giustiziere che gli sta accanto e colla destra sembra comandi l’esecuzione della contraria sentenza. (…)”.

Si tratta delle sculture collocate ad abbellimento della base di questa diafana sporgenza, risalente all’epoca delle lontane lotte intestine, fra guelfi e ghibellini, ma anche di feroci assedi, come quello dell’imperatore germanico Enrico VII che espugnata la città nel primo autunno del 1311, pare che proprio da questa “Loggia delle Grida” facesse proclamare le proprie condizioni stabilite per la cessazione delle ostilità.

Punto aggettante, per l’ufficiale divulgazione dei provvedimenti adottati in sede istituzionale, a riguardo delle più disparate materie utili per la collettività, tale spazio, evidentemente interlocutorio rispetto all’apertura sottostante, era ritenuto funzionale alla divulgazione dei formali pronunciamenti che ne hanno ispirato la denominazione, quale titolo conservatosi nel tempo, rammentando le “grida”, intese come modalità di declamare al pubblico le determinazioni prese, allo stesso modo del perpetuarsi, pure grazie ad un certa sensibilità civica, dell’opera marmorea medesima, per la quale determinante è stato l’apporto dello scultore Angelo Colosio, in particolar modo, per la riproduzione delle teste mancanti dei rilievi menzionati.

Di lui, nel “Dizionario degli scultori bresciani” di Riccardo Lonati, nel volume realizzato da “Giorgio Zanolli Editore”, si legge: “Colosio Angelo. Brescia, 19 giugno 1863 – 27 febbraio 1940. Figlio di Giovanni e di Maria Bassi, alla Esposizione bresciana del 1904 presentò fontane, fregi, portalini. Nel 1958, la vedova, Lucia Raffaelli, ha donato al municipio bresciano l’ultima opera, un portale in marmo di Botticino in stile floreale. Di bassorilievi Angelo Colosio ha adornato case patrizie ed alcune chiese della provincia nostra. E’ considerato allievo di Angelo Barbieri. V’è chi lo dice nato a Rezzato e ivi allievo nel laboratorio dei Faitini. Aveva anche una scuola, dapprima a San Faustino, poi nei pressi delle Grazie”.