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Olio, pregio mediterraneo, nutrimento antico che, al vino, è, solitamente, conterraneo, da sempre fonte produttiva e frutto di un sudato guadagno. In questo caso, si andava ad importarlo dalla Costa Azzurra: l’olio veniva da Nizza, città ancora sabauda, prima che un trentennio dopo, fosse ceduta alla Francia.

Nell’Italia pre-unitaria, pare ci fosse spazio anche per un commercio propizio alla gamma di offerte fornite da un territorio prossimo ad un Paese confinante, dandone, ad esempio, notizia, pure con i giornali che seguivano anche gli sviluppi dell’economia presente negli anni Venti dell’Ottocento, una volta tramontato, da ormai qualche anno, l’astro ventennale di Bonaparte.

Intanto che, nell’arco dei decenni successivi, un altro Napoleone avrebbe legato il suo nome alla medesima nazione, pare che, fra i giorni in divenire, ci fosse anche chi intesseva rapporti a ridosso dei confini, valorizzando, fra le proprie ricercate opportunità di entrata, la produzione nizzarda di quelle miti aree marittime che abitualmente sono pure associate all’olio, nelle loro più pregiate rese produttive.

Nell’epoca dove, fra le cronache, il panorama aperto ad un orizzonte lontano, si dettagliava, in questo caso, fra gli altri, nel “Regno delle Due Sicilie”, nello “Stato Pontificio”, piuttosto che nei meno noti, ma egualmente effettivi, “Stati Uniti delle Isole Jonie”, nell’Europa Mitteleuropea asburgica, con il Veneto e la Lombardia, un significativo transito di importazione avveniva grazie a quegli ulivi che, a parte un’altra distinta fornitura del ponente ligure, sarebbero stati poi geopoliticamente intesi nelle loro perenni coltivazioni, considerate come ufficialmente transalpine.

L’8 maggio 1821, la “Gazzetta di Milano” divulgava, tra le sue sei pagine, che:Cesare De Micheli negoziante salumiere, abitante nella contrada di Santa Margherita al n. 1104, vende olio sopraffino di Nizza, ed anche soppraffinissimo vergine, pure di Nizza; di Porto Maurizio sopraffino; saponi di Genova e nostrali; rosolj sopraffini, vini forestieri di prima qualità; kirschenwasser di Svizzera; rhum vero giamaico; formaggi stravecchj scelti lodigiani salati; foresteri e nostrali ed altri generi, il tutto a prezzi moderati. In dettaglio, olio d’ulivo sopraffinissimo di Nizza vergine, a soldi 52 la libbra; di Nizza sopraffino, a soldi 48 detto; all’ingrosso si vende a prezzi più moderati e se ne garantisce la scelta di sua qualità”.

Cambiando continente, rivolgendosi verso la direzione dei passi compiuti dal mercante veneziano Marco Polo secoli e secoli prima, questo giornale milanese testimoniava, nella sua edizione del 12 febbraio 1823, un altro possibile esempio riguardo a come, in quei giorni, si incontravano fra loro le merci d’origini diverse, pure interpretandole in veste sussidiaria rispetto a quelle locali, come si era, in questa fattispecie, rivelato, nell’evocato contesto bresciano, il riso cinese, presentato come “Riso secco della Cina”: “I felici risultati ottenuti nei due decorsi anni dal sottoscritto nella coltivazione del riso secco della Cina lo hanno posto in istato di poter disporre di una discreta qualità di semente, colla quale estendere questo utile e nuovo ramo di agricoltura. Chi bramasse farne acquisto potrà dirigere le sue ricerche con lettere franche di parte al sig. Carlo Manziana negoziante e banchiere in Brescia, presso di cui trovan vendibile la semente predetta al prezzo di lire tre italiane per ogni libbra bresciana di once dodici. A ciascun acquirente sarà pure data una piccola instruzione a stampa, interno al modo con cui questo riso fu coltivato ed al prodotto ritratione, ciò che trovasi pure accennato nel fascicolo LXXXIV dicembre 1822, facciata 422 e seguenti della Biblioteca italiana. Brescia, 10 febbraio 1823. Rosa Clemente”.

Non era estraneo un contributo bresciano a queste pagine, tipograficamente realizzate al di fuori del suo stesso territorio, nell’epoca dove Milano era divenuta la capitale amministrativa dei territori gestiti dagli Asburgo, lasciando per Brescia il ricordo di Venezia quando, la medesima città lagunare, era, invece, il baricentro alla quale doversi, all’ombra dell’emblematico “Leone di San Marco”, rapportare.

La traccia di un cambio di prospettiva è, anche, nella presenza di una notizia minima che, dando visibilità ad una realtà locale, conformava la linea del giornale ad una configurata impronta lombarda, individuata al di fuori da ogni altro piano più generale.

Erano frangenti nei quali, fra l’altro, nella metropoli meneghina “Nel salone di San Pietro all’Orto n. 904 si fanno vedere duemila animali imbalsamati molti dè i quali provengono sino dalla Nuova Olanda”, mentre riferendosi ad un diverso altrove, passava, in altro argomento, il dato di fatto del riferire che “L’Imperial Regio Governo con determinazione 27 dicembre 1822 ha autorizzato l’amministrazione dell’Ospedale in Carpenedolo, provincia di Brescia, ad adire col beneficio della legge, l’eredità disposta dal fu Francesco Ravera a favore dello Spedale e Orfanatrofio in Carpenedolo, ammontante a lire 1256,60”.

In questo contesto, il modo di affrontare il compito di rendersi rappresentativi di quest’orbita d’ascolto, propria di un esteso assommarsi di province, incluse sotto l’aquila bicipite di uno stato sovranazionale, procedeva con l’aggiornare quanto a posteriori appare pure come una documentata descrizione di una pregressa realtà commerciale, anche costituita, ancora, ad esempio, dalla menzione , attraverso i “Fogli d’annunzj del 6 febbraio 1823 della Gazzetta di Milano” che: “E’ giunta recentemente alla ditta Kramer e Compagni in Milano una partita considerevole di vino di Cipro, naturale e legittimo di perfetta qualità sano, in abboccato dolce quanto in brusco; epperò chi aspirasse a farne acquisto sia in tutta la partita, come in quantità non minore però di cinquanta bottiglie, si diriga allo studio della predetta ditta situato lungo lo stradone di Sant’Angelo n. 1428 ove si faranno conoscere le modalità il modico prezzo che verrà praticato”.

Nella stessa pagina, risulta documentato anche lo spessore commerciale di un prodotto esotico, ascrivibile a quella nicchia d’indotto che, anche come diffusione circoscritta, pare, fino a prova contraria, risultare ancora tale, nella esorbitante dinamica attuale, dove, nonostante le mutate epoche, rispetto a due secoli fa, l’isola dei lemuri è ancora una terra reputata, nel bacino di diffusione delle seguenti righe, alquanto insolita e remota, quasi ascritta ad una aliena familiarità, compromessa nell’altro emifero dove risulta tipica di una parte del continente africano: “Il Sig. Filippo Hoffman, già da alcuni mesi alloggiato nell’Albergo della Croce di Malta, fece molto smercio del vero olio dell’isola di Madagascar. Mercè l’universale aggradimento, dietro le prove dell’efficace suo pregio, si fa un dovere di prevenire codesto rispettabile pubblico, affinchè venga onorato di maggior concorso; si venderà, d’ora innanzi, nel negozio del Sig. Antonio Lupi, successore a Dumont sulla Corsia dè Servi al n. 594 di rincontro l’albergo del Gambaro. Il prezzo di ciascuna bottiglia e spiegazione per l’opportuno uso, sarà di sole lire 2 italiane”.