L’imperatrice Sissi (1837–1898) aveva dato alla luce un bambino.
Rodolfo d’Asburgo (1858–1889) era venuto al mondo, assicurando un erede al trono dell’Impero Austriaco, allora rappresentato dall’imperatore Francesco Giuseppe (1830-1916), anche se, invece, la successione andrà, di fatto, in un altro modo.

Intanto, la notizia dell’avvenuta nascita rimbalzava nelle più disparate località dell’esteso dominio asburgico, comprendente anche il bresciano, caratterizzando, fra l’altro, la prima pagina del giornale “Gazzetta Provinciale di Brescia” di martedì 24 agosto 1858, dove era testualmente pubblicato che: “Brescia, 22 agosto. I fervidi voti innalzati all’Altissimo, ebbero il loro compimento. S. M. l’Augusta Imperatrice diede, sabato (21) alle ore 10 e 1/4 pomeridiane un erede al Trono. La campana del nostro maggior tempio, annunciava jeri a sera il fausto avvenimento e il nostro zelante Municipio, ordinava tosto venisse, a sua cura, illuminato il Teatro Grande. Questa mane poi riunivasi nella Cattedrale tutte le autorità Civili e Militari in piena gala. Monsignor Vescovo col Reverendo Capitolo assisteva Pontificalmente la Messa che veniva celebrata dal Rev. Monsignor Canonico Noy. (…)”.

Il Vescovo di Brescia era, a quel tempo, mons. Girolamo Verzeri (1804–1883) ai primi anni del suo lungo episcopato, svolto a riferimento del territorio in cui il capoluogo cittadino si calava nella contemporanea descrizione celebrativa accennata, relativamente a questa importante circostanza che era, a vari livelli, festeggiata.

Non meno importante erano pure le contestuali informazioni che lo stesso giornale forniva al di fuori della dinamica dinastica imperiale, per aggiornare lo sviluppo dell’avvicedarsi dell’amministrazione locale, già da poco più di un anno affidata ad un nuovo governatore generale del Regno Lombardo Veneto di cui anche Brescia ne faceva territorialmente parte.

Questo rappresentante dell’Impero d’Austria al di qua delle Alpi, nella persona dell’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Asburgo (1932-1867) era, in quei giorni, tornato da Vienna dove aveva concordato con il fratello, l’imperatore Francesco Giuseppe, parte di alcune iniziative riformatrici che gli stavano a cuore.

Tra queste, l’avvallo ad una serie di provvedimenti rispettivamente riguardanti le riforme dell’ordinamento dei medici condotti, delle tasse sui fondi rustici, in un “restringimento dell’esecuzione fiscale entro il suo vero limite”, e delle Accademie d’Arte, nell’ottica di favorire lo sviluppo formativo di tali istituzioni.

Nella medesima prima pagina del giornale che riguardava la menzionata nascita imperiale, era dedicato ampio spazio a fare il punto della situazione riguardo ciò che lo stesso governatore intedeva promuovere nel proseguire il ruolo, da lui interpretato, anche nel dare impulso ad uno specificato elenco di obiettivi da realizzare, come, fra gli altri: il progetto d’irrigazione del Friuli per mezzo del fiume “Ledra e dell’agro superiore di Verona, l’immissione del Guà nel Chiampo; l’asciugamento delle vaste paludi lungo le coste dell’Adriatico; il compimento della rete di ferrovie; la copia di acqua potabile nella città delle lagune; i molteplici adattamenti a formare di questo antico emporio dei traffici una piazza di commercio rispondente all’uopo dè tempi moderni. (…)”.

Secondo il governatore Ferdinando Massimiliano che risultava l’autore in prima persona narrante dell’articolo pubblicato, serviva ovunque procedere nella via segnata dalla legge, dall’equità e dal perseguimento del bene pubblico. Una triplice ripartizione di valori che era stata da lui già evidenziata nel prendere la responsabilità del suo incarico, assegnatogli dal fratello imperatore, e di cui pare si compiacesse ne fosse stato, stando al suo scrivere, recepito il significato nei territori da lui governati, aspettandosi, quindi, che si procedesse conseguentemente.

A questa impostazione di massima, ovvero a tale complessivo richiamo alle responsabilità di tutti, si riconducevano gli espliciti ammonimenti circostanziati dal governatore austriaco nei riguardi di chi aveva compiti nella pubblica amministrazione, scrivendo, a tale proposito, che “(…) Esigo, dunque, da tutti gl’impiegati senza eccezione (lo ripeto con insistenza) l’adempimento dei loro doveri, cioè verso di me la verità intera e nuda; verso il pubblico un contegno manieroso, ma fermo: dalla loro coscienza la giustizia; dal loro onore la diligente e coscienziosa trattazione degli affari. Tutto ciò, ed oltre a ciò, zelo instancabile e fedele per il servigio, il quale sarà poi guiderdonato (ricompensato ndt) di certa preferenza nel caso di promozioni. Fino ad oggi, ho lasciato tempo a me stesso ed agli Uffizj della pubblica amministrazione di studiare accuratamente i fini ed i mezzi per conseguirli; allo studio della riflessione segua ora il periodo dell’azione. (…)”.

Imperatrice Sissi e l’imperatore Francesco Giuseppe

Questa visione d’insieme si accompagnava alla concomitante esortazione, espressa nel seguito della significativa edizione della stampa bresciana, secondo la quale “(…) Ognuno dovrà prima di tutto aver sempre e rigorosamente presente agli occhi del pensiero i precetti dell’equità e della legalità. Aborro l’abuso e l’arbitrio e li saprò certamente scoprire e punire. Oltre a ciò, è di sommo rilievo il non deviare mai da una diritta logica e dalla netta chiarezza delle idee, specialmente in questi paesi, in cui la rapida intelligenza e la squisitezza del tatto morale non son un privilegio di pochi, ma sì una dote quasi comune. Le Autorità, camminando coll’equità e col ragionamento le vie legali, dovranno opporre una calma dignitosa ed un’immobile fermezza ad ogni tentativo d’illegalità e di prevaricazione. Come non tollelerò l’arbitrio, così neppure la debolezza: anch’essa trascina ad illegalità: chi v’incorre per connivenza si merita un castigo e gli verrà pronto; chi vi ha una tendenza congenita o, se l’è lasciata inoculare nel sangue, non è idoneo ai pubblici uffizj, e ne verrà tosto rimosso. Per la fermezza, molte difficili congiunture passarono senza conseguenze dannose; e ad essa bastò molte volte il solo mostrare, pur non l’adoperando, la propria forza. (…)”.

Tale logica dei fini aveva altre parole ancora, da parte di chi dopo la “Seconda Guerra d’Indipendenza” del 1859, s’avvierà, un quinquiennio dopo, alla fatale avventura del diventare imperatore del Messico, dopo essere stato governatore del Lombardo Veneto, dal momento che, nella sua veste locale, l’arciduca Ferdinando Massimiliano, provvedeva pure a specificare che “(…) per ciò che concerne la trattazione degli affari, desidero che gli impiegati dello Stato servano di modello ai Corpi rappresentativi, nelle forme dello scrivere semplice, ma succoso e robusto. Nè posso lasciare senza biasimo l’abitudine, purtroppo generalizzata di stendere relazioni assai prolisse, le quali rammentano il detto “che dietro l’ampollosità delle frasi sta nascosta la superficialità”. (…)”.

Sull’onda di tali pronunciamenti, non mancavano gli avvisi di biasimo per gli inadempienti, ai quali spettava l’avvertenza che “(…) userò una rigida severità verso coloro i quali, particolamente verso le autorità superiori, spacciano gli affari con formule inconcludenti al solo fine di procrastinare la decisione in merito“.

Da questa dichiarazione d’intenti, anche il riflesso di una considerazione di massima, nel valutare una certa possibile connotazione a deriva di altrettanti problemi che intendeva scongiurare: “(…) I nemici dell’ordine fanno sempre calcolo sulla mancanza di fermezza e sulla irresoluzione nell’uso di mezzi efficaci in què momenti decisivi, in cui si possono sotrarre i popoli ad incalcolabili danni. Sono determinato a far uso di questi mezzi qualora si rendesse necessario (…)”.

Di rilievo, da parte sua anche lo specificare quanto il Paese potesse rivendicare “diritti” dal governo che lo amministra, analogamente al governo stesso che tali diritti li doveva, a sua volta, riscontrare , esigendoli nella collaborazione della cittadinanza, istituzionalmente rappresentata dalle cosidette “Congregazioni centrali, provinciali e municipali”.

Al di fuori di tale assetto istituzionale che, pur restando strettamente legato alla corona lo stesso arciduca avrebbe voluto più autonomo, agli occhi di chi scriveva si materializzava quel caratteristico profilo identitario delle regioni delle quali era a capo che gli sopravviverà, ricevendo, in quei giorni lontani, anche questa sua sintesi di riferimento: “(…) Milano come ricco centro di un’operosità intellettuale e pratica, Venezia bella di arti e monumenti, come città commerciale e marittima. (…)”.